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Consigli Evangelici

I Consigli Evangelici

I VOTI RELIGIOSI

Per la canonizzazione dei religiosi si richiede, oltre all’esercizio delle virtù teologali e cardinali, anche l’esercizio eroico dei voti di castità, povertà e obbedienza e l’osservanza esatta delle regole del proprio istituto religioso (cfr. Benedetto XIV, 1, III, c. XXXV, 5-9).

Fra Nicola da Gesturi, ha esercitato i suoi voti in maniera generosissima ed è stato uno specchio di vero francescano-cappuccino sempre attento all’osservanza più perfetta della regola francescana e delle costituzioni dei cappuccini.

 

CASTITÀ EROICA

 

Col voto di castità il religioso rinuncia ai legittimi piaceri della carne. Col voto di castità ci s’impegna con Dio nell’interezza del proprio essere, ci si consacra al divino servizio con cuore libero e indiviso.

Fra Nicola coltivò la castità e osservò fedelmente il suo voto. Già negli anni di Gesturi evitava amicizie particolari, scansava le compagnie pericolose, teneva un comportamento assai riservato con le donne e disertava le conversazioni equivoche: un discorso lascivo gli metteva le ali ai piedi e le mani alle orecchie.

 

La signora Maria Mura di Gesturi dichiara:

Con le persone era molto modesto negli occhi e nel tratto: evitava le feste o anche solo incontri con donne. Nessuno aveva motivo di giudicarlo sfavorevolmente, ma anzi, era opinione comune che egli coltivasse la virtù di proposito e in maniera fuori dell’ordinario”.

Durante la mietitura era costretto a stare con gli altri contadini e con le spigolatrici, e quand o queste pronunciavano qualche parola un po’ libera, egli soleva imporre il silenzio e si allontanava subito, specie se la donna replicava.

Divenuto religioso, il contegno di lui era trasparenza della castità. Di ciò erano persuasi anche i confratelli.

 

Padre Benedetto Cocco attesta:

Fra Nicola era in mezzo a noi ma era diverso da noi. In tutto il suo atteggiamento rivelava la purezza dei suoi sentimenti e della sua vita; a giudicarlo dell’esterno si direbbe che fosse un angelo: era modesto, camminava ad occhi bassi e non dimostrava interesse per il mondo circostante. Era sempre assorto, talvolta sollevava gli occhi in alto in espressione di preghiera… Il suo ufficio lo portava in mezzo alla gente, con la quale però si comportava in maniera estremamente riservata. E ciò sia con gli uomini che con le donne. Rispondeva con qualche parola con la quale generalmente invitava alla preghiera. Tutti i religiosi, me compreso, avevano in grande stima fra Nicola per la sua purezza, quale si manifestava in tutti i gesti della sua vita”.

Il confratello Padre Giulio Baldus da Samatzai afferma:

Per me era un uomo che viveva in unione con Dio e ho la convinzione che egli avesse dei momenti di contemplazione. Questo mi fa pensare alla purezza del suo cuore coerentemente col detto evangelico: “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio”. Le precauzioni usate dal Servo di Dio, a difesa della sua castità sono da individuarsi, a mio giudizio, nella penitenza, nella preghiera e nella vigilanza. Colpiva, soprattutto in lui, la modestia degli occhi, da taluno giudicata come segno di rudezza, ma che in verità era riservatezza soprattutto nei confronti delle donne”.

Altro confratello padre Sebastiano Broccia dichiara:

Da tutti gli atteggiamenti del Servo di Dio, ho ragione di desumere che egli sia vissuto nella fedeltà all’impegno della castità. Particolare rilievo acquistava in lui la custodia dei sensi specie la modestia degli occhi, che teneva abitualmente bassi. Con le persone che lo cercavano si tratteneva brevissimamente, il tanto da dire: “Ho capito”, “Preghiamo”.

Diceva queste cose con garbo e senza far distinzione di persone e di sesso”.

Il confratello Padre Angelo Zaccheddu attesta:

… a differenza di altri santi, non m’è mai capitato di sentire chiacchiere o formulare riserve sul conto dell’integrità morale del Servo di Dio. La custodia dei sensi, nel servo di Dio, era totale, assoluta e costante. Il suo tratto era abitualmente improntato alla riservatezza e alla modestia degli occhi. Conversando, specie con le donne, difficilmente le guardava in viso e parlava brevemente”.

