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Ambiente storico

Studiando i dati biografici, si possono notare tre periodi nella vita di fra Nicola da Gesturi. Il primo, vissuto a Gesturi, intercorre dalla nascita alla partenza per Cagliari (1882-1911), durante il quale compie la sua formazione umana e cristiana. Il secondo abbraccia i 47 anni di vita trascorsi in religione tra i cappuccini (1911-1958). Il terzo comprende l’ultima settimana di vita fino alla morte (1-8 giugno 1958).

PRIMO PERIODO

Nell’Ottocento avviene qualcosa d’eccezionale per la Sardegna: il mondo scopre la Sardegna ed i sardi scoprono il mondo. Principe degli scopritori della Sardegna è Alberto La Marmora, uomo d’ingegno e cultura veramente straordinari, che amò l’Isola come pochi l’ hanno amata e fece dello studio di essa una missione. In realtà anche tedeschi, inglesi e ancor più francesi avevano pubblicato e dedicato molte pagine alla Sardegna. Gli italiani non s’affannarono troppo intorno all’Isola. Da questi scritti l’Europa scopri dell’isola, i millenari monumenti, le tradizioni e i fuori legge. Una Sardegna rutilante del colore dei costumi, desolata nelle sue solitudini, bella e sconcertante nel fascino dei suoi misteri.

Furono i moti per la conquista delle libertà costituzionali, gli slanci generosi dei volontari delle guerre per l’indipendenza italiana, Vittorio Emanuele II e Garibaldi a far scoprire il mondo ai sardi. A contatto con uomini d’altre regioni ed altri stati, essi acquistarono sempre più coscienza delle loro possibilità, delle loro necessità e dei loro diritti. Questo è il fatto più saliente dell’Ottocento sardo: la Sardegna non è più una terra lontana ed ignorata, i nuovi sistemi di comunicazione si preparano a farne un elemento attivo della vita italiana, elemento che avrà il suo peso nell’andamento della vita economica, sociale ed artistica. Comunque l’isola aveva cominciato a vivere la sua giornata storica europea quando la corte sabauda si installò in Sardegna. Fu Carlo Emanuele IV che dopo l’abbandono della reggia di Torino riparò, nel marzo 1799, a Cagliari con la moglie Maria Clotilde di Francia e tutta la famiglia reale.

L’isola, che da secoli portava il titolo di regno senza che però mai un re avesse avuto reggia e trono, per un ventennio ebbe realmente sovrano, principe e principessa, e perfino un corpo diplomatico accreditato presso la corte reale di Cagliari. Carlo Emanuele IV e Vittorio Emanuele I attesero e sperarono nella nuova reggia la fine dell’avventura napoleonica. Fu in questi agitatissimi anni che, per la prima volta nella storia del regno di Sardegna, l’isola fu governata da un principe come vice re: Carlo Felice, uno dei più saggi, munifici e previdenti amministratori che mai abbiano avuto i sardi. Carlo V pensò alla Sardegna solamente come ad una fortezza, ma si devono a Filippo II e a Filippo III le Università sarde. Al contrario di Vittorio Emanuele II che, dimenticò completamente l’isola, Carlo Felice vi aprì strade e porti, favorì gli artisti e gli scienziati sardi, aprì musei, fondò accademie, innalzò edifici e monumenti. Nel primo cinquantennio dell’Ottocento la Sardegna subì una vasta e articolata serie d’interventi: da essi in gran parte derivano la sua struttura e la sua situazione attuale, in quanto risultato dell’incontro fra la secolare situazione su cui agì la legislazione piemontese di quegli anni, i contraccolpi traumatici che vi provocò e l’eredità dei problemi non risolti che essa lasciò nella compagine economica e civile dell’isola.

