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Biografia a cura di P.Sebastiano

 

a cura di  Padre Sebastiano Broccia.

 

L'infanzia di Sant'Ignazio


Dell'infanzia e della prima giovinezza di S. Ignazio, in verità, non conosciamo molto, se si eccettuano le caratteristiche che ci sono state tramandate della sua indole pia. Del resto, non è difficile pensare a lui come ad un bimbo prima e ad un adolescente e giovane poi di un ambiente semplice e modesto, privo di grandi aspirazioni, quale era quello contadino della Sardegna del 1700.

Contadini erano i suoi antenati, i suoi genitori e, senza l'intervento del Signore, contadino sarebbe stato anche lui per tutta la vita. Duro e faticoso era il lavoro dei campi, specie per le famiglie che in quel lavoro avevano l'unica fonte di reddito per la sopravvivenza. Il lavoro non era esclusivo degli adulti, ma gli stessi adolescenti e addirittura i bambini dovevano prestare la loro opera, collaborando così al mantenimento dell'intera famiglia.

Per i bambini perciò, il periodo dei giochi e trastulli, anch'essi ispirati all'ambiente contadino degli adulti, finiva ben presto e dal gioco contadino si passava alla dura realtà del lavoro dei campi. Anche Vincenzo Peis lasciò ancora in tenera età i trastulli, con i carrettini di ferula e i cavallini di canna, per passare al lavoro vero e proprio. Lo immaginiamo accanto a suo padre e ad altri adulti impegnati nella coltivazione dei campi: aratura, semina, mietitura insieme alle altre attività dell'agricoltura. Spesso, come tutti i giovinetti di Laconi, avrà condotto i buoi al pascolo, servendosi come d'uso del cavallo o più spesso del somarello; inoltre avrà dovuto, con quella cavalcatura, provvedere alla legna da ardere per gli usi domestici. Ci chiediamo se questo ambiente contadino, frugale e semplice, abbia aiutato la crescita spirituale del giovinetto Vincenzo, pensando che, come vuole la tradizione, il ragazzo univa il lavoro alla preghiera assidua, fervente, al rispetto dei comandamenti del Signore. Sicuramente il lavoro per lui veniva tradotto in preghiera.

Fu anche spesso, quel tenore di vita, una prova per le sue virtù. Non sempre aveva a che fare, nel lavoro dei campi, con adulti o giovani di morigerati costumi com’erano suo padre e i suoi fratelli. Vi erano anche allora coloro che nel lavoro vedevano solo una dura condanna da parte di Dio. Le intemperie, che talora compromettevano il raccolto, erano per alcuni motivo di bestemmie, di sfiducia in Dio e di ribellione. Non mancavano adulti e giovani che usavano volgarità nelle parole e nei gesti, trovando in ciò una sorta di compensazione al loro stato di povertà. Vincenzo, quindi, dovette ben lottare per non cadere in tali mancanze, e più volte il suo esimersi da tali comportamenti diveniva un fraterno e muto rimprovero. Lo trovò così impegnato il Signore, quando lo chiamò alla sua sequela; e la risposta di Vincenzo non poté essere che affermativa, poiché si apriva per lui una strada non meno difficile di quella dei contadini, ma una strada che sicuramente era per lui quella giusta. A vent'anni, anche i giovinetti di allora sognavano un avvenire che troppo spesso non potevano raggiungere. Vincenzo non sognava, ma era soggiogato da un ardente desiderio di essere tutto del Signore.

Divenne cappuccino e poté costatare che anche fra le mura del convento bisognava quotidianamente lottare; ma poté anche toccare con mano che la fiducia nel Signore e il Suo aiuto possono far vincere ogni battaglia.

All'inizio del terzo millennio anche l'ambiente contadino è cambiato. Il lavoro è reso meno duro dall’uso dei moderni mezzi meccanici; ma penso che non sia cambiato il sognare dei giovani contadini, solo che per loro gli orizzonti dell'avvenire possono allargarsi. Forse più di qualcuno vede il lavoro agricolo poco gratificante e sogna di cambiare attività. Ma se si pensa che questa attività, antica quanto l'uomo e indispensabile per lo sviluppo di ogni popolo – perché in essa è la fonte del nostro sostentamento – allora questo lavoro lo dovremmo considerare sacro.