Altro confratello Padre Maurizio Deidda afferma:

Dal suo sguardo e dalla sua serenità traspariva il candore del suo animo. Oltre a ciò si possono indicare come mezzi di custodia per la castità, la sua continua preghiera e la vita di penitenza”.

Padre Mariano Pinna, altro suo confratello:

Per quanto ho potuto vedere dall’esterno, devo dire che il Servo di Dio, da Religioso, osservò la virtù della castità in modo esemplare, in quanto non ho visto in lui alcun cedimento o anche semplicemente l’ombra: così nel parlare, nella custodia degli occhi, nell’evitare giornali o riviste illustrate con figure poco convenienti, ecc. In particolare egli custodiva gli occhi perché ordinariamente li teneva bassi. Ma c’erano momenti in cui egli sollevava lo sguardo, mostrando occhi particolarmente sereni e limpidi, che portavano a vedere in lui una purità di cuore e un candore particolari dell’animo… Mentre era affabile e familiare con i piccoli, per i quali era spontaneo il sorriso di gioia, al contrario era riservatissimo con gli altri, uomini e donne”.

Il confratello Padre Alberto Polo afferma:

Gli occhi del Servo di Dio erano straordinariamente belli, di colore azzurro, penetranti al punto da dare l’impressione che leggessero nell’anima degli altri. Non mi è possibile pensare che dietro quegli occhi non ci fosse una purezza straordinaria. Ad ogni modo, esteriormente la sua vita fu un modello di castità consacrata”.

Don Ettore Zicchina, già padre Antonio da Sassari:

Io sono convinto che fra Nicola abbia conservato intatta la veste candida del Battesimo fino al suo incontro con Dio.

La purezza interiore del Servo di Dio aveva naturale riverbero in tutto il suo atteggiamento fatto di modestia; occhi abitualmente bassi e luminosi ogni qualvolta si riusciva, peraltro raramente, a intravederli; riservatezza con tutti, specie con le donne… Fra Nicola era ritenuto da tutti un Angelo”.

Anche nei laici ed in altri fra Nicola ha lasciato l’impressione di essere un uomo controllatissimo e sempre riguardoso della castità.

 

La signora Valenti Bianca, ved. Faggioli dice:

Senza voler entrare nell’intimo della sua persona, che sfugge per ovvie ragioni, ad ogni possibile verifica umana, posso dire che l’atteggiamento abituale esterno del Servo di Dio, induceva a credere nel candore del suo animo e nella purezza dei suoi sentimenti. Viveva in una costante condizione d’isolamento dal mondo esterno col suo silenzio e col suo sguardo sempre mortificato e modesto. Tutto ciò che ho detto per quanto concerne il suo comportamento verso ambo i sessi”.

L’onorevole Salvatore Cara, terziario francescano, nel Processo Informativo affermava:

Per me era la purezza personificata che traspariva da ogni atteggiamento; passava, infatti, per le strade di Cagliari come se il fango della vita non lo toccasse”.

Il sacerdote Mons. Mario Piu, già parroco così attesta:

Nella sua figura colpiva il suo volto, i suoi occhi che spiccavano sfolgoranti e luminosi. Luminosità che rivelava la sua purezza interiore, la purezza e la luminosità della sua anima, la sua purezza esteriore rivelava la purezza dell’anima e del corpo”.

POVERTÀ EROICA

 

Francesco d’Assisi fu povero, anzi poverissimo, e non vanamente fu chiamato il “Poverello d’Assisi”. Ma la povertà di Francesco fu detta, meritatamente, serafica, perché non fu tanto la diffidenza verso le cose del mondo a fargliela sposare, quanto l’amore per il Cristo, il quale da ricco che era, si fece povero dei poveri.

Un bisogno, dunque, d’imitazione e di conformazione al Cristo. Nessuno fu così bramoso dell’oro, come Francesco dell’evangelica povertà; nessuno fu tanto sollecito nel custodire la povertà, da lui stimata la perla del Vangelo.

E così la povertà divenne l’essenza stessa del francescanesimo.

