Sei qui: Home Biografia di P.Giorgio
ord Amedeo.jpg

Biografia a cura di P.Giorgio

A cura di Padre Giorgio da Riano

Il Santarello

S. Ignazio nacque in Làconi dai coniugi Mattia Peis Cadello e Anna Maria Sanna il 17 dicembre 1701, e fu battezzato il 18 con i nomi di Francesco, Ignazio, Vincenzo. Era il secondo di 9 figli.

I genitori cercarono di educarlo nel santo timore di Dio, e fin dalla più tenera età vi scorsero i segni di una benevolenza speciale del Signore. Il padre non si saziava di contemplarlo, e, spesso, quando la mamma lo teneva in grembo, si poneva in piedi avanti a lei, con le braccia conserte, quasi estatico, a considerare la precoce bontà del suo figliuolo.


Crebbe fin dalla più tenera età così dedito al bene e alla virtù che lo chiamavano il Santarello. Le mamme lo additavano ai loro figliuoli come esempio da imitare per la sua compostezza, obbedienza e devozione; e Dio fin dalla più tenera età l’adornò col dono dei miracoli e delle profezie, moltiplicando più d’una volta il pane e predicendo ai suoi coetanei chi di loro sarebbe andato prima in paradiso.

Stette nella casa paterna, fra il lavoro dei campi e la pratica della mortificazione e delle altre cristiane virtù, fino all’età di 20 anni; età in cui si decise di abbracciare la vita religiosa nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, a cui Dio da vario tempo lo chiamava.

Il voto ed il richiamo

Le grandi decisioni incontrarono sempre difficoltà.

Vincenzo (così si chiamava al secolo fra Ignazio) nella sua famiglia è felice.

È povero, ma di una povertà cui nulla manca: ha una casetta e un campicello e il necessario alla vita, ma più di tutti ha la pace della sua coscienza e l’amore dei suoi cari che lo ritengono un angelo del cielo in mezzo a loro.

Tuttavia questo fiore così vago ed olezzante di virtù non è sbocciato per stare in mezzo al mondo: Dio lo vuole per sé nel giardino ubertoso della vita religiosa: e dà al pio giovanetto il gran dono della vocazione francescana. Una santa ispirazione agita continuamente il suo cuore: diventare Frate Cappuccino. Palesa ai suoi cari questa divina chiamata, ed essi, mentre non lo contraddicono, cercano di trattenerlo con mille pretesti. Dio però vuol riportare vittoria, ed una infermità riduce in fin di vita il povero Vincenzo. In questo stato promette a Dio che, se gli ridarà la salute, si farà frate; e il giovane guarisce, ma non riesce a decidersi, a dare uno strappo al mondo e nascondersi in un chiostro; e ripiglia le sue ordinarie occupazioni. Va in campagna e si dedica alla coltivazione del campo. Un giorno però, mentre torna dalla campagna sopra un cavallo, la bestia, che era stata sempre docile e mansueta, in un istante imbizzarrisce e si dà a precipitosa fuga. Ogni sforzo è inutile per frenarlo, la via è scoscesa e il luogo pericoloso. Nel pericolo Vincenzo si rammenta della sua vocazione e promette a Dio che, se lo libera, immancabilmente si farà religioso. Fatta la promessa, come per incanto, il cavallo si ferma, e Vincenzo giunge sano e salvo a casa sua.


L’ideale raggiunto

Dopo questo nuovo prodigio rompe ogni indugio, e Vincenzo si decide ad entrare in convento, ad assecondare la chiamata di Dio. Anche i parenti non lo trattengono più: ormai anch’essi sono persuasi che Dio lo vuole e il 3 novembre del 1721, fra gli amplessi dei suoi e le lacrime della mamma, Vincenzo, assieme al babbo, intraprende il lungo cammino per Cagliari che dista da Làconi circa 68 chilometri.

Giunti a Cagliari, si presentano al convento di Buoncammino, ma non tutto andò come sperato: il Provinciale, Padre Francesco Maria da Cagliari, vedendolo piuttosto debole, rifiutò di riceverlo.

Grande fu il dolore di Vincenzo, ma anche questa difficoltà, con la preghiera e l’aiuto del Marchese di Làconi, fu superata.