Fra Ignazio, novizio "raccomandato"

“Raccomandato”? Ma le raccomandazioni, le bustarelle, le tangenti non sono forse roba di un mondo corrotto, ambizioso, venale? Certo! Ma Dio, come si suol dire, sa leggere diritto fra le righe storte!

Il giovinetto Vincenzo Peis di Laconi, per divina ispirazione e non senza travaglio ed ostacoli, si sentì chiamato dal Signore ad intraprendere una vita di consacrazione totale al servizio di Dio e dei fratelli. E scelse anche la strada per attuare questo suo desiderio: l’austero Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Li aveva visti parecchie volte, questi strani uomini rivestiti di un rozzo saio, con la bisaccia in spalla, aggirarsi con portamento umile e dimesso fra le case del suo paese; anzi, alcuni di loro erano suoi compaesani, avendo già da secoli il paese di Laconi dato all’Ordine Cappuccino molti dei suoi figli e i migliori!

Ma Vincenzo Peis, nel suo zelo di consacrarsi per sempre a Dio, imitando quei religiosi suoi compaesani, non si rese però conto che non basta talvolta lo zelo, ma sono necessarie anche delle condizioni tali da consentire la realizzazione della risposta alla chiamata. Nel suo caso, avendo scelto un Ordine austero e avendo ancora scelto di entrarvi in qualità di fratello laico, era necessario che, oltre alla volontà di pregare, era necessario avere anche forze fisiche almeno sufficienti per potersi dedicare anche ai lavori pesanti nel convento, come facevano i fratelli laici.Prima condizione, quindi, una salute ferma, e una costituzione fisica tale da affrontare i rigori della Regola francescana. Ma né lui né i suoi familiari ci pensano; e padre e figlio, agli inizi di novembre del 1721, sono già nella portineria del Convento di Buoncammino, a Cagliari, davanti al Superiore Provinciale, l’unico che avesse l’autorità di ricevere qualcuno nell’Ordine. Chi era costui? Era Padre Francesco Maria da Cagliari. Di lui dicono le cronache che era uomo dotato di grandi virtù e di singolare scienza, sia nella scuola sia nel pulpito. Infatti fu predicatore ricercato e “lettore” di Filosofia e Teologia. Definitore per vari trienni e Custode generale. Fu anche Esaminatore e Qualificatore del Santo Offizio. Ricoprì anche con molta lode l’ufficio di Ministro Provinciale. Perdonava con facilità e grande carità (Cfr Necrologio dei Cappuccini, al 18 Febbraio 1740, pag. 118). Ebbene, possiamo dire che Mattia e Vincenzo Peis si trovarono di fronte ad un cappuccino illustre per santità di vita e di grandi meriti. Ma fu proprio la prudenza e lo zelo del P. Francesco Maria a considerare quel ventenne laconese non idoneo alla vita austera del laico cappuccino. P. Francesco Maria era il garante dell’Osservanza regolare, e giammai avrebbe ammesso ad essa qualcuno che non fosse stato in grado di viverla. Con la grande carità che gli era abituale, pur compiacendosi del buon desiderio del giovane, dovette con rammarico negargli l’ingresso nell’Ordine.

Tornare a Laconi con una grande delusione nel cuore? Già! Ma perché non tentare ancora attraverso qualche altra via? Ma quale? Il babbo, da buon contadino, ha un’idea... Perché non raccontare la vicenda al “padrone”, il marchese di Laconi, che nei mesi invernali aveva la residenza a Cagliari? E poi ... è doveroso che si vada a salutare il Marchese, prima di far rientro in paese!

Eccoli, padre e figlio, nella sala di accoglienza del marchese. Chi era costui? Anche di lui abbiamo delle note personali da far conoscere ai nostri lettori: era Don Gabriele Antonio Aymerich Zatrillas Castelvì, era nato a Nizza il 17 marzo 1670. Uomo dotto e pio, dotato di grande carità e prudenza.

