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Amore Eroico

AMORE EROICO VERSO DIO

Anche la carità è una virtù teologale e un dono dello Spirito Santo. Non siamo noi che acquistiamo la capacità d’amare Dio, ma è Dio a donarci la capacità di amarlo. Non è la carità cristiana una espressione qualunque d’affezione e di benevolenza: è la capacità di amare così come Dio ama, per la ragione che è comunicazione della vita divina, che è Amore. Nulla è più grande quanto Dio; e se Dio è amore, nessun amore è grande come il divino.

Il Concilio Vaticano II parlando della vocazione universale alla santità sostiene “…Il dono primo e necessario (dello Spirito Santo) è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Lui… La carità… quale vincolo della perfezione e compimento della legge, regola tutti i mezzi della santificazione, dà loro forma e li conduce a compimento” (LG n. 42).

Fra Nicola dentro questo amore si è tuffato, collocando Dio al di sopra di tutto, vivendo in continua comunione con Lui.

Lo spirito di contemplazione prova il suo amore incondizionato a Dio. Anche su questo i testi sono eloquenti.

Pisanu Giovanni, figlio della sorella Rita “… Dio era l’oggetto più grande del suo amore. All’amore di Dio, subordinava l’amore a se stesso e alle creature. Per lui prima veniva Dio, poi l’anima, poi il corpo”.

Il Padre Eusebio Cirronis da Mogoro, suo superiore afferma:

L’amore verso il Signore era tutta la sua vita; … Tale espressione di vita era caratterizzata dalla spiritualità francescana, vivendo i misteri della fede secondo i tempi liturgici nella letizia o nel dolore, conforme alla “tonalità” francescana”.

Fra Igino Boi da Siurgus Donigala attesta:

“Il servo di Dio era sempre fedele alla volontà divina espressa nei comandamenti di Dio e nei precetti della Chiesa, come anche in tutte le regole della vita religiosa. La sua preghiera continua e le sue conversazioni erano una conferma del suo amore preminente per Dio”.

Un confratello, Padre Benedetto Cocco da Cagliari attesta:

… Fra Nicola si rivelava preso dall’amore per Dio in una misura non comune. Lo manifestava la sua continua attenzione a trovarsi con Dio in ogni ritaglio di tempo e la sua preoccupazione di fare solo ciò che piaceva a Dio. Questo impegno d’amore a Dio non gli consentiva di cedere ad altri interessi anche validi, per lui veniva sempre prima di tutto e di tutti Dio. Se posso dare un mio giudizio egli aveva tutto un suo mondo ed era il mondo di Dio e con Dio. In questa luce egli viveva con gli uomini senza affatto assimilare il mondo comune degli uomini e degli stessi religiosi”.

Il confratello infermiere fra Lorenzo Pinna da Sardara dichiara:

Egli viveva in una tensione continua verso Dio e in tutto cercava di amarLo; tutto questo faceva in modo e in una maniera superiore a quella comune. Egli era fedele a Dio e non veniva mai meno per riguardo alle creature. Ciò che egli faceva per gli uomini era sempre nella fedeltà a Dio, alla preghiera, all’obbedienza, alla povertà e alla vita comune. Egli nel suo parlare e nell’operare rivelava una fedeltà non comune alla volontà di Dio”.

Il primo censore teologo, dà il voto favorevole sugli scritti del cappuccino, concludendo:

Dai pochi scritti, in stile telegrafico, che ci sono pervenuti… traspare un animo semplice, sempre teso verso Dio, nel quale fermamente confida e dal quale aspetta la retribuzione eterna, sicuro della prossima fatta”.

Così pure il secondo censore:

Nella revisione che abbiamo fatto di questi pochi scritti per incarico della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi, non abbiamo riscontrato nulla, che sia in qualunque modo contrario alla fede od alla morale cristiana. I pochi pensieri e sentimenti espressi dal Servo di Dio nelle poche e brevissime lettere sono quelli d’un buon religioso, il quale, nella fedeltà allo spirito della sua vocazione, ispira il suo modo di pensare e di sentire alla luce della fede”.