Ottenuta l’obbedienza, andò a S. Benedetto, allora nelle campagne di Cagliari, convento del noviziato, e licenziatosi dal padre, il giorno 10 novembre del 1721 vestì le sacre lane col nome di Fra Ignazio.

Il suo noviziato non fu privo di contrasti; il demonio fece gli ultimi sforzi per allontanare quest’anima prediletta dalla santa vocazione. I primi sei mesi passarono bene, e la sua anima godeva una calma e una pace paradisiaca. Il P. Luigi da Nureci, maestro dei novizi, religioso santo ed illuminato nelle vie di Dio, l’aveva pienamente compreso; ma non fu così del P. Giuseppe da Iglesias, eletto maestro nel capitolo del 15 maggio 1722.

Le prove furono così aspre e rigorose, che un giorno, non riuscendo, per debolezza, a salire le scale con una pesante brocca d’acqua, si rivolse, per aiuto, alla Madonna, la quale misteriosamente parlandogli da una statuetta, posta in una nicchia in cima alle scale, benignamente lo confortò.

Finito il santo noviziato, il 10 novembre del 1722 fu ammesso alla professione religiosa.


Nell’aspro cammino

Fra Ignazio è provetto nelle virtù, ma ancora non è compreso: ben altre prove ci vogliono per persuadere i religiosi che egli è un’anima tutta di Dio. Incomincia l’aspro cammino. Da S. Benedetto fu destinato di famiglia nel convento di Iglesias con l’ufficio di dispensiere e di cercatore della campagna. La sua virtù cominciò ad irradiare con prodigi. Una sera ripescò miracolosamente le chiavi della dispensa, cadutegli nel pozzo.

Dopo qualche anno da Iglesias fu trasferito a Cagliari con l’ufficio di “lanino”. In questo ufficio fu una vera fiaccola sotto il tavolo. Sempre da un canto, umile, silenzioso, tutto dedito al lavoro. In questo tempo la sua perfezione interiore fu prodigiosa: egli pose i fondamenti della vera virtù.

Mentre progrediva nella virtù, nessun progresso faceva nel mestiere, quindi, dopo alcuni anni, fu tolto, come non atto a quell’ufficio.

L’apostolo

I superiori apprezzavano grandemente la virtù di S. Ignazio, e toltolo dal lanificio, lo posero a capo dei cercatori per la questua in città. Il che avvenne nell’anno 1741.

Delicatissimo e di grande importanza era questo ufficio, e per il Santo cominciò una vita di apostolo. Egli non faceva solenni discorsi, ma insegnava a grandi e piccoli, a dotti ed ignoranti, con semplicità di parola, le vie del Signore, ma la sua potentissima predica era quella del buon esempio.


Bastava guardarlo quel fraticello, mingherlino, alquanto curvo, con la barbetta rada e il viso pallido, vestito ruvidamente e coi piedi scalzi: bastava guardarlo con l’andatura modesta, gli occhi bassi e la corona del rosario sempre in mano, per sentirsi compreso di venerazione e di amore. Era un Angelo che passava per consolare e confortare tutti: e tutti correvano a lui per chiedere consiglio ed aiuto. Questo apostolato non venne mai meno e, per 40 anni, su e giù per le erte vie della città e per le ripide scale dei palazzi e delle case di Cagliari, non fece altro che edificare tutti, confortare tutti e tutti ricondurre sulla via del bene.

Dio faceva trionfare la sua virtù per mezzo di strepitosi miracoli. Prima quello di Suor Maria Grazia Corte, monaca Cappuccina. Nell’anno 1760 a 20 anni di età Maria Grazia entrò in Monastero, ma la prima notte che s’alzò per andare al mattutino, rimase completamente cieca. Il male si mostrò ribelle ad ogni rimedio, e da tre mesi non ci vedeva più. La madre della poverina si rivolse alle preghiere del Santo e l’intercessione fu così efficace che all’istante guarì.