Il racconto della vocazione del giovane Vincenzo e l’amarezza per il diniego, ricevuto dal padre Provinciale, commosse Don Gabriele Antonio. I Cappuccini, e in particolare il Padre Provinciale, sono stati sempre suoi buoni amici; verso di loro molte volte ha dimostrato la sua generosità. L’amicizia vera può risolvere a volte i problemi più difficili ed ingarbugliati. Certo il Marchese non intende assolutamente imporre la sua volontà ai suoi buoni amici. Perciò il suo intervento sarà di umile richiesta: un tentativo, una prova per verificare le capacità fisiche del giovane Vincenzo.

Possiamo, con un pò di fantasia, immaginare il famoso biglietto di “raccomandazione”: M.R.P. Provinciale, sono giunti da me i contadini di Laconi Mattia e Vincenzo Peis, che io ritengo persone dignissime di stima, per la loro bontà e sincerità di sentimenti. Con abbondanza di lacrime mi hanno raccontato dell’esito negativo per quanto riguarda la domanda d’ammissione di Vincenzo all’ordine dei Cappuccini, Ordine religioso da me tanto amato. È molto giusto che Ella, M. R. Padre, abbia agito in questo frangente con molta prudenza, essendo Ella il responsabile e il tutore dell’osservanza nella sua amata Provincia Calaritana; ma alla prudenza talvolta, Ella me lo insegna, si può congiungere la comprensione e pazienza, almeno temporalmente, finché il Signore non darà segno della sua volontà. Perciò mi permetto, conoscendo la sua bontà, di rimandare alla Paternità Vostra il giovane Vincenzo, con questa mia supplica, che non vuole essere assolutamente un invito ad infrangere le norme da Lei devotamente protette, ma un accorato appello alla sua bontà, perché La convinca ad ammettere alla prova le virtù e le forze fisiche del giovane, e la sua riconosciuta saggezza deciderà.

Colgo l’occasione per professarmi ancora suo devoto amico e figlio spirituale, invocando la sua paterna benedizione.

Il biglietto, come sappiamo, fece colpo nel cuore di Padre Francesco Maria, il quale, pensiamo, vide in tutto questo la mano del Signore. E non tanto per non dispiacere al Marchese, quanto perché quel giovane che si rivide innanzi gli apparve in luce diversa della prima volta; nel suo minuscolo e gracile corpo intravide forse il germe di una grande santità, fatta di semplicità e umiltà, tale da superare ogni pregiudizio umano. Lo accettò e lo inviò al Convento di San Benedetto, il convento di Noviziato.

E Vincenzo Peis diventa novizio cappuccino della Provincia Calaritana, col nome di Fra Ignazio da Laconi.

Ah! le vie del Signore si inerpicano anche tra gli scogli delle più grandi difficoltà.


Abito nuovo e nome nuovo

Il biglietto di raccomandazione del Marchese di Làconi fa sì che il giovinetto Vincenzo Peis, il 10 novembre del 1721, svesta il costume paesano e indossi il ruvido saio dei Cappuccini.

Anche il nome viene mutato in quello di Ignazio; cessa quindi di essere Vincenzo Peis e diviene Fra Ignazio da Làconi. Una cerimonia, quella della vestizione, non insolita nella piccola ed umile chiesa di S. Benedetto. Il Convento infatti da un secolo era destinato al Noviziato.

Sorgeva questo umile ed austero convento in aperta campagna, tra la città di Cagliari e il grosso borgo di Quartu S. Elena. La fondazione di questo "luogo" fu voluta e sovvenzionata dall'illustre benefattore Don Benedetto Nater nel 1643. I Cappuccini destinarono questo luogo al noviziato, essendo, per la sua solitudine e austerità più adatto, al silenzio e alla contemplazione. A Fra Ignazio, questa nuova sua casa dovette piacere tanto, perché conforme al suo spirito austero e penitente, anche se dovette sembrargli

strana la sua struttura. I conventi si differenziano alquanto dalle abitazioni dei civili. I conventi cappuccini, poi, erano caratteristici per le forme austere, dettate dalle altrettanto austere Costituzioni dell'Ordine.