Una manifestazione molto concreta della carità è la delicata attenzione alla fuga dell’offesa di Dio, un’attenzione che chiamiamo evangelicamente “vigilanza”. Il desiderio di trovarsi sempre più conformato al Cristo si mutava in una vera e propria insoddisfazione della raggiunta purità di spirito. Mezzo eccellente di purificazione era la confessione sacramentale, prima frequente e da ultimo quotidiana. Si affliggeva anche per i peccati degli uomini.

Il confratello padre Paolo Bertelli da Iglesias attesta:

Io ritengo che fra Nicola sia vissuto sempre in grazia di Dio e che abbia usato ogni diligenza per conservare questo tesoro. Egli si rammaricava anche delle debolezze umane… Si affliggeva per i peccati degli uomini ed esortava tutti alla preghiera”.

Padre Bonaventura Margiani, ex Provinciale dichiara:

Tutto ciò che faceva, avevo l’impressione lo facesse per amor di Dio e anche la sua preoccupazione che anche negli altri fosse questa, cioè che amassero il Signore, tanto che invitava i peccatori a confessarsi”.

Il confratello fra Serafino Melis attesta:

Agiva sempre in conformità ai voleri di Dio e per suo amore; si affliggeva per i peccati degli uomini. Ricordo che in occasione del bombardamento del 28 febbraio, mentre io piangevo per la “disgrazia”, fra Nicola ripeteva: “Bisogna piangere per quelli che muoiono in peccato mortale. Se Dio non ha misericordia…””.

Padre Mariano Pinna da S. Vero Milis, uno dei suoi guardiani conferma:

A me sembra che il Servo di Dio non abbia mai mancato ai comandamenti divini, dato che il suo atteggiamento era quello di un religioso esemplare…”.

Altro confratello, Padre Giulio Baldus da Samatzai dichiara:

La conoscenza che ho di lui mi induce a credere che per fra Nicola, Dio costituisse lo scopo primario della vita.

Posso attestare che in tutte le espressioni della vita del Servo di Dio era chiara la sua non comune fedeltà ai comandamenti divini”.

Per alimentare l’amore di Dio fra Nicola si serve della preghiera insegnandone il senso, l’ordine e l’importanza. Preghiera comune e preghiera privata; preghiera in convento e fuori: una vita fatta di preghiera. Sono in tanti, religiosi e laici, a ricordare il posto tenuto da fra Nicola in Chiesa, dirimpetto all’altare maggiore, nel coro della Chiesa conventuale.

Il confratello Padre Ilario Melis da Quartu S. Elena così depone:

Per quanto mi risulta, tutta la sua vita non fu altro che un anelito verso Dio al quale dedicava la sua preghiera, la sua sofferenza, e il suo lavoro… Il suo atteggiamento comune era il raccoglimento presso l’altare del Santissimo, l’immagine dell’Immacolata o lo stare in un angolo della Chiesa del convento con un libro di preghiera oppure col rosario in mano: parlava poco e pregava molto… Ricordo che durante l’esposizione del Santissimo o dinanzi al “Sepolcro” stava in adorazione per delle lunghe ore e passava la notte, dal Giovedì al Venerdì Santo, dinanzi al Santissimo…”.

Un confratello della provincia monastica di Foggia, Padre Lino Barbati da Prata afferma:

Per quanto possa aver visto, ritengo che il Signore occupasse il primo posto nella vita del Servo di Dio. M’induce soprattutto a crederlo il suo spirito di preghiera che praticava in modo abituale, il suo usuale atteggiamento sempre composto e modesto tale da far presumere il suo raccoglimento in Dio”.

Don Ettore Zicchina, sacerdote, dichiara:

A me sembra di poter considerare com’espressioni del suo grande amore a Dio il tempo lunghissimo dedicato alla preghiera, al punto di alzarsi prestissimo per trovarsi con Dio. Così pure il grande raccoglimento durante la Comunione”.