Né meno strepitoso fu quello dell’olio nella bisaccia. Era giunta da Bosa una nave carica di olio. Fra Ignazio vi andò a chiedere l’elemosina, ma non aveva la fiasca; e quando il padrone chiese il recipiente, Fra Ignazio presentò la bisaccia aprendone la bocca. Il padrone fra l’ironico e lo stizzito, vi gettò l’olio, sicuro che sarebbe andato tutto perduto; invece, con sua sorpresa, neppure una goccia ne trapelava, e il Santo tra l’ammirazione del popolo allegramente lo portò tutto in convento.


Una donna s’era data alla vita di peccato, e per la sua cattiva condotta, non erano pochi coloro che abbandonavano la via della virtù. Il Santo la esortava a lasciare il peccato, ma essa faceva la sorda. Un giorno gli disse che si era data al vizio, perché non aveva da mangiare. Ebbene, soggiunse, tutto pieno di zelo il Santo, lasciate il peccato, ed io penserò, con l’aiuto di Dio, al vostro necessario. Gli empi nel vederlo entrare in quella casa, ne mormoravano, ma Dio giustificò l’innocenza di lui, dando prodigiosamente la loquela ad un neonato che dalla chiesa di S. Anna si riconduceva a casa, dopo il Battesimo.

Fiamma ardente

Sant’Ignazio possedeva in grado eroico tutte le virtù. La sua fede era incrollabile. Sarebbe stato pronto a qualunque martirio, a spargere fino all’ultima goccia tutto il suo sangue per confessare la fede di Cristo.

Come la fede, era salda la speranza. Tutto egli aspettava da Dio, né mai esitò di fronte alle prove più dure della vita. Tipico il fatto che, in un anno di carestia, in un giorno che mancava il pane necessario ai frati del convento, egli, piuttosto che disperare, ebbe tanta fiducia in Dio, da ottenere di convertire le pietre in pane. E la speranza non fallì: le pietre messe nella bisaccia si convertirono in pane caldo e fumante, e la comunità religiosa, per quel giorno, ebbe il necessario sostentamento.

Ma la virtù regina, quella che animava tutto il suo essere, tutta la sua vita, era la carità. L’amore verso Dio e a tutto ciò che si riferiva a Dio: ecco il sospiro ardente del suo cuore, la molla possente, la leva che lo innalzava e sosteneva in tutte le sue virtuose operazioni.

Dio era sempre nel suo pensiero, sempre nel suo cuore, sempre nelle sue parole, sempre in tutto il suo operare. Quando si svegliava il suo primo sospiro era Dio, a Dio pensava quando camminava, a Dio quando operava, a Dio quando mangiava: egli era sempre con Dio, a lui dedicava tutte le sue operazioni, per lui operava e per lui solo; e quando la notte, stanco e sfinito, si gettava a terra o sopra una tavola per prendere un po’ di riposo, il suo ultimo sospiro era rivolto a Dio.

Ma Gesù, il Dio fatto uomo per noi, era oggetto speciale del suo amore e della sua imitazione. Patire per Gesù: ecco il suo programma; amare Gesù: ecco la sua vita. Quante lacrime ha versato sopra la dura passione di Gesù! Quante volte, vinto dal fervore, ha straziato il suo corpo con duri flagelli, squarciando le carni e imbrattando i flagelli e le pareti di sangue!

Ma Gesù non è lontano da noi: egli per noi si è nascosto sotto le specie sacramentali. E Fra Ignazio sentiva questa reale presenza di Gesù. Ed eccolo lì davanti al sacro altare a sospirare, a trovare le sue delizie e il suo paradiso, a subire le dolci estasi d’amore, a pregare per tutti, ma specialmente per le anime purganti e per la conversione dei peccatori.

Delizia inenarrabile del suo cuore era assistere al santo sacrificio della Messa, e gioia suprema era ricevere Gesù. Quanti sospiri, quanti aneliti, quante lacrime! ... Non era più di questo mondo, l’anima era rapita come in una dolce estasi di paradiso. Cercava di comunicarsi ogni giorno ed era tutto intento a conservare col suo diletto la più santa unione.

Dopo Gesù, il suo tenero affetto era rivolto a Maria. Quanto amore per la gran Madre di Dio! Egli se l’era eletta per madre, ed a lei ricorreva con fiducia e confidenza filiale. Davanti al suo altare pregava ogni giorno. Prima di uscire del convento e quando rientrava le domandava, in ginocchio, la santa Benedizione, recitava continuamente il santo Rosario e altre devote preghiere; si preparava con straordinarie mortificazioni alle sue solennità; in tutti inculcava la devozione alla Madre Celeste, e a quanti ricorrevano a lui per aiuto, li esortava a rivolgersi a Maria.