Semplice e piccola la Chiesa, ma idonea alla preghiera dei religiosi e anche ai suoi non numerosi fedeli che la frequentavano, perché distava alquanto dai centri abitati. L'edificio conventuale era solitamente un quadrato, con piano superiore da formare un chiostro a volte affiancato da semplici arcate, con nel mezzo la cisterna che raccoglieva le acque piovane provenienti dai tetti. Il piano terra era utilizzato per il refettorio, la cucina e gli altri ambienti e officine per i diversi lavori dei religiosi. Il piano superiore – possiamo chiamarlo zona-notte – era costituito da piccole celle con porte e finestre di dimensione talmente piccole da sembrare più celle punitive che camere da letto! Il tutto era austero e semplice, conforme allo spirito francescano. L'orto e il giardino erano in funzione del sostentamento della comunità.

Vincenzo si trovò in quel luogo “strano”, perché mai aveva visitato un convento, ma si accorse subito che entro quelle mura il Signore gli era più presente e più vicino che mai. Tanta pace scese quindi nel suo cuore; incominciava una vita nuova in un mondo nuovo che sapeva di Dio.

Il Maestro dei Novizi nell'Ordine dei Cappuccini era – ed è tuttora – un religioso sacerdote, scelto per la sua prudenza e attitudine a guidare spiritualmente le nuove leve nell'anno della prova. Fra Ignazio ebbe la fortuna di trovare, nel convento di S. Benedetto, un Maestro di santi costumi, di grande prudenza e carità: il Padre Luigi da Nureci. Di questo religioso, dicono le Cronache, erano apprezzate da tutti le virtù religiose. Amato dai confratelli e venerato dai fedeli che a Lui ricorrevano nelle loro necessità spirituali, morì nel convento di Tortolì in fama di santità.

Diretto da una simile guida, il fraticello di Làconi si sentì veramente tanto vicino al Signore, vivendo giorni di grande serenità e pace. Ma il Signore aveva in serbo una prova alquanto pesante per il giovane novizio. A metà dell’anno di noviziato il P. Luigi fu trasferito ad altro incarico, e fu sostituito nell'ufficio di Maestro dal P. Giuseppe da Iglesias. Anche costui era uomo di grande prudenza e carità, ma forse per una non corretta informazione sul novizio di Làconi, non ebbe quella comprensione di cui necessitava quel novizio. Cominciò perciò per Fra Ignazio una dura prova, fino ad avere l'impressione di essere quasi trascurato dal Signore. La fatica fisica lo scoraggiava sempre più e il timore di essere rimandato al suo paese per incapacità di reggere al peso della vita cappuccina lo rendeva di giorno in giorno malinconico. Il solo suo sostegno era la preghiera e in particolare la fiducia in Maria SS., la quale non tardò ad incoraggiarlo, parlandogli da una minuscola ed umile statuina: «Coraggio, porta la croce con fede e con amore, come la portò mio figlio!». Queste parole pensiamo siano state per fra Ignazio un formidabile energetico spirituale.

La comunità di S.Benedetto, mutata a metà anno per via del Capitolo Provinciale del 1722, non riusciva a togliersi il sospetto di non buona riuscita nella vita religiosa di un novizio “raccomandato”, come lo era Fra Ignazio. Infatti all'ultima votazione per ammettere alla professione i novizi, questo avveniva ed avviene tuttora dopo una pacata e prudente discussione, col mettere nell'urna, da parte di ogni votante, un fagiolo bianco per esprimere parere positivo, nero quello negativo. In questo caso i legumi diventavano di un'importanza tale da determinare la svolta della vita di un individuo. Quindi più importanti delle schede dei nostri parlamentari, con le quali fanno e disfano a loro piacimento le leggi.

Fra Ignazio poté evitare il rischio di ritornare a Laconi e non poter diventare cappuccino per sempre, per un solo fagiolo bianco in più. "Benedetti fagioli"!

Per la curiosità dei nostri lettori, riporto fedelmente il documento della avvenuta ultima votazione per il novizio Fra Ignazio: «A los d. Novembre d.1722; Se passaron los terceros votos por Fr. Ignacio da Lacony hermo Lego, y haviendosi juntado la famiglia para dicho effecto, siendo dies, los que votamos e le faltô quattro IIIIII.

Die mense et anno. Fr. Joseph d'Iglesias Capuchino Custodio y Maestro di Novicios».

In uno "spagnolo" scorretto e alquanto approssimativo, viene però chiaramente detto che Fra Ignazio da Làconi su dieci votanti, ebbe in suo favore solo sei voti.

