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Fioretti

I FIORETTI di  Fra Ignazio da Làconi
 

a cura di Remo Branca

   Ai tempi di Fra Ignazio non esisteva la fotografia. Noi non avremmo, come di altri santi francescani più recenti, la memoria della sua fisionomia se proprio negli ultimi istanti della sua vita i confratelli del Convento del Buon Cammino, esaltati dalla commozione per la imminente scomparsa del Santo, non avessero avuto l’idea di chiamare d’urgenza un pittore. Si chiamava costui Francesco Massa, ed era cavaliere per i servigi resi, con la sua arte, a qualche illustre personaggio della nobiltà locale.

Arrivò il Cavalier Massa alle porte del Convento affollate di popolo, accorso per la notizia dolorosa dell’ultim’ore di vita del Santo. Si fece largo a gomitate, ma anche i corridoi erano gremiti di devoti. Fra tanta gente speravano i frati che Fra Ignazio, raccolto in serena preghiera e isolato dalla sua cecità, non si sarebbe neppure accorto della presenza del pittore; invece non era neppure entrato nella camera dell’infermeria dove il Santo giaceva, che questi, rivolgendosi ai vicini, disse: — Che cosa viene a fare quel Signore? Perché volete fare il ritratto di un povero peccatore, mentre i ritratti si usano per i santi? * Il Cavalier Massa entrò in quel mentre e si dispose al lavoro. Fra Ignazio, non potendo sottrarsi, non se la eb­be a male, né fece, come si suole dire, altri complimen­ti: e si rassegnò; ma quasi a commiserar ancora una volta se stesso, Lui che non usava mai, per difendersi dalle cose che giudicava vane, lo scherzo o l’ironia, ma il silenzio, questa volta parlò, facendo sorridere tutti i presenti, e disse: Immoi giai ddu pintat su molenti! Che tradotto in italiano significa: ora lo dipinge un beh ‘asino!

Quel ritratto è arrivato fino a noi.

 

   Ai tempi di Fra Ignazio la Sardegna era ferma nei suoi costumi e sconosciuta al resto dell’Europa. Sembrava proprio che il tempo si fosse incantato e perciò nessuno aveva fretta o pensava a lasciare il paesuccio natio. * La vita per le donne austere e pure era tutto nella breve casa, dove le faccende si svolgevano come un sacro rito: soprattutto quelle del pane. L’asinello girava sonnolento attorno alla mola che macina il grano . La mola, fatta di granito, era uguale a quella che usavano gli antichi romani; e le donne sedute per terra, a mano a mano che dalla macina colava la farina la raccoglievano per passarla al setaccio. Infine il pa ne, il pane benedetto: quello bianco per le feste, timbrato di colombe e di fiori e di cuori, simboli d buon augurio, quello scuro era il pane della fatica quotidiana, e la crusca impastata alle festose galline che s affacciavano dal cortile alla porta. Nella primavera del 1699 in questa casa, rimasta intatta fino ai giorni nostri, entrò sposa felice Anna Maria Sanna, che ave va celebrato le nozze con un tranquillo e giovane con tadino di Laconi il quale dava affidamento per la sua laboriosità di non lasciar mancar il pane alla futura fa miglia. Anna Maria era perciò felice e felice era i. suo sposo Mattja Cadello Peis. Finì il secolo XVII detto il Seicento, e con molti auguri cominciò il Sette cento, il XVIII secolo. Ma la nostra felice famiglia fece festa soltanto in Aprile, quando la casetta fu allietata dalla nascita della prima creatura di nove figli, Giovanna Maria. Il secondo figlio, Francesco Ignazio Vincenzo, nacque il 18 dicembre del 1701.

 

     I muri e le tegole della casa di Fra Ignazio sono com’erano quand’Egli nacque due secoli e mezzo fa. Un gruppo di queste casette era il villaggio at­torno alla chiesa ed al castello feudale: lo stendardo sulla torre e le campane sul campanile erano le cose più alte e più rispettate. ~ facile dunque capire la semplicità della gente agreste che si raccoglieva attorno a queste reali Autorità, di cui le belle pietre erano i simboli. * Ma ora sono un simbolo anche le pietre del tugurio dove nacque Fra Ignazio: una capanna come quella dove nacque Gesù, con la porta che dava sul cortile. * Questa casetta è però una proprietà: non è molto, ma i cuori vi vissero felici: e quando il piccolo Francesco Ignazio Vincenzo si affacciò a questa soglia per fare i primi passi, il cortile che gli si apriva davan­ti, popolato di galline e pulcini e ricco di suppellettili agricole, dovette apparirgli vasto e vario come un regno. E fu un regno veramente, perché l’uomo è sempre re. Lo fu il piccolo Vincenzo — così lo chiama­vano in casa — che in questo cortile fece le sue prime esperienze assieme alla sorellina, vigilato dalla amore­vole mamma, libero come un uccellino nella pienezza della sua felicità. * Ma nell’interno il tugurio della famiglia Peis ed in particolare la stanza dove nacque Fra Ignazio era simile ad una stalla: un fascio di luce, ancor oggi, piove da una finestrella aperta in un angolo del tetto, così che, dopo un po’, si riesce a distinguere quattro masserizie annerite. * Infine, quel che più interessa, davanti ad un altarino primitivo, per terra,un buco: è da oltre un secolo che i buoni cristiani a pizzico a pizzico portano via un po’ di quella polvere taumaturgica, ch’è inesauribile. 