Con Dio, amava tutti i Santi, ma in modo particolare il Padre S. Francesco, fondatore dell’Ordine e S. Felice, primo santo della Riforma Cappuccina.

L’amor di Dio gl’ispirava un grande orrore al peccato, capitale nemico di Dio. Mai si legge che commettesse volontariamente alcuna colpa, benché leggera. Del peccato, in sé e negli altri ne aveva un vero spavento, e sarebbe stato pronto a soffrire qualunque pena e a morire, piuttosto di offendere volontariamente Dio.

L’amore verso Dio era nel suo cuore una fiaccola ardente che bruciava, consumava, distruggeva tutto ciò che non era di Dio; e tutte le creature, piuttosto che formare inciampo, gli erano scala per sollevarsi al creatore.

Fiamma benefica

Quella stessa carità che lo faceva ardere d’amore verso Dio, lo consumava di amore verso il prossimo. Tutti gli uomini riguardava come fratelli, e per tutti in mille modi si prodigava per aiutarli in tutti i loro bisogni spirituali e corporali. Innumerevoli sono le anime confortate, i peccatori convertiti, gli afflitti sollevati.

Da vicino e da lontano, tutti correvano a lui: il convento era mèta di pellegrinaggi ed egli, non solo con mezzi naturali, ma spesso con prodigi e miracoli, tutti confortava. Il suo amore era così ardente e disinteressato che, qualche volta, prendeva sopra di sé i dolori altrui.

Tutte le sventure trovavano compassionevole eco nel cuore del Santo, ed egli, per tutti si commuoveva a pietà, ma il dolore che più scuoteva il suo cuore era quello della madre, e di fronte alla maternità afflitta era così misericordioso che era pronto a tutti i sacrifici, anche a soffrire per sollevarla.

Il 4 giugno del 1775, la Marchesa Donna Francesca Zapata sperimentò questa eroica carità del Santo. Il Marchese, spaventato della difficoltà del parto, lo mandò a chiamare verso le ore 3 del mattino. Giunto in casa il Santo pregò di far celebrare la Messa nella Cappella di famiglia. Finita la quale, la Marchesa dava felicemente alla luce il suo figliuolo Raffaele. Dopo di ciò se ne ritornò in convento, lodando il Signore di aver confortato una povera madre.

Uno dei suoi più cari amori erano i bambini. Li accoglieva sempre con affettuosa bontà, e prodigava ad essi le più affettuose attenzioni. Quando non aveva altro, regalava loro frutta secca e pezzetti di pane fresco che cavava dalla sua manica prodigiosa. Li istruiva nelle verità della fede e li ammoniva ad essere obbedienti e buoni. I piccini gli erano sempre intorno ed egli godeva della loro ingenua confidenza e gaia spensieratezza. A molti di essi ridiede la salute, alcuni risuscitò da morte. Così fece con la piccola che abitava in via Martini. Capitò in casa quando era già morta, e accostatosi al suo lettuccio, la risuscitò.

Il saggio

Chi pensa molto e parla poco è sempre un saggio.

Così il nostro S. Ignazio. Egli meditava sempre, ma parlava poco e preciso, le sue risposte sono vere sentenze. Eccone alcune.

Per inculcare il rispetto a Dio:

Il Signore deve essere servito con tutta religione e deve essere glorificato nei suoi santi e nei suoi ministri.

A chi lo ringraziava dei benefici:

Io non faccio nulla: Dio fa tutto.

A chi lo lodava:

Io sono un nulla: Dio è tutto e tutto opera.

A chi lo riteneva un santo:

Io nulla merito, essendo un misero peccatore: i meriti miei sono quelli di Gesù Cristo.

A chi si raccomandava alle sue preghiere:

Non in me, ma in Dio e nell’intercessione della Madonna riponete la vostra fiducia.

A chi disperava:

Dio è rigorosissimo, ma anche misericordiosissimo. Confidate in lui, e vi darà più di quanto vi bisogna.