Fra Nicola amò e coltivò il voto di povertà fino allo scrupolo. Scriveva su un foglietto, riportando un brano d’una preghiera attribuita a San Francesco:

O Gesù poverissimo, la grazia della quale io ti supplico è che tu mi voglia concedere il privilegio della santa povertà. Io desidero arricchirmi con questo tesoro”.

Ebbe dal Signore la supplicata grazia e fra Nicola visse in evangelica e francescana povertà. “Era la po vertà vivente”.

Le testimonianze evidenziano il distacco dalle cose, al punto che non conosceva il funzionamento del telefono, del grammofono e della radio.

Anche tutta la vita trascorsa a Gesturi fu caratterizzata da una grande povertà: non aveva casa, viveva con la sorella e doveva procurarsi l’indispensabile col duro sacrificio del lavoro quotidiano. Così anche nel modo di vestire era molto modesto e comune.

 

Il confratello fra Lorenzo Pinna afferma:

Anche prima di farsi religioso, vivendo nella casa della sorella e lavorando nei terreni della famiglia, non ha mai preteso alcuna ricompensa per il lavoro fatto, ma rimetteva il frutto del suo lavoro nelle mani della sorella, senza chiedere mai nulla”.

Padre Paolo Bertelli da Iglesias, attesta:

Fin da quando ero studente, ho avuto modo di osservare e ammirare lo spirito di povertà che animava tutta la vita del Servo di Dio. Nell’osservanza del voto di povertà, per la fedeltà e l’attaccamento eccelleva tra tutti gli altri religiosi… Credo di poter dire che il distacco di fra Nicola dai beni terreni fu assoluto. Per sé non cercava nulla, non riservava nulla, anche di quei piccoli regali che poteva ricevere nella questua. Per le stesse cose necessarie, come per esempio il vestiario, non chiedeva nulla, ma erano gli altri o i superiori che dovevano provvedere alle sue necessità: e non voleva nessun capo di biancheria nuovo”.

Altro confratello, Padre Eusebio Cirronis:

Posso dire che lui era l’immagine della povertà. Ciò appariva in ogni suo modo di comportarsi tanto che posso affermare che era totalmente distaccato dalle ricchezze o cupidigie terrene… L’atteggiamento verso i beni materiali in genere era di distacco e disinteresse ma anche di rispetto per quello che valeva in ordine ai bisogni della vita”.

Il confratello padre Eugenio Serra attesta:

Nella vita di fra Nicola aveva il suo giusto posto la povertà cristiana e religiosa secondo lo spirito cappuccino. Il suo distacco dai beni terreni era molto elevato e la sua povertà era veramente esemplare senza alcuna concessione”.

Padre Giorgio Piras da Mogoro afferma:

Posso dire, con sicura coscienza che la virtù della povertà fu una delle caratteristiche di fra Nicola. E lo si notava in modo particolare per il saio sbiadito e rattoppato e per i sandali che servivano più come strumento di penitenza che di riparo. Ricordò di aver sentito dire che una volta, che richiesto a fra Nicola un giudizio sul danaro, rifacendosi ad un’espressione di San Francesco che definiva il denaro come “stercus diabuli”, ebbe a commentare che nel denaro bisogna guardare l’uso che se ne fa: se l’uso e buono il denaro è utile, altrimenti è pericoloso”.

Puntuale nel suo ufficio di questuante, l’ultimo d’ogni mese consegnava al padre guardiano o all’economo le offerte raccolte in città e quelle in chiesa durante le sante Messe.

Scriveva su pezzetti di carta, con scrupolo le piccole ed insignificanti spese compiute e qualunque cosa dava ai poveri nonostante il permesso dei Superiori.

 

Don Ettore Zicchina, già padre Antonio da Sassari nel Processo Informativo attesta:

Durante i sette anni d’economo nel Convento di Cagliari, fra Nicola era puntualissimo nel consegnarmi a fine mese la somma raccolta nelle varie questue: città e chiesa. Su un pezzetto di carta annotava con scrupolosa precisione e meticolosità le piccole ed insignificanti spese. Ogni qualvolta subentrava un nuovo Superiore, si prendeva il dovere di chiedere il permesso di dare qualche cosa ai poveri. Anche questo annotava nel foglio”.

