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A Gesturi

A GESTURI

La sua famiglia.

Nella parrocchia di Gesturi, dedicata a S. Teresa d’Avila, in un’atmosfera ridente di primavera, il 21 aprile 1869, si univano in matrimonio i due giovani Giovanni Medda Usai d’anni 25 e Priama Cogoni Zedda d’anni 24. Dalla loro unione nacquero cinque figli: Rita, Antonia Maria, Peppino, Giovanni il futuro fra Nicola e Salvatore.

Il padre di Giovanni Medda era un contadino che, per sostenere le necessità della famiglia si affannava, nelle sue lunghe giornate ad accudire il bestiame ed a lavorare la terra di sua ed altrui proprietà. Timorato di Dio, santificava le feste, ascoltando la Santa Messa e partecipava alle sacre funzioni. Di cuore buono, non criticava e non diceva male di nessuno. Si guardava dal bestemmiare e dai discorsi osceni. Fuggiva le bettole e non si abbandonava alle ubriachezze.

Priama Cogoni, casalinga, anch’essa timorata di Dio, trascorreva gran parte delle sue giornate all’interno delle mura domestiche, totalmente dedita alla famiglia. La famiglia Medda era guardata con invidia e indicata da tutti come modello, per la concordia, l’unità e l’amore che regnava in essa. E’ questo l’ambiente, rustico ma sano, nel quale il piccolo Giovanni trascorse i suoi primi anni, e qui che comincia ad aprire il suo piccolo cuore al soffio della grazia divina.

NASCITA, INFANZIA E GIOVINEZZA

A Gesturi, nella casa dei Medda, il 5 agosto 1882 nacque il quarto dei figli, battezzato nella chiesa parrocchiale il 6 agosto con i nomi di Giovanni Angelo Salvatore. Il 10 giugno 1887 una malattia incurabile strappa all’affetto dei suoi cari, il padre del servo di Dio, che allora aveva appena cinque anni. La madre, rimasta vedova e rassegnata alla divina volontà, si adopera con tutte le forze ad allevare ed educare i cinque figli ancora in tenera età. Appena dopo otto anni dalla morte del marito anche Priama Cogoni, colpita da grave malattia, muore nel Signore il 6 marzo 1895. Il Servo di Dio aveva appena raggiunto i tredici anni. La morte dei genitori non gli fece perdere i sentimenti e i costumi ormai acquisiti, seppe altresì far tesoro dell’educazione ricevuta. Ne fornì prova allorquando, ormai rimasto solo, andò a vivere da un benestante del paese, suocero di sua sorella Rita, accontentandosi soltanto dell’alloggio e del sostentamento. Riempiva le sue giornate tra il lavoro dei campi e la custodia del bestiame. Alla morte del Pisanu, si trasferisce presso la casa della sorella Rita, sempre in qualità di servo, facendosi notare subito per la puntualità, l’onestà e la scrupolosità con cui adempiva tutti i suoi doveri. A quattordici anni fa la prima comunione: era l’8 dicembre 1896, festa dell’Immacolata Concezione. Fra Nicola ricorderà sempre quell’otto dicembre perché visse solo d’Eucarestia e di nient’altro; si curò di rendere grazie, standosene tutto il giorno dinanzi al Santissimo Sacramento. Il lavoro per duro e prolungato che fosse, non gl’impedì di elevare la mente e il cuore a Dio. Prima del lavoro con il cognato e gli altri dipendenti, ascoltava la S. Messa che era celebrata la mattina molto presto e la sera rientrava velocemente per partecipare alla recita del S. Rosario e alla Benedizione Eucaristica. Ogni giorno al suono della campana il giovane Giovanni s’inginocchiava e recitava le sue preghiere, nonché il Santo Rosario. Così faceva anche durante la mietitura e nelle ore di riposo, lontano da mietitori e spigolatrici che si raccoglievano sotto l’ombra di un albero.

In quaresima tutta la famiglia rispettava rigorosamente il digiuno ecclesiastico com’era prescritto a quei tempi. Amante della mortificazione, la cercava in tutto, in modo speciale nel vitto. Si nutriva ordinariamente d’erbe e pane; anche nelle feste, invitato a sedere a mensa, preferiva ritirarsi nel giardino e lì consumare il solito cibo. Anche il lavoro per lui era fonte di mortificazione per il proprio corpo, infatti al termine di ogni settimana rientrava a casa carico di fasci di legna e frascume vario da utilizzarsi per la cottura del pane; fu una di queste volte che si caricò sulle spalle, senza alcun riparo, un fascio di spine, incurante del dolore e delle ferite. Per Giovanni non esistevano feste di nessun genere: mai partecipò a ricorrenze profane anche in onore di Santi. Di nessuna cosa mai si è lamentato, eccetto delle parole poco corrette che sentiva proferire da chicchessia. A causa dei pochi riguardi per la sua salute fisica, all’età di 28 anni fu colpito da una forma acuta di reumatismo alle articolazioni, tanto da costringerlo a letto per quarantacinque giorni. Fu durante questa malattia che, per ottenere la guarigione fece promessa alla Vergine Immacolata di digiunare tutti i sabati a pane ed acqua, e inoltre, promise al Signore di abbracciare lo stato religioso. Ne guarì e fu di parola: aveva allora 29 anni.

All’origine della sua decisione, non vi fu quindi una conversione nel senso stretto del termine, né fu neppure la perdita di una donna (non risulta dai suoi trascorsi anni giovanili il più vago interesse al matrimonio), ma, come già detto, tale decisione sarebbe stata condizionata dal conseguimento della guarigione.

La vocazione di Giovanni Medda è frutto di un interiore processo spirituale che si può dedurre da un interessante documento di poco posteriore alla sua malattia e contemporaneo alla sua entrata in convento. E’ una lettera informativa del suo parroco al superiore del convento di Cagliari, che qui riportiamo fedelmente: “Gesturi, 31 marzo 1911. Il parroco Don Vincenzo Albano al superiore del convento di Cagliari.

Rev. Padre Superiore, prego dispensare il Medda dal produrre il certificato penale e quello del Sindaco ed accettare la mia ampia dichiarazione sulle ottime qualità morali dell’interessato che, non senza rincrescimento, lo vedo sparire da questa parrocchia, dove è stato sempre di continua edificazione a tutti non solo per la sua spiccata pietà, ma anche per la sua illibatezza della vita e per l’austerità nei costumi.

Mi conforta il pensiero che, trapiantato nei giardini ubertosi di San Francesco, darà frutti più abbondanti e squisiti di virtù e mi ricorderà nelle sue ferventi orazioni per ottenermi misericordia dal Signore”.

L’attento parroco, con la felicissima ed insieme efficacemente figurativa espressione “trapiantato nei giardini ubertosi di San Francesco” e con l’altra quasi profetica “darà frutti più abbondanti e squisiti” dà il senso della continuità, nel frutto, delle elette doti spirituali e virtù morali e religiose del suo raccomandato, ne è tanto sicuro da affermare “mi conforta il pensiero che ... mi ricorderà nelle sue ferventi orazioni per ottenermi misericordia dal Signore”.

Dopo la guarigione, al suo ventinovesimo anno d’età, lascerà Gesturi per il convento dei cappuccini di Cagliari: il lungo periodo di Gesturi della sua vita è finito.