A chi si rifiutava di perdonare:

Figlio mio, se tu non perdoni, come puoi pretendere che Dio perdoni a te le offese che gli hai fatte?

Per esortare a fuggire anche l’ombra del peccato:

Chi è fedele nel poco, lo è più facilmente nell’assai.

A chi l’umiliava:

Sia tutto per amor di Dio; altro che questo ha sofferto per me Gesù!...

La sua prudenza risplendeva non solo nelle parole, ma in tutti gli atti suoi: egli senza essere un filosofo borioso, era un vero saggio nella vita e tutti, dotti ed ignoranti, correvano a lui per averne consiglio.

L’angelo

S. Ignazio era una specie di visione celeste su questa terra: gli occhi bassi, il volto sereno, tutto raccolto in se stesso; pareva sentisse disagio di stare in questo mondo e non anelasse che l’eternità.

Tutte le virtù rilucevano in lui. L’obbedienza così pronta che il suo io era completamente annientato. Egli non si muoveva che sotto l’influsso della volontà dì Dio e di quella del superiore. Né vi era cosa per quanto ardua che prontamente non l’eseguisse.

La povertà austerissima: non aveva di proprio neppure la tonaca che indossava.

Ma la virtù che tutta illuminava la sua vita, che gli dava le sembianze di un angelo in carne, era la purezza. L’amava, la prediligeva sopra tutte le altre, non macchiando mai l’angelica virtù. Puro nella mente, puro nel cuore, puro negli atti, puro nelle parole. Il suo spirito non aveva che pensieri di cielo, il suo corpo era martoriato coi più rigorosi digiuni, con cilici e discipline, con veglie e lavoro incessante, affinché non si ribellasse allo spirito, i suoi atti furono sempre improntati alla massima onestà, e la sua bocca mai pronunziò parola che non fosse più che santa e pura. La sua stessa presenza ispirava purezza e le persone, allorché lo vedevano apparire, si componevano, e facevano passare la parola d’ordine: Zitti, passa Fra Ignazio.


Il taumaturgo

Miracoli e profezie sono due doni gratuiti del Signore. Egli può darli a chi vuole, ma l’esperienza ci dimostra che ne adorna le anime a lui particolarmente care per l’eroismo delle virtù, per la santità eminente raggiunta nella via della perfezione. Il nostro Fra Ignazio fu veramente caro a Dio: Dio era l’unico oggetto del suo cuore, ma Dio non si fece vincere in amore e l’adornò di doni del tutto soprannaturali.

Circa i suoi miracoli, un testimone oculare, un pastore protestante, così parla di lui: «Noi godiamo qua una fortuna, la prova che la fede nel miracolo non è ancora estinta nella Chiesa. Noi vediamo cioè tutti i giorni mendicare attorno per la città un santo vivente, il quale è un frate laico cappuccino, che si è di già acquistata, con PARECCHI MIRACOLI, la venerazione dei suoi compatrioti».

Molti sono i miracoli del Santo e di tutte le qualità: morti risuscitati, infermi guariti, ciechi illuminati, sordi che hanno riacquistato l’udito, demoni scacciati, tempeste sedate, animali nocivi fugati, sementi moltiplicate. Dio gli aveva dato il potere su tutto il creato; e fra i molti ecco uno strepitoso.

Nel quartiere di Stampace viveva un ricco signore, ma usuraio. Fra Ignazio ne sentiva così orrore che, per non partecipare alle sue ingiustizie, non vi andava mai a chiedere l’elemosina. La gente ne mormorava e il sig. Gioacchino Franchino – così si chiamava – andò a lamentarsene col Superiore. Il Superiore pregò Fra Ignazio di andare anche dal Franchino a prendere l’elemosina, ed il Santo obbedì.

Ma la prima volta che vi andò, Dio operò uno strepitoso prodigio: il pane ricevuto in elemosina cominciò a stillare vivissimo sangue da macchiarne la bisaccia e colare in terra. Giunto in convento, depose umilmente la bisaccia e si ritirò: ma il Superiore e tutti compresero il mistero di quel sangue: esso era sangue dei poveri.


Come in vita, così dopo morte, e sono innumerevoli i miracoli da lui operati e che si rinnovano ogni giorno. La fede universale della sua potente intercessione è la prova evidente della sua taumaturgica virtù.