Quando si raccomanda qualcuno che agli occhi degli uomini è una nullità, ma sul quale il Signore ha posato il suo sguardo, decide infallibilmente la volontà di Dio.

Lasciamo per ora il caro Novizio a godersi la gioia della vittoria riportata dalla forza della fede, della preghiera, e della Regina delle Vittorie - Maria.



 

FINALMENTE CAPPUCCINO

Fra Ignazio da Laconi per un solo voto (“fagiolo bianco”) può professare la Serafica regola! Vinta la scommessa? Pare proprio di sì. Iddio l’ha vinta! Genuflesso innanzi al Signore e ai confratelli Fra Ignazio pronuncia fra le lacrime di commozione i voti di Obbedienza, Povertà e Castità ed è Cappuccino per sempre. Il P. Maestro stacca dal saio del neoprofesso il Capperone: l’anno della prova, con questo gesto, si è concluso!

Il Capperone ?! e cos’è questo arnese? I novizi cappuccini, fino a qualche decennio fa, indossavano un saio di foggia alquanto diversa da quello indossato dai religiosi professi. Il saio dei novizi non aveva il cappuccio; questo era cucito ad uno scapolare che scendeva sul davanti e sulle spalle fino al cingolo: era appunto il Capperone, menzionato espressamente da S. Francesco nientemeno che nella Regola! Ma la ventata riformatrice del rinnovamento ha portato via anche il “serafico” capperone, segno un po’ nostalgico del Noviziato!

Con i santi voti, pronunciati fra le lacrime, e con il saio alleggerito del capperone, il frate è a posto? Eh no! Lo sanno molto bene quelli dei famigerati fagioli neri, e anche lui, frate Ignazio. Dopo aver superato la prova, si presentano le battaglie da affrontare e solo la fiducia in Dio può infondere coraggio e speranza di vittoria. Fra Ignazio lascia non senza nostalgia e rimpianto la quiete austera del convento di S. Benedetto. Lì ha trascorso un anno di pace interiore, ma anche di lotte, di sacrifici, di umiliazioni, miste a grandi consolazioni, provenienti in particolare dalla Madre di Dio Maria SS.

Come dimenticare quella notte, quella scala ripida dove si affacciava Maria dalla sua nicchietta? Ma soprattutto quelle dolci parole piene di consolazione? Ora lo attendono grandi prove nella vita da consacrato. Sua Maestà l’Obbedienza, che è portavoce di Dio, lo porterà in luoghi e situazioni diverse. L’obbedienza è sì sovrana, ma anch’essa a sua volta obbedisce al parere e al discernimento degli uomini, i quali non sempre ci azzeccano; ma tant’è! è sempre volontà di Dio!

Che fare di questo fraticello che a mala pena è riuscito ad arrivare alla prima professione dei voti? Il suo fisico è mutato dal primo incontro dell’anno precedente col Padre Francesco Maria da Cagliari? Pare proprio di no. I digiuni e le veglie caratteristiche del noviziato, non lo hanno certamente portato, come si dice oggi, in sovrappeso. E allora ecco la prima difficoltà che incontrano i superiori nell’affidargli un compito. Nel Convento Maggiore di Buoncammino in Cagliari, dedicato a S. Antonio di Padova, fra le altre attività manuali, i Cappuccini avevano un attrezzato lanificio per le confezioni dei loro sai e della biancheria personale e ad uso della comunità. L’abito dei Cappuccini sardi, fin dall’origine, si differenziava da quello usato nel resto dell’Ordine per la sua austerità, in quanto confezionato con l’orbace, ch’era di lana grezza, non finemente lavorata. Più volte i “Padri visitatori”, mandati da Roma, esortavano i nostri cari frati ad adeguarsi, nel vestire, agli altri cappuccini.

Ma prevaleva sempre il tradizionale: “abbiamo fatto sempre così”. Segno anche questo della “sardità”?