Padre Filippo Pili, ex Commissario Provinciale depone:

“Fra Nicola era una persona di poche parole; perciò non è che dai suoi discorsi si possa dedurre che egli amasse il Signore in modo straordinario. Ci sono però i suoi atteggiamenti, le sue azioni e soprattutto la sua contemplazione e meditazione continua. Perfino quando camminava, in tram, era assorto in preghiera o leggeva qualche libriccino di vita spirituale”.

AMORE EROICO VERSO IL PROSSIMO

Nessuno s’illuda d’amare Iddio se non ama il fratello. Gesù ha lasciato il supremo mandato “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri” (Gv. 13,34). C’è il monito dello Spirito Santo: “Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1 Gv. 4,20).

Da tutti gli atti processuali si ha la prova che Fra Nicola ha esercitato la carità verso il prossimo in maniera eccezionale ed eroica per tutta la vita. Amò i fratelli, quelli del convento e quelli del mondo. Non aveva, lui povero per vocazione, ricchezze e beni materiali da distribuire; ma dispensava i tesori di quell’amore divino che gli ardeva nel petto.

Le testimonianze, in questo campo sono diverse e precise.

Padre Giulio Baldus da Samatzai attesta così nel Processo Informativo:

Mi pare che sia la virtù maggiormente praticata, per quello che mi risulta. L’esercitava in convento, non per carattere remissivo ma proprio perché vedeva nella carità il fondamento della sua santificazione. Amò indistintamente tutti i confratelli, i più dotati e i meno dotati, anzi spesso manifestò la sua carità verso qualcuno che esprimeva poca simpatia e invidia. La carità più grande la manifestò verso i Superiori, per i quali aveva venerazione. Così pure verso i sacerdoti, dinanzi ai quali spesso si inginocchiava. E’ venuto incontro a qualsiasi categoria di bisognosi col suo conforto spirituale e materiale se autorizzato dai Superiori”.

Nel processo cognizionale lo stesso padre attesta:

L’amore per il prossimo da parte del Servo di Dio è stato, a mio giudizio, non comune e straordinario. Per me ne costituisce una prova il fatto di essere vissuto per diversi anni in religione con frati di differente carattere e mentalità, con superiori di differenti esigenze, senza aver mai proferito nei confronti di qualcuno lamentele, giudizi non positivi, critiche, ecc. In particolare verso i superiori ha dimostrato sempre lo stesso rispetto, stima e disponibilità”.

Il padre Federico Baldessari da Baselga (Trento), attesta:

Verso i confratelli era tutto sollecitudine e devozione; verso le persone di fuori, giudico che fosse un eroe di carità perché sempre assediato da devoti che si raccomandavano alle sue preghiere”.

La quasi totalità dei testi mette in risalto l’esercizio da parte del Servo di Dio, delle opere di carità spirituali e corporali.

Il confratello fra Serafino Melis da Guasila attesta:

Con i peccatori: diverse volte vennero dal Servo di Dio persone lontane dalla Chiesa e di poca fede per chiedere consiglio e una parola opportuna. Egli li ascoltava con la solita pazienza con cui ascoltava tutti, e qualche volta ho potuto sentire dalla sua bocca questa espressione: “Povera gente! Se non li aiuta la grazia di Dio, come faranno?”… aveva dai superiori il permesso abituale di poter venire incontro alle necessità dei poveri, cosa che egli faceva di gran cuore, come diverse volte ho potuto constatare di persona. E con loro usava sempre amabilità come faceva con tutti”.

Il confratello fra Igino Boi da Siurgus Donigala, afferma:

Nei riguardi dei poveri e dei bisognosi egli era sensibile e perciò col permesso dei Superiori, li aiutava come poteva; altrettanto faceva con gli ammalati e con tutti quelli che avvicinava dando loro sempre una buona parola che li portava a Dio. Anche qualche confratello ricorreva a lui per aiuti spirituali ed egli con umiltà diceva la parola opportuna. Non ho mai visto o sentito parlare d’alcuna mancanza di carità verso il prossimo”.