Dopo quattro secoli di non sempre gloriosa esistenza, la fine del Regno di Sardegna fu stabilita dagli stessi sardi in un clima d’entusiasmo e di fede che pervase l’Italia all’annuncio delle riforme gradualmente concesse nel periodo 1846-1847 da Pio IX e da Carlo Alberto. Non diverso significato doveva assumere la richiesta di perfetta eguaglianza tra la Sardegna e gli Stati sabaudi, fusione che produsse nella Sardegna gli stessi effetti che altrove. Tutto ciò si trasformò per i sardi in un diluvio di nuove tasse; essi furono ritenuti come neonati, incapaci a reggersi senza gli uomini del Piemonte, i quali occuparono non solo le cariche più insigni, ma le delegazioni di polizia, le esattorie, la vendita dei tabacchi, la custodia delle carceri ed altri uffici. Tra il 1881 e il 1900 si avverte la crisi dell’occupazione in tutta l’isola, in particolare nelle campagne e nelle miniere, a causa dell’aumento del numero dei senza lavoro. Nelle campagne il fenomeno appare più rilevante per la progressiva emarginazione di una grande massa di contadini. Un numero di ben 72.818 lavoratori della terra sono senza lavoro. A questa relegazione al livello più basso della scala sociale di gran parte della popolazione delle campagne faceva riscontro un allargamento di quella fascia di contadini che, pur in condizioni subordinate, godevano tuttavia di uno status più elevato, e un aumento di dimensioni non insignificanti d’agricoltori che lavoravano terreni propri. Un giudizio altrettanto preoccupato si deve dare quando, dall’esame dei dati sulla composizione sociale della popolazione, si passa a quello del suo livello culturale: il numero delle scuole e degli alunni era in aumento, anche se modesto. Dall’opinione dei contemporanei si ricava tuttavia un quadro assai più grave, tanto che nel 1897, a conferma di una situazione divenuta ormai insostenibile, era stata iniziata “con un’oblazione” di Leone XIII, cioè una colletta in favore dei poveri della Sardegna e, per non essere da meno, a Milano la massoneria aveva preso analoga iniziativa. Dietro istanza dei parlamentari sardi, il governo inviò una commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni dell’isola che, sebbene tutte prive d’esiti pratici coerenti, ebbero se non altro il merito di raccogliere un’impressionante documentazione delle condizioni di sfruttamento alle quali la Sardegna era sottoposta. Non si può dire certamente che l’economia sarda sino al 1887 fosse florida. Tuttavia dopo quell’anno le sue condizioni divennero disastrose, infatti da una parte vi fu il contraccolpo dei disastri bancari (la chiusura degli sportelli della cassa di risparmio di Cagliari, 1886; il fallimento del credito agricolo industriale sardo, 1887; la liquidazione della banca agricola sarda), i quali rovinarono in massa i piccoli produttori agricoli; dall’altra si aggiunsero gli effetti dell’inasprimento della guerra doganale con la Francia. L’intera economia del Mezzogiorno fu in quegli anni colpita dalla brusca interruzione delle esportazioni verso il mercato francese, ma in Sardegna gli effetti furono anche più gravi: crebbe maggiormente il dislivello nei confronti della stessa Italia meridionale. Con la chiusura dello sbocco francese, i sardi si trovarono di fronte all’ostacolo delle alte tariffe di trasporto che accrescevano i costi d’esportazione verso i porti italiani soprattutto nei settori dell’allevamento, dell’olivicoltura e della viticoltura.

Privata del suo mercato tradizionale, l’agricoltura sarda, già strutturalmente debole, toccò il fondo della crisi: una grande massa di disoccupati provenienti dalle campagne si riversò, senza per altro trovare lavoro, nella zona mineraria dell’iglesiente; il flusso migratorio diretto in genere verso il nord Africa si fece più intenso. Nelle campagne rimaste ulteriormente spopolate si ebbe inoltre una recrudescenza del banditismo, risposta che la società diede all’emergere drammatico di queste contraddizioni; anche la pastorizia entrò in crisi. Questo, in effetti, espresse l’esasperata protesta di larghe fasce del mondo rurale sardo.

A cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del nuovo secolo si registrarono significativi mutamenti nella politica delle classi dirigenti nazionali verso la questione sarda. In ragione dei segni di tensione sempre più preoccupanti, provenienti dall’isola, i governi dell’epoca si fecero promotori di una serie di leggi speciali, nel quadro di un’iniziativa volta a configurare una vera e propria legislazione a carattere regionale.

Fu in questo periodo che, fra Nicola trascorse i primi 29 anni di vita a Gesturi, luogo natale, paese agricolo di poco più di duemila abitanti, in una famiglia profondamente religiosa: il padre Giovanni Medda, contadino e la madre Priama Cogoni Zedda, casalinga. Da questa famiglia nacquero cinque figli: tre maschi e due femmine. Gesturi fa spicco nella geografia e nelle cartine geografiche della Sardegna perché dà la denominazione ad uno dei minori altopiani dell’isola: la Giara di Gesturi. Per il resto, Gesturi, non ha niente di più e di diverso dal comune dei villaggi agro-pastorali della Sardegna: un abitato dominato dal grigiore delle sue modeste abitazioni, delle sue strade e delle sue piazze attorno alla sua vetusta Chiesa parrocchiale e al municipio. Una campagna ripartita in terre coltivate ed altre lasciate a pascolo, con un certo amore per la coltivazione delle piante da frutto. Paese quindi, di contadini e di pastori; una popolazione laboriosa, sana di costumi e di non forti dislivelli sociali. Nessun fatto storico, nessun titolo feudale, nessun personaggio storico lo ha fatto emergere fra i non molti comuni dell’isola e della zona storica cui appartiene. L’ambiente paesano, è impregnato di vita cristiana perché raccolto attorno alla sua parrocchia. L’abitazione di Giovanni Medda, apparteneva alla categoria delle ordinarie case del paese. Dopo il cancello d’ingresso, s’apriva uno stretto corridoio in fondo al quale vi era una camera piuttosto grande con il pavimento di fango battuto, divisa da una “cannizzata” e intonacata di fango, in modo da formare due camerette, in una delle quali visse fra Nicola fino alla morte dei genitori. Nel periodo della sua adolescenza, come affermano certe testimonianze, ha frequentato alcune classi delle elementari, ma per mancanza di documenti non si sa né quali classi ha frequentato, né in quali anni le ha frequentate e né con quale profitto. Dopo la morte dei genitori, fu accolto nella casa del benestante Peppino Pisanu padre del marito della sorella Rita. In questa casa viveva come servo, ma senza mercede, contento solo dell’alloggio e del mantenimento quotidiano. Ammalatosi il Pisanu, il servo di Dio lo assisté amorevolmente con vera carità cristiana fino alla fine della sua vita. Dopo la morte del Pisanu, fra Nicola fu accolto in casa della sorella Rita con le stesse mansioni di servo. Invece di fare il garzone presso la sorella avrebbe potuto vivere in piena libertà per conto suo, giacché i genitori gli avevano lasciato in eredità un campicello ed una porzione di casa, ai quali rinunciò a favore dei due fratelli Giuseppe e Salvatore, rimanendo nella casa della sorella fino alla morte del cognato, per poi lasciare Gesturi ed entrare in religione presso i cappuccini.

SECONDO PERIODO (1911-1958)