Padre Bonaventura Margiani:

… il suo atteggiamento nell’uso del denaro, del vitto, del vestiario e degli altri beni in genere, era di un’estrema severità. In particolare non mi risulta che egli si compiacesse per le offerte della questua: egli consegnava tutto al guardiano senza rendersi conto della somma”.

Il confratello Padre Ilario Melis:

Era evidente la stima e la fedeltà del Servo di Dio nei riguardi della povertà religiosa. Egli non parlava mai per magnificare la ricchezza o compiacersi delle offerte che riceveva nella questua. Tutto consegnava al Superiore e nulla faceva che diminuisse la sua attenzione alla povertà cappuccina”.

Padre Angelo Zaccheddu dichiara:

Egli appariva staccato dalle ricchezze, indifferente di fronte alle offerte che gli facevano nella questua. Egli non si preoccupava neppure di contare il denaro, ma tutto consegnava al Superiore a differenza degli altri questuanti che si prendevano la soddisfazione di sapere quanto raccoglievano”.

La cella di Fra Nicola è un monumento imperituro alla povertà e alla penitenza.

Da principio soleva far uso del letto; poi riposò per un anno sopra una sedia. Dal 1930 fino alla morte dormì sopra una predella, usando per cuscino una sedia rovesciata su cui teneva appoggiata una sacchetta di stracci; per coprirsi non aveva coperte, ma tappeti vecchi e abiti dismessi. Era talmente geloso della sua povertà, da non consentire ad alcuno di entrare nella sua cella.

 

Don Ettore Zicchina afferma:

Quando si bussava alla sua porta, l’apriva quanto era necessario per ascoltare e rispondere e poi la richiudeva subito. Io ho avuto l’occasione di entrarvi parecchie volte: l’impressione è stata grandissima. L’arredamento era composto di un tavolino traballante, di una sedia sgangherata, di un giaciglio composto da un asse di legno e per cuscino da una sedia capovolta: ecco la ricchezza di fra Nicola”.

Il confratello fra Mauro Cotza da Sinnai dichiarava nel Processo Informativo:

Una volta sola vidi in quale stato era la sua cella. Nonostante vivessimo insieme da tempo, mai mi era riuscito se non con un sotterfugio. Avuto in dono un barilotto di vino per la S. Messa picchiai alla cella di fra Nicola per consegnarlo. Come lui aprì la porta appena, m’infilai dentro quasi di forza e visto il giaciglio esclamai: “Unu cani si croccada innoi! (Qui ci dorme un cane!)”.

 

Il sacerdote Gesuino Mulas, cappellano militare e giornalista deponendo al Processo Informativo disse:

Accompagnato poi dal Padre Antonio Zicchina, Guardiano del Convento, visitai la cella dove fra Nicola aveva dimorato per tanti anni; di questa visita ho ampiamente riferito sul giornale “IL QUOTIDIANO SARDO””.

 

Ecco quasi per intero l’articolo:

… Là dentro abbiamo cercato di misurare la tua umiltà e la tua povertà. Abbiamo guardato inorridendo il tuo giaciglio. Un tavolaccio quale oggi non è imposto nemmeno ai detenuti nelle galere. Un tavolaccio per letto e per cuscino una spalliera di sedia, con pochi stracci sopra… Abbiamo osservato i tuoi saii. Tre ne hai appesi ad un attaccapanni fissato alla porta. Uno più consunto dell’altro. Il tuo guardiano ci ha detto che il saio che ora copre il tuo corpo è stato ceduto da lui, all’ultimo momento, per rendere presentabile la tua povertà…

Abbiamo guardato tremanti il flagello che ti eri confezionato con cinque pezzi di filo elettrico terminanti con tre duri nodi… Alla sedia vecchia dove posavi manca una traversa, l’ultima della spalliera. In un angolo i bastoni offerti dalla gente che provava pena del tuo faticoso andare… Hai camminato a piedi nudi con i sandali sdruciti e infinite volte rabberciati alla meglio. Ma tu dicevi che stavano bene e che non avevi bisogno di altri… Siamo usciti senza parole dalla tua cella e con gli occhi gonfi di lacrime. Il vangelo per te non è stato lettera morta. Hai copiato alla perfezione San Francesco e fra Ignazio…”.