Padre Benedetto Cocco da Cagliari dice:

Verso tutti e in particolare verso i peccatori aveva parole buone, brevi che volevano condurre a pensare a Dio. Egli non era uomo di prediche, l suo atteggiamento verso la debolezza degli altri non era di scandalo irritato, ma d’umile compatimento. Anche nei

riguardi delle comuni fragilità dei confratelli egli non pronunciava alcuna parola di giudizio o di rimprovero”.

Fra Lorenzo Pinna da Sardara, attesta:

Nei riguardi dei parenti, mi risulta che egli serviva con fedeltà il cognato e la sorella prima di farsi religioso. Da cappuccino qualche volta aiutava un nipote povero, ma col permesso del Superiore e nel rispetto della sua povertà religiosa. Ho sentito da persone degne di fiducia che esse vedevano fra Nicola recarsi da una famiglia vicina per consegnare una certa quantità di ciò che aveva ottenuto nella questua. Ma ciò che mi colpiva era la sua partecipazione interiore alle sofferenze e alle umiliazioni delle famiglie povere, di cui veniva a conoscenza. Non poteva fare a meno di esprimere a parole, accompagnate da un sospiro, il suo dolore per i poveri… Nei confronti dei peccatori o increduli o avversari della Chiesa, egli aveva compassione, si asteneva dal giudicarli, fiducioso sempre nella misericordia di Dio che egli implorava con preghiera frequente”.

Padre Angelo Zaccheddu da Meanasardo attesta:

Quando rientrava dalla questua, anche se molto stanco non dava alcun segno d’insofferenza per la gente che lo aspettava in convento, ma sia pure col suo modo di fare modesto, sapeva dare il giusto tempo per l’ascolto e per una buona parola a conforto dei fratelli… Confermo che la carità di fra Nicola si distinse specialmente nei confronti dei poveri, bisognosi, ammalati, peccatori e nemici della Chiesa”.

Anche l’infermo è, a suo modo, un povero: l’infermità è indigenza di salute fisica. Gli infermi furono oggetto della carità di fra Nicola, che pregava dal Signore la guarigione e il carico delle loro

malattie sopra di sé. Si ammalano anche i frati. Fra Nicola non mancava di visitarli e di volgere loro parole di conforto e di rassegnazione alla volontà di Dio.

Ecco alcune testimonianze:

Il confratello fra Serafino Melis da Guasila:

Per gli ammalati: aveva un permesso abituale da parte

dei superiori, per poterli visitare sia nel loro domicilio, sia negli ospedali; quando veniva richiesto per queste sue visite, in casi particolari, il Servo di Dio amava parlarne anche con i superiori”.

Nel Processo Informativo, lo stesso confratello aveva così dichiarato:

Quando qualche confratello si ammalava, era il primo ad accorrere per fargli visita; inoltre prima di uscire e quando rientrava non faceva a meno di fare la sua visita all’ammalato”.

Padre Benedetto Cocco da Cagliari:

Nutriva particolare amore verso i poveri, gli afflitti e gli ammalati. Ricordo che durante la questua non era solito entrare nelle case anche se invitato; ma se qualche volta entrava in una casa, senza essere chiamato, lo faceva per prestare conforto a qualche ammalato e si dirigeva nella camera dell’infermo senza conoscere l’ubicazione della stanza”.

Padre Bonaventura Margiani attesta:

… se c’era un ammalato in infermeria, il primo a visitarlo era lui; e se qualcuno aveva bisogno di lui era sempre pronto”.

Il Padre Filippo Pili, Commissario Provinciale, nella circolare per il decesso, scriveva:

Un apostolato particolare insieme a quello del buon esempio nella questua esercitò nel consolare gli afflitti nell’anima e nel corpo. Gli infermi lo richiedevano spesso al loro capezzale, e la sua presenza era sempre di conforto spirituale ad essi e alle loro famiglie. L’ospedale civile e le cliniche cittadine lo videro spesso aggirarsi angelo consolatore attorno ai candidi letti” (Cagliari, 13.6.1958).