Questo periodo comprende 47 anni, dal marzo 1911 al maggio 1958. La Sardegna fino al 1850 aveva due provincie monastiche e una stupenda fioritura di cappuccini, tra i quali molti spiccavano per santità, mentre altri ebbero nell’ordine compiti di primo piano. Dopo la soppressione del 1870, i frati della Sardegna si dispersero, chi rifuggiandosi tra i loro parenti nei paesi d’origine, chi passando al clero diocesano, chi prendendo moglie e chi espatriando all’estero. Quei pochi religiosi rimasti fedeli alla regola furono di nuovo chiamati dal P. Luigi da Ghilarza che aveva anche riscattato alcuni dei conventi, tra i quali quelli di Sanluri ed Oristano. Intanto si riordinarono le file e nel 1890 la Sardegna, riunita in un’unica Provincia, fu retta dal Commissario Provinciale Padre Massimo da Siliqua; nel 1900 passò invece sotto la Provincia di Roma con il Commissario Padre Mario da Subiaco, residente a Cagliari. Otto anni dopo, nel 1908 il Commissariato Sardo passò sotto la Provincia Ligure governato dal Commissario Provinciale P. Giuseppe da Genova, al quale nel 1911 successe il P. Martino da Sampierdarena che governò la Sardegna fino al 1920, quando il 15/10 per decreto generalizio da Genova, si passò alla Provincia di Lucca, essendo Commissario Provinciale il P. Angelo da Terrinca, coadiuvato da due assistenti, i Padri Ignazio da Carrara e Luigi da Ploaghe.

Fu sotto questo Commissariato che incominciò la rinascita dei religiosi cappuccini in Sardegna. Infatti, s’iniziò la pubblicazione del bollettino “Voce Serafica della Sardegna” per risvegliare la devozione al Venerabile Fra Ignazio da Làconi, venerato oggi nell’isola e in tutta la Chiesa Cattolica con l’aureola di Santo. Si aprì il seminario serafico per i ragazzi che avessero manifestato una certa vocazione alla vita religiosa e sacerdotale. Si costruì il salone per le attività del Terz’Ordine Francescano. In occasione del settimo centenario della morte del Serafico Padre S. Francesco si costruì il nuovo braccio del convento dalle fondamenta del terzo piano.

Ma la "via crucis" per la Sardegna non era finita, nel 1930 con decreto generalizio del 4 aprile fu di nuovo incorporata alla Provincia di Roma. Mentre iniziava il periodo forse più triste, in quanto la Sardegna era considerata una colonia, fu anche il periodo della rifioritura delle vocazioni, sia al sacerdozio sia allo stato dei fratelli laici. Nel 1946 con decreto generalizio ci fu l’autonomia completa, da prima con un Commissariato Generale guidato da Padre Federico da Baselga della provincia di Trento poi, solo dopo tre anni, dichiarato Commissariato Provinciale retto dallo stesso Padre Federico, ma per soli due anni, al quale subentrò come Vicario Provinciale il Padre Filippo da Cagliari, rieletto poi come Commissario per due trienni successivi 1952-1958.

Fra Nicola ha vissuto in tutta questa trafila di successioni sia di Provincie che di Superiori. Anzi fu proprio sotto la Provincia di Genova che venne ricevuto nell’Ordine, poi fece il noviziato, la professione semplice e la solenne. Ci si chiede come mai dalla professione semplice, 1914, alla professione solenne, 1919, siano passati cinque anni e non tre dato che l’età canonica era regolata secondo il diritto canonico e secondo le costituzioni dell’Ordine. Per la precisione, dalla professione semplice a quella solenne passarono quattro anni, tre mesi e quindici giorni (01/11/1914 - 16/02/1919). Una spiegazione a riguardo non la si può dare in quanto nei documenti d’archivio non risulta alcuna notazione. Confrontando il registro delle professioni solenni notiamo che, anche per gli altri compagni di noviziato e professione semplice, vi era il succitato allungamento dei tempi. Da notare che due compagni chierici, fra Antonio Maria da Santa Giusta e fra Bernardino da Mogoro, non risultano in quanto il primo rientrò nel secolo, il secondo è deceduto sotto le armi durante la guerra: fra Giacomo da Serrenti ha professato il 19 novembre 1918 dopo quattro anni e diciotto giorni dalla professione semplice; fra Filippo da Donori e fra Ambrogio da Sassari, chierico, hanno professato insieme il 15 giugno 1919, dopo quattro anni, sette mesi e quattordici giorni dalla professione semplice, fra Paolo d’Alghero il 20 marzo 1921, cioè dopo sette anni, quattro mesi e diciannove giorni dalla professione semplice. Da questo si deduce che con molta probabilità vi era una certa consuetudine nel prolungare il periodo di formazione. Non si può credere a trascuratezza sia dei superiori come degli interessati. Nonostante tutte le tappe storiche della Provincia, fra Nicola, ha saputo vivere nella piena osservanza della regola e nell’acquisto delle virtù. Il Padre Federico da Baselga, Commissario Provinciale per la Sardegna nel Processo Informativo testimoniò: “… non so spiegarmi come lui conoscesse e praticasse certe devozioni o riti, la cui osservanza, o venivano da Roma o erano stabilite dal convegno dei superiori e non era stata fatta alcuna pubblicazione”.