Per il lavoro del lanificio erano richiesti parecchi religiosi che fossero esperti nell’arte della tessitura. I superiori pensavano che un piccolo aiuto sarebbe stato gradito agli operai del lanificio, oberati da tanto lavoro, e così destinarono il giovane Fra Ignazio a questa officina come aiutante, tanto più che, alla prudenza dei superiori, gli altri uffici propri dei fratelli laici non parvero adatti alla debole e fragile costituzione fisica del neo professo. Fra i buoni frati del lanificio Fra Ignazio entra non certo come tessitore, ma come semplice garzone, restandogli però la possibilità di apprendere il mestiere. Ma ad un giovane avezzo solo al lavoro dei campi, non sempre viene facile cambiare mestiere e divenire operaio. Fra Ignazio, nonostante la sua buona volontà, non diede segno di essere portato a quel genere di lavoro. Non che gli mancasse l’attenzione nell’osservare gli altri lavoranti, o che non volesse eseguire gli ordini del fratello direttore dell’officina, e neppure gli mancava lo spirito di sacrificio.

Per alcuni mesi dell’anno i lanini (così erano chiamati i frati addetti al lanificio) si recavano a Domusnovas e là, presso un torrente nella zona di S. Giovanni – detta ancora oggi Crachera, per via della gualchiera dei frati che lì avevano un piccolo ospizio (cioè una modesta casa dove abitare, lavorare e pregare durante la cardatura della lana presso il torrente) – Fra Ignazio li seguiva e con loro condivideva il lavoro. Ma vedendo che aveva poca attitudine a quel genere di attività, lo pregavano di dedicarsi alle faccende della piccola casa e alla preghiera.

Ed ora lasciamo il nostro caro fraticello tra Cagliari e Domusnovas, finché “Sua Maestà” l’Obbedienza disporrà diversamente.


BASTONE, BISACCIA E ROSARIO

Il popolo sardo e la città di Cagliari in particolare era avvezzo a vedere aggirarsi per le vie anguste e polverose e nelle piazze il laico cappuccino con bisaccia a spalla, bastone e rosario in mano a chiedere l’elemosina per il quotidiano sostentamento del convento. Quindi non fu una novità la figura di frate Ignazio da Laconi che, lasciato il colle di Buoncammino, dava inizio al suo compito di cercatore per il convento Maggiore, nella città e nei borghi vicini.

Molti altri cappuccini prima del laconese erano passati questuando per la città, destando ammirazione nel popolo per la loro umiltà e spirito di carità e preghiera; vivo era ancora il loro ricordo, in modo particolare quello dei servi di Dio fra Giacomo da Decimoputzu, di fra Nicolò da S.Vero Milis e di tanti altri venerandi fratelli che nel questuare davano in abbondanza esempi di eroiche virtù. Pensiamo quindi che fra Ignazio al suo apparire fra la gente del buon popolo di Cagliari non abbia destato altro che curiosità per essere egli nuovo in quell’ufficio. La gente del popolo osserva con spirito spesso critico il comportamento dei religiosi quando questi vengono a contatto con i fratelli che vivono nel mondo. Dai religiosi il popolo esige esempi edificanti di umiltà, di modestia, di disponibilità nell’ascoltare le necessità che i poveri, i malati e gli afflitti da qualsiasi sofferenza si rivolgono a chi è consacrato al servizio di Dio.

«C’è in giro per la città un nuovo questuante cappuccino, dall’aspetto non molto serafico, poco o nulla appariscente nella sua persona; pare proprio che i superiori non abbiano trovato in lui un compito nel quale potesse eccellere per profitto o zelo e forse la questua deve essere l’ultimo tentativo dopo tante altre prove. Stiamo a vedere se anche in questo “mezzo frate” emergeranno le virtù dei confratelli che lo hanno preceduto nell’ufficio del questuare». Immaginiamo che tali discorsi venissero fatti da “ben pensanti” cagliaritani sul nuovo cercatore.

E lui, fra Ignazio, che fa? Ha in mente di scegliere un comportamento tutto nuovo nel suo nuovo ufficio?

No, non c’è nulla da cambiare su ciò che la Regola francescana e le Costituzioni Cappuccine prescrivono ai questuanti. Fra Ignazio conosce molto bene il tenore di vita austera ed edificante tenuto dai confratelli dell’Ordine e in modo più preciso di quelli della Provincia Calaritana. Sapeva bene fra Ignazio, che il nuovo ufficio non era certo dei più gratificanti. Stendere la mano per ricevere la carità esige uno spirito di umiltà quasi eroica. Non sempre poi quella mano viene ricolmata dalla generosità dei buoni; spesso quel gesto può venire respinto con disprezzo ed ostilità e tu devi però in ogni caso dire “Il Signore ti paghi la carità”, ti ricompensi il bene compiuto e perché no? anche «Grazie per l’umiliazione ricevuta, anch’essa è dono».