Molte anche furono le sue profezie. A chi predisse la salute, a chi l’avvenire, a chi la riuscita di un negozio, a chi lo stato che avrebbe abbracciato. Strepitosa fu quella del 1793. I francesi colla loro potente flotta assediarono Cagliari, ma il Santo per mezzo di sua sorella Suor Agnese, che pregava avanti al suo quadro, predisse che i francesi sarebbero venuti, avrebbero assediata la città, ma non l’avrebbero espugnata. E così fu.

Il bacio eterno

Una vita tutta spesa in servizio di Dio e nel beneficare il prossimo non poteva non avere una morte serena e gloriosa: e Ignazio morì nel giorno e nell’ora da lui predetta. La morte non lo colse all’improvviso ed impreparato, ma si accostò a lui con riverenza come messaggera di Dio, come una celeste liberatrice.

Era l’11 maggio del 1781. Tutto il creato era in festa e nel rigoglio per la nuova stagione di primavera, quando Fra Ignazio, ricco di meriti e di virtù a 80 anni di età e 60 di vita religiosa, confortato dai Sacramenti, assistito da tutti i religiosi della comunità e da numerosi amici e devoti, spirava dolcemente alle ore 3 pomeridiane mentre suonava l’agonia del Signore.

Splendidi furono i suoi funerali. La salma custodita dalle guardie, rimase per tre giorni esposta per dare sfogo alla devozione dei fedeli, i quali in folla accorsero dalla città e dai paesi per vederlo ancora una volta, per avere una qualche reliquia.

Al terzo giorno furono fatte l’esequie, e ad esse presero parte tutte le autorità religiose e civili. Dal capitolo della primaziale fu cantata la messa. Di poi racchiuso il feretro in due casse, ebbe speciale sepoltura in quel luogo stesso dove sempre pregava in ginocchio avanti alla Madonna.

Qui giacque per 159 anni, fintanto che il 14 maggio 1940, le sue reliquie furono gloriosamente riesumate per essere poste in venerazione sugli altari.

Ma il suo sepolcro, più che dallo splendore dei funerali, Dio lo rese glorioso per i miracoli ivi operati. Sono innumerevoli coloro che visitando la sua tomba, sono partiti completamente sanati.

Un bambino sordo-muto viene posto sopra la tomba del Santo, e se ne parte che sente e parla.

Una signorina travagliata da un anno dal morbo di Pot, si prostra sulla tomba del Santo e si alza completamente guarita.

Una bambina è paralitica. Viene posta sulla tomba del Santo, e, dopo breve tempo, sfugge alla mamma, correndo per la chiesa sana e libera.

E così via. E non solo a coloro che s’inginocchiano sulla tomba, ma da per tutto, in Sardegna e in continente, in Italia e all’estero ottiene grazie dal Signore.


La gloria

Il desiderio di vedere il nostro Fra Ignazio glorificato, si manifestò subito, fin dai primi momenti della sua morte. Ma la Chiesa, con procedura rigorosa, non concede l’onore degli altari, se non a coloro che per mezzo di prodigi soprannaturali si rendono degni di tanta gloria.

Quattro sono le guarigioni prodigiose operate per intercessione di Fra Ignazio, e di cui è stato costruito canonico Processo Apostolico, ma dalla Sacra Congregazione dei Riti ne sono state approvate soltanto tre.

La prima è avvenuta in Alghero.

Luigi Salis, di cinque anni, da un biennio è affetto da coxite tubercolare suppurata; i vari rimedi tentati da diversi medici erano stati inutili. Nel giorno 23 agosto 1923, alle ore ventuno, invocato il Servo di Dio, Ignazio, ed applicata, dietro richiesta del bambino, la polvere del suo sepolcro sull’apertura della piaga, egli si trova immediatamente guarito. Infatti dormì placidamente fino alle sette del giorno seguente. Alzatosi quindi dal letto, Luigino incominciò a camminare liberamente.