Così scriveva il Padre Commissario Provinciale nella sua lettera circolare in occasione del decesso del servo di Dio:

Povero ed austero era Fra Nicola nella cella col pavimento dai mattoni rossastri (l’unico sopravvissuto al rinnovo generale dei locali del convento), dove tutta la sua ricchezza era un giaciglio da lui stesso costruito con alcune tavole di legno inchiodate su due assi alte da terra appena un palmo, alcuni pochi libri spirituali che, con la licenza del Padre Provinciale, teneva riposti in un basso armadio su di un tavolo, un flagello fatto di fili elettrici, un mucchietto d’indumenti e alcune immagini. Povero, austero, negletto nella persona (e ne dava questa giustificazione: - Affinché non mi credano sacerdote ma fratello laico -); qualche maglia o camiciola sdrucite ne coprivano le spalle ed un vecchio saio era la sua tonaca di sempre. La sua barba ispida e nodosa avrà sicuramente poche volte conosciuto il tratto del pettine. Nel cibo era assai parco e mortificato: mai egli chiedeva sostituzione di cibi o prendeva cosa alcuna fuori dei pasti della comunità. Ciò era per lui legge inviolabile. Andava alla questua digiuno perché, come lui diceva, il suo stomaco non sopportava la colazione. In tutto questo non c’era posa o finzione. Lo faceva con spontaneità e naturalezza…”.

OBBEDIENZA EROICA

L’obbedienza, in generale, è l’atto di sottomissione di una persona alla volontà di un’altra persona; di regola un superiore, del quale l’inferiore segue i comandi.

Come virtù morale, l’obbedienza è una disposizione interiore che induce a riconoscere la propria dipendenza da altra

 

 

persona e a sottoporvisi con animo convinto eseguendone la volontà come imprescindibile dovere della propria condizione.

Come virtù morale cristiana, l’ubbidienza dispone l’anima ad accogliere e praticare i voleri divini, a conformarvisi con gioia e totale dedizione. L’obbedienza alla volontà di Dio si risolve, così, in un modo concreto di amare Dio: è dunque un efficace mezzo di santificazione.

Nella pratica dell’obbedienza fra Nicola fu, secondo la definizione del perfetto religioso data da San Bernardo, uomo senza testa.

Lo stesso fra Nicola un giorno ebbe a dire:

Allorché mi decisi di abbracciare la vita religiosa, andai dal mio parroco per manifestargli la mia decisione. Il parroco mi ascoltò con bontà, poi soggiunse: “Ti vuoi fare religioso? Ebbene, devi fare sempre così”. E mentre pronunziava queste parole, chinò la testa. Compresi, e quel gesto non l’ho dimenticato mai”.

E mai durante la sua vita, dimenticò la promessa ubbidienza.

 

Il confratello fra Mauro Cotza depone:

Il Servo di Dio è stato fedele all’obbedienza sia nel compimento del suo ufficio, sia in tutte le altre occasioni in cui il Superiore o la Regola precisavano la volontà di Dio… Per la Comunità egli era un modello di vita religiosa tanto che nelle conversazioni era un punto di riferimento quando qualcuno mancava a qualche virtù; ricorreva la frase: “Fra Nicola non farebbe o non direbbe così”, oppure anche: “Non sei come Fra Nicola”.

Il confratello Padre Giulio Baldus nel Processo Informativo ebbe a deporre:

Era scrupolosissimo anche nell’osservanza della regola. La sua santità era questa: sempre costante anche nelle piccole cose, sempre con la stessa serenità dinanzi a qualsiasi avvenimento, lieto o triste della vita. Sottolineo la continuità nell’esercizio della virtù sempre costante, lineare e presente a se stesso; ciò anche nelle circostanze in cui era richiesta una virtù eroica”.

Al Processo Cognizionale, lo stesso padre afferma:

… questa virtù a me sembra fosse così connaturata in lui attraverso la pratica che ne fece, che in occasione della sua ultima malattia, la ricordava frequentemente col dire: “l’obbedienza ci chiama, l’obbedienza ci chiama”.

Un’espressione di obbedienza era, in fra Nicola, il rispetto dei superiori.