E la storia ci dice che fra Ignazio iniziò e portò avanti per tutta la vita il suo ufficio, accettando tutte le conseguenze che esso comporta: la gratitudine, e l’amarezza dell’ingratitudine e del disprezzo.

Mi viene in mente, a proposito della vita del cappuccino come frate del popolo, ciò che il grande Manzoni dice nel 3° capitolo dei “I Promessi Sposi”: «... ma tale era la condizione dei cappuccini che nulla pareva per loro troppo elevato. Servire gli infimi, ed essere servito da potenti, entrare nei palazzi e nei tuguri, con lo stesso contegno d’umiltà e di sicurezza, essere talvolta, nella stessa casa, un soggetto di passatempo e un personaggio senza il quale non si decideva nulla, chiedere l’elemosina per tutto e darla a tutti quelli che la chiedevano al convento, a tutto era avvezzo un cappuccino. Andando per la strada poteva ugualmente abbattersi in un principe che gli baciasse riverentemente la punta del cordone, o in una brigata di ragazzacci che, fingendo d’esser alle mani tra loro, gli inzaccherassero la barba di fango. La parola “frate” veniva in quei tempi, proferita col più gran rispetto e col più amaro disprezzo: e i cappuccini forse più di ogni altro ordine erano oggetto di due opposti sentimenti... facendo più aperta professione d’umiltà si esponevano più da vicino alla venerazione e al vilipendio che queste cose possono attirare da diversi umori e dal diverso pensare degli uomini».

Possiamo affermare senza ombra di dubbio, poiché è giudizio infallibile della Chiesa, che la santità di fra Ignazio si attuò nel vivere lo stile dell’autentico cappuccino. Amico del popolo in ogni circostanza, fratello dei buoni e dei perversi, amico dei poveri e dei potenti, poiché tutti considerava creature da amare e servire senza riserve. Nel suo quotidiano peregrinare incontrò infatti amici fra gli umili e i potenti, ed anche fratelli scomodi, irriverenti ed ostili, senza che nulla riuscisse a tentarlo.

Ci chiediamo: « Da dove gli veniva questa serenità?».

La risposte è solo questa: dall’unione con Dio nella preghiera, dalla contemplazione del Cristo umile, povero e crocifisso. Se nelle altre incombenze non mostrò alcun talento, nel questuare per le vie del mondo che richiede umiltà e preghiera, ottenne un successo che lo portò alla vetta della santità.

Forse anche oggi, oltre la moltitudine di amici e devoti di ogni ceto sociale, S. Ignazio, proprio perché Santo e discepolo vero del Cristo, incontra incomprensione e forse disprezzo, proprio perché la sua santità come quella del Cristo infastidisce l’orgoglioso, lo scostumato, il violento.

- Il tuo bastone, o Ignazio, è a tuttoggi il simbolo del tuo andare verso gli uomini bisognosi di Dio, ed è oggetto di venerazione per i tuoi amici che in esso trovano un valido sostegno nel camminare faticoso nelle vie difficili del mondo. Anche un principe della Chiesa, alcune settimane fa, il Cardinale Castrillon Hoyos Darìo, ha baciato commosso quel tuo bastone presentatogli da un confratello nel corso della Celebrazione Eucaristica, nei ricordo del 300° anniversario della tua nascita e del 50° della tua canonizzazione.

La tua bisaccia simbolo della tua carità, e in cui, come disse il premio Nobel Grazia Deledda, si nasconde un tesoro di sapienza e bontà, possa essere ancora la fonte dalla quale tutti possano attingere quel tesoro di sapienza e bontà, che solo può rendere felici gli uomini di fede.

Il tuo Rosario, che hai lasciato come ricordo della tua incessante preghiera, divenga per tutti, la dolce catena che ci unisce a Dio e la “fune” di salvataggio nei momenti più critici della nostra esistenza.