L’altra guarigione avvenne nel 1928 a Sanluri, nella persona della madre di famiglia Barbara Loi, affetta da cisti di echinococco al fegato. L’esistenza di tale tumore è stata riconosciuta non solo dal medico curante, ma anche dall’esame radiologico. Ma poiché le cure non approdavano a nulla, i medici dichiararono la necessità di un intervento chirurgico. Trasportata a Cagliari, Barbara entrò in clinica per essere sottoposta all’operazione, ma, l’inferma, che da molti mesi si raccomandava a fra Ignazio da Làconi, mentre giaceva sul letto operatorio, e pregava per la sua guarigione, istantaneamente rimase guarita.

La terza guarigione avvenne a Nuoro nell’ottobre del 1933. Francesco Romagna, contadino, sessantenne, già da due anni affetto da ernia inguinale per una lunga cavalcata era diventata infiammata ed irriducibile. Il morbo era giunto a tal punto da essere urgente l’intervento chirurgico ma impossibile a praticarsi nel momento. In queste gravissime circostanze furono innalzate ferventi preghiere dai familiari a S. Ignazio per implorare il suo patrocinio; e l’infermo dopo poche ore rimase completamente guarito.

Questi tre miracoli furono approvati dalla S. C. dei Riti e il 16 giugno 1940 nell’insigne Basilica Vaticana, con rito solenne, fra le acclamazioni di giubilo di tutti i fedeli, il Ven. Fra Ignazio da Làconi dal Sommo Pontefice Pio XII fu solennemente proclamato BEATO.

La glorificazione di Fra Ignazio è avvenuta in un’ora veramente tragica per la nostra nazione. Da sei giorni appena si era entrati in guerra e il giorno 16 giugno, giorno in cui il nostro Fra Ignazio fu proclamato Beato, vi fu la prima incursione aerea su Cagliari. Detta incursione poteva riuscire micidiale, specie per le bombe gettate sulle navi ancorate nel porto e cariche di munizioni e di mine, mentre esse, come guidate da mano invisibile, invece di colpire le navi, cadevano nell’acqua tra una nave e l’altra. Il fatto fu così strabiliante che gli stessi ufficiali si domandavano qual santo li avesse protetti. Si persuasero quando seppero che in quel giorno si beatificava Fra Ignazio.

Finito l’infernale bombardamento, si iniziò la funzione, e nella chiesetta dei frati Cappuccini di Cagliari per la prima volta si venerarono sull’altare il quadro e le reliquie del nuovo Beato.

Nell’eterna luce dei santi

La devozione a Fra Ignazio crebbe dopo la sua beatificazione. Il desiderio di veder raggiunta la meta suprema, era il desiderio di tutti; e il grande taumaturgo cappuccino non tardò ad operare i nuovi prodigi che furono presentati ed approvati per la sua Canonizzazione.

Il primo di questi si verificò a Quartu S. Elena nel 1945 con la guarigione miracolosa della settantunenne Raffaela Tocco, affetta da un cancro al fegato. Ridotta in fin di vita, le furono amministrati i Santi Sacramenti. Un giorno però, mentre si preparava a ben morire, ebbe fra le mani un’immagine di Fra Ignazio. A lui si raccomandò o per guarire o per fare una buona morte. Ma Fra Ignazio le diede subito la guarigione perfetta e completa.

Il secondo miracolo approvato avvenne nel 1947 a Nuoro nella persona della Signorina Grazietta Carroni malata di peritonite tubercolare.

Mentre la giovane attendeva la fine arrivò tra le sue mani un’immagine di Fra Ignazio cui la giovane si raccomandò con fervore, e il 27 agosto 1947 Grazietta ebbe la consolazione di sentirsi dire da Fra Ignazio, apparso accanto al suo letto: «Levati, perché sei guarita, e ringrazia il Redentore che ti ha concesso la grazia». Grazietta si levò subito gridando: «Sono guarita!».

Il 21 ottobre 1951 le due miracolate erano personalmente presenti alla solenne Canonizzazione del Beato Ignazio, nella Basilica Vaticana, formando l’ammirazione di tutti.

Pio XII, il Papa della Beatificazione di Fra Ignazio, è così pure il Papa della sua Canonizzazione. Possa il Nuovo Santo intercedere presso Dio per l’affermazione dei princìpi cristiani nel mondo basati sulla carità e sulla giustizia, e apportare la pace e l’armonia negl’individui e nella società.