PERCHÉ IL NOME FRA NICOLA DA GESTURI?

Nell’Ordine dei Cappuccini già al tempo di fra Nicola, al momento della vestizione spettava al postulante la scelta di un nome nuovo, diverso da quello battesimale; non tanto per un fatto di devozione, quanto un segno dell’impegno del cammino spirituale che il candidato ha da intraprendere come se proclami di voler seguire un altro modello d’eroismo spirituale già attuato, e da prendere come ideale riferimento sia di pensiero che d’opere. Sotto tale prospettiva era lo stesso convento di Cagliari che offriva a Fra Nicola gli esempi di due Servi di Dio già morti in odore di santità i cui corpi riposano nella Chiesa conventuale in due tombe vicine: Fra Nicolò da San Vero Milis, morto a Cagliari l’8 gennaio 1707 all’età di 76 anni; e Fra Ignazio da Làconi, morto anch’egli a Cagliari l’11 maggio 1781 all’età di 80 anni. Due esempi di vita vissuta in assoluta somiglianza sia sotto l’aspetto religioso che spirituale; entrambi trascorrono la gioventù nei lavori della terra e della pastorizia, nel timore di Dio a mirabile esempio di perfezione cristiana. Entrambi vestono il saio cappuccino, al finire dell’età giovanile. Entrambi tra la venerazione di tutti per le esimie virtù di umiltà, carità e semplicità. L’introduzione della causa di beatificazione di fra Ignazio da Làconi era già stata segnata dal Sommo Pontefice Pio IX, il 4 maggio 1854 e che lo stesso Pontefice ne aveva già dichiarato le virtù in grado eroico il 26 maggio 1869.

E’ appunto in loro onore che il postulante Giovanni Medda sceglie il nuovo nome di religioso, facendosi chiamare fra Nicola: un atto d’umile rinunzia di un nome a favore di un altro divenuto prestigioso per l’aureola di santità che ormai circonda fra Ignazio da Làconi; e non di meno un atto d’amore verso fra Nicolò da San Vero Milis, non ancora aureolato di santità ma che, col suo esempio, ebbe ad aprire la via della gloria e della santità a fra Ignazio da Làconi. Due supposizioni che si accordano a vicenda senza che la prima escluda la seconda, perché umiltà e carità sono due virtù in perfetta armonia spirituale nell’anima che le accoglie.

TERZO PERIODO (1-8 GIUGNO 1958)

Quest’ultimo periodo si svolge tra l’infermeria Provinciale dei cappuccini a Cagliari e la Clinica Lay.

La domenica 1 giugno del 1958, ormai stremato, fra Nicola si presentò al padre guardiano con semplicità, chiedendogli di essere esonerato dalla questua perché non aveva più forze. Il padre guardiano capì che si avviava alla fine, e lo inviò nell’infermeria. Aggravatosi, fu ricoverato nella Clinica Lay, dove fu operato d’urgenza a causa di un’ernia crurale strozzata. Rimase in clinica quattro giorni, assistito amorevolmente dal personale paramedico e dai confratelli del convento di Cagliari. Peggiorato ulteriormente, il quinto giorno, sabato 7 giugno, venne riportato nell’infermeria dove quasi tre ore dopo, spirò: erano le ore 0.15 della domenica 8 giugno 1958.