 

Il confratello Padre Benedetto Cocco afferma:

Egli obbediva a tutti gli ordini con prontezza e pace ma non si contentava di questo. In tutta la sua vita egli voleva una dipendenza totale e continua dal Superiore al quale domandava il beneplacito anche quando non occorreva una richiesta perché si trattava di azioni già implicite nell’ufficio che l’ubbidienza gli dava… tra l’altro egli aveva i suoi pochi libri di devozione col debito permesso; ma quando veniva un nuovo superiore egli domandava conferma del permesso. Così pure quando doveva uscire per la questua si presentava al Superiore anche se non ne aveva l’obbligo”.

Padre Paolo Bertelli attesta:

Posso dire che tutta la vita del Servo di Dio fu una continua obbedienza. Egli non faceva mai nulla senza l’obbedienza dei superiori, accettava con prudenza e docilità ogni ordine e ogni rimprovero. Soprattutto la questua che egli ha esercitato per più di trent’anni, con qualunque tempo e in qualunque circostanza, senza mai lamentarsi e senza mai chiedere dispense, è la testimonianza più evidente della sua virtù e del suo spirito d’obbedienza”.

Padre Filippo Pili attesta:

… egli dipendeva in tutto e per tutto dal Superiore: niente faceva fuori dell’ubbidienza al punto che doveva essere un suo pensiero fisso, e questo spiega come egli nella sua ultima malattia, evidentemente in delirio, dicesse spesso: “Lasciatemi andare, il Superiore vuole che io vada””.

Lo stesso padre nella lettera circolare per la morte del santo religioso ebbe a scrivere:

Verso i superiori nutriva e dimostrava sentimenti che solo la fede può suggerire. Nel superiore, chiunque egli fosse, vedeva Iddio, e gli ordini del Superiore eran per lui ordini di Dio. Sul letto di morte, nel delirio della febbre, quasi sognando la sua attività di questuante, ripeteva: “Lasciatemi andare… non posso fermarmi… il Superiore vuole che ritorni…”; e al padre che assisteva e gli faceva osservare che il Superiore voleva che egli si fermasse, rispondeva: “Ah! Il Superiore vuole così… sia per l’amor di Dio”.

UMILTÀ EROICA

 

Nel Cristianesimo l’umiltà è stata sempre considerata come la virtù fondamentale, come il fondamento di tutto l’edificio delle virtù.

L’umiltà è quella virtù soprannaturale che ci aiuta a conoscere noi stessi, stimarci per il giusto valore e cercare il nascondimento e il disprezzo.

Fra Nicola fu fedelissimo alla virtù dell’umiltà. Umile nel portamento, nel parlare, umile con tutti, fossero superiori o confratelli, uomini potenti del mondo o povera gente.

I testi sono concordi nel presentarcelo come uno che ha esercitato l’umiltà in forma eroica.

 

Don Ettore Zicchina dice:

Per me fra Nicola era l’umiltà in persona. Spesso le persone che lo hanno avvicinato, specie a Cagliari, dove ha sostato più a lungo, restavano, ammirate e edificate dall’umiltà del Servo di Dio che si manifestava in ogni suo atteggiamento. Certamente poca stima di se stesso; era semplice e modesto in ogni gesto o parola, ed era totalmente alieno da ogni ostentazione o vanità”.

Altro confratello, padre Mariano Pinna attesta:

E’ mia convinzione che fra Nicola fosse sinceramente umile: lo rivelava attraverso le sue parole e tutto il suo atteggiamento. Non c’era in lui ombra di vanagloria. Rifuggiva da ogni manifestazione che a motivo della sua riconosciuta bontà potesse derivare da altri a riconoscimento di questa. In particolare ricordo che prendendo egli parte alla processione del Santissimo in occasione della festa del Corpus Domini, la gente che sostava ai bordi della strada, al suo passaggio, non mancava di muoversi nella sua direzione ed esprimere qualche parola di soddisfazione e compiacimento per averlo potuto vedere da vicino.

Fra Nicola non soltanto non si compiaceva di tali manifestazioni, ma mostrava piuttosto di soffrirne…”.

Il signor Salvatore Murru, terziario francescano afferma:

… il suo atteggiamento raccolto, il suo incedere quasi affrettato per sfuggire alla gente e quindi alla popolarità, per me erano segni della sua umiltà. Se la gente cercava di avvicinarlo egli rispondeva più con un cenno di capo che sembrava voler assicurare la sua preghiera per quanto gli domandavano, ma intanto egli andava avanti per la sua strada senza darsi importanza”.