Sempre a proposito d’afflitti e sconsolati specie, durante l’ultima guerra, ne trattano alcuni testi:

Il signor Emilio Montaldo:

Durante la guerra, presso i padri cappuccini era stato aperto un refettorio per i poveri e i bisognosi. Anch’io date le circostanze in cui mi trovavo vi fui ospite per diverse volte.

Notavo che fra Nicola era sempre presente, attento, e servizievole con tutti mentre con umiltà serviva a tavola”.

Il confratello Padre Eugenio Serra:

… sono venuto a conoscenza di quanto il Servo di Dio fece durante l’ultimo conflitto (1940-1944). Egli non si allontanò da Cagliari, mentre quasi tutti gli altri se n’erano allontanati per paura dei bombardamenti. In quel periodo, insieme al Padre Giorgio da Riano e a qualche altro Confratello, egli si dedicò con assidua e costante carità verso gli sbandati e verso coloro che nonostante i pericoli, non avevano voluto lasciare le loro case, provvedendo col suo lavoro ai loro bisogni nel cibo”.

La signora Ghiani Dolores ved. Alziator:

In particolare ricordo di aver sentito da mio marito – che poi ne riferì nei suoi scritti raccolti nel volume “L’elefante sulla torre”- che avendo egli incontrato una volta nel 1943 il Servo di Dio tra le macerie della città bombardata ed evacuata… dal contesto del racconto di mio marito se ne desume che fra Nicola era rimasto in città durante la guerra, per obbedire allo spirito di carità che l’animava, e non per costrizione di altri. Voglio riferire il seguito di quel racconto: nel breve dialogo, mio marito domandò a fra Nicola come mai si trovasse in città e non fosse sfollato come tanti altri. Al che fra Nicola, di rimando chiese: “E lei, tenente, perché si trova qui?”. Avendo mio marito risposto: “Per obbedire al mio re”, fra Nicola concluse dicendo: “E io ci sto, per obbedire al mio Signore”.

Una particolare predilezione, il servo di Dio l’aveva per i bambini che gli venivano presentati dalle mamme.

Il Commissario Provinciale, padre Filippo Pili nella sua lettera circolare per il decesso, scriveva:

Le mamme appena lo scorgevano, inviavano i loro piccoli a correre incontro al frate per dargli l’obolo e avere in compenso un sorriso e una carezza ch’era sempre una benedizione”. (Cagliari, 13.6.1958).

Padre Mariano Pinna da S. Vero Milis, attesta:

… in modo particolare mostrò di prediligere i bambini, con i quali si tratteneva sorridendo più volentieri che con gli adulti…”.

Fra Nicola aborriva la critica e la mormorazione:

Il padre Filippo Pili nella sua circolare per il decesso scriveva:

Austero con se stesso con gli altri si mostrava di una delicatezza e di una carità singolare. Nessuno di noi ha mai potuto sorprendere sul suo labbro una mormorazione o qualche giudizio amaro nei riguardi del prossimo, di cui giustificava almeno le buone intenzioni”. (Cagliari, 13.6.1958).

Lo stesso Padre nel Processo Informativo così deponeva:

Durante tutta la mia vita religiosa mi pare che nessuno lo abbia eguagliato soprattutto nel non mormorare e nel non criticare il prossimo, né mai ho inteso uscire dalla sua bocca alcuna parola offensiva contro il prossimo e anzi quando altri proferivano qualche giudizio severo verso il prossimo, fra Nicola, non potendo salvare l’azione, salvava almeno l’intenzione.”.

Padre Lino Barbati della Provincia monastica di Foggia:

… qualche volta mi sono permesso di stuzzicarlo per metterlo alla prova, parlandogli di qualche caso che poteva stimolare ad apprezzamenti negativi: mai il Servo di Dio ha detto una parola sugli altri che potesse offendere non solo la carità come tale, ma neppure gli aspetti meno considerati di questa virtù”.

Il confratello Padre Mariano Pinna da S. Vero Milis:

“Il Servo di Dio, verso i superiori ebbe quelle attenzioni comuni ad ogni buon religioso; verso i confratelli meno esemplari, dava l’esempio di una vita d’impegno nei suoi doveri”.