Padre Filippo Pili:

Direi che l’umiltà era anche una caratteristica del Servo di Dio che cercava quasi di scomparire di fronte all’assedio di venerazione da parte della gente. Il camminare dimesso e a occhi bassi era una riprova”.

 

Padre Benedetto Cocco:

Tutta la figura di fra Nicola parla di umiltà interiore fatta visibile nel suo sguardo, sempre rivolto a terra; nel suo parlare ridotto a brevi parole ma sempre con rispetto e amabilità e nel suo appartarsi il più possibile”.

 

Fra Lorenzo Pinna:

Il Servo di Dio sentiva umilmente la sua pochezza e si comportava con tutti in maniera umile e dimessa, rifuggendo da qualsiasi ostentazione. Il Servo di Dio fu sempre semplice e lineare, anche di fronte alle manifestazioni di affetto degli altri per lui o se gli veniva richiesto di un parere, una volta data la sua risposta personale, si rimetteva al giudizio degli altri”.

 

Padre Bonaventura Margiani:

Il suo atteggiamento continuo era di uno che sa di non contare e non vuole contare affatto nella stima degli altri. L’atteggiamento particolare di umiltà di fra Nicola era visibile nel suo andare sempre a occhi bassi, nel suo silenzio abituale e nella sua attenzione a schivare ciò che poteva metterlo in vista. Egli parlava il meno possibile e perciò non aveva neppure parole per dire la poca stima che aveva di se stesso”.

L’umiltà lo portava a considerarsi l’ultimo del convento. Una parola detta in sua lode, lo portava rispettosamente a interrompere il discorso e a schernirsi.

Padre Giulio Baldus:

Quanto al sentire umilmente di se stesso, ricordo un episodio particolare cui ho assistito di persona. Il Servo di Dio si recò un giorno dal Superiore, Padre Antonio da Sassari, il quale scherzosamente gli rivolse questa battuta: «Beato voi fra Nicola, che siete santo!». Al che il Servo di Dio rispose: «Io santo? Io sono una carogna»”.

Le lodi lo facevano anche piangere, come per l’udienza che PIO XII concesse ai partecipanti alla canonizzazione di S. Ignazio da Làconi. Un frate forestiero domandò: “E’ questo il santarello sardo?”, e fra Nicola si ritirò in un cantuccio a piangere.

Anche i laici che lo frequentarono esprimono la loro ammirazione nel vedere fra Nicola così umile.

 

L’onorevole Salvatore Cara:

Secondo me il Servo di Dio ha praticato la virtù dell’umiltà in sommo grado. Tutto il suo atteggiamento è stato una testimonianza vivente della sua profonda umiltà. A dimostrazione e compendio dell’umiltà del Servo di Dio, quale io credo lui abbia praticato, voglio riferire una massima contenuta in un foglio da lui scritto di suo pugno e che si trova in mio possesso, in quanto lo ebbi a suo tempo dal Padre Provinciale. La massima è questa: “Bisogna operare come se tutto il successo dipendesse dalla nostra diligenza – dice un gran Santo – e bisogna fondarsi sopra la Divina Provvidenza come se ogni nostra diligenza fosse superflua”. Difatto, per quanto possa aver visto io, egli si è sempre comportato in maniera semplice e dimessa rifuggendo da ogni ostentazione e vanità. Secondo la mia esperienza posso attestare che il Servo di Dio si è comportato sempre umilmente verso il prossimo. Certamente è stato immune da spirito di alterigia e superiorità”.

La signora Valenti Bianca:

Pur non avendo ricordo di fatti specifici atti a documentare l’umiltà del Servo di Dio, posso affermare che egli espresse nella sua vita questa virtù in grado eminente e ciò si deduceva da tutto il contesto dei suoi comportamenti. In particolare

aggiungo di avere più volte visto con i miei occhi fra Nicola chiedere la benedizione, in ginocchio, ai Superiori, quando usciva dal Convento e quando vi rientrava. Per quanto risulta a me i comportamenti del Servo di Dio sono stati sempre improntati a umiltà e semplicità rifuggendo da ogni ostentazione e vanità. E’ impensabile la presenza nel suo animo di atteggiamenti di alterigia o superiorità nei confronti degli altri”.