 

   Laconi è il centro di un territorio favorito dalla natura: il paesello è adagiato su un colle alto 555 metri e protetto alle spalle da una cresta rocciosa detta Marabentu, forse perché frangeva con le chiome dei suoi alti boschi i venti freddi che discendevano dal Gennargentu. * Oggi molti boschi sono scomparsi e la terra s’è aperta al sole con una dolcezza che le fa meritare il titolo di Umbria della Sardegna. Anche le popolazioni di quel territorio Sarcidano sono miti e laboriose e illu­minate da una serena fede cristiana. * Di questo buon destino doveva essere un annuncio lontano la felicità della famiglia numerosa dei Peis, i quali dai frutti della terra traevano sostentamento: un piccolo orto su quel colle conobbe Vincenzo contadino, curvo sui brevi solchi a piantar le verdure, poiché la terra è umida e tut­to il territorio è allietato da trecento sorgenti di acqua freschissima. * Vincenzo ancor fanciullo seguiva il padre Mattia, ed era per lui una vera festa scoprire il territorio, e poi bagnarsi di sudore la fronte con la fati­ca e chinarsi a bere alle sorgenti: ma era sempre silen­zioso nella sua giornata, perché aveva l’animo allietato dalla preghiera: e con l’Avemaria rispondeva al canto degli uccelli. * Allora Làconi, dipendente dalla Diocesi di Arborèa (oggi Oristano), aveva poche centinaia di abitanti, ma era pur sempre un luogo ameno, dove il Feudatario, il Marchese di Làconi, vi trascorreva buon tempo, nel solenne castello oggi in rovina e dimentica­to, onorato dai suoi sudditi, i tranquilli laconesi. Oggi, quel che allora era un oscuro contadinello fa dire ai sardi non Làconi, ma il Paese di Fra Ignazio.

 

    E' certo che da bambino Vincenzo Peis (era questo il nome di battesimo registrato nella Parrocchia) si fece notare per la sua attitudine alla preghiera e la sua preferenza ai giuochi non chiassosi. Quando divenne santo questi ricordi del suo paese natio si mantennero vivi nella tradizione, ed acquistarono un significato di presentimento della futura glorificazione. Anche se qualche leggenda fiorì su quei ricordi, è certo che la leggenda stessa nacque attorno ad un’infanzia che si fece notare fra i coetanei, procurandogli, per il temperamento pio, il nomignolo di "santarello". Si ricorda: che una volta prima dell’alba arrivato alla porta della chiesetta parrocchiale, in attesa che venisse aperta, s’inginocchiò davanti al portone, e così fu trovato in raccolta preghiera dal sagrestano; che altra volta toccasse con una bacchetta un suo compagno di giuoco prean­nunciandone la prossima morte, richiamando la mamma alla custodia di quella "roba di Cielo"; che insegnasse ai compagni gli elementi del catechismo appresi oralmente (era analfabeta) dal Parroco o in famiglia, e che quando tale giuoco non era possibile si ritirasse dichiarando che il suo luogo preferito era la chiesa e la sua gioia la preghiera. Quando scompariva dal cortile della casetta natìa e tardava a ricomparire, i genitori e gli zii sapevano bene dove andarlo a cercare: in parrocchia, dove o prestava qualche servizio da chierichetto o si raccoglieva in lunga preghiera. La tradizione locale è al riguardo assai persistente, così che c’è un fondamento di verità nelle testimonianze che ci assicurano che Vincenzo Peis non invano fu chiamato il "santarello".

 

   C’è un mistero nella adolescenza di Vincenzo Peis, che non appare completamente risolto dalla tradizione o da altri fatti. Vincenzo era da bambino il «santarello» di Làconi; i genitori avevano deciso di consacrarlo a San Francesco; lo stesso ragazzo sentiva la vocazione della vita religiosa: ma poi questa decisione fu tra­scurata o dimenticata fino al giorno in cui... un povero ronzino non divenne strumento della Provvidenza. Ed ecco come andarono le cose. Un bel mattino il babbo, Mattia, incaricò Vincenzo di andare d’urgenza in campagna a sbrigare non si sa bene qual faccenda agricola. All’alba il nostro giovane, che non aveva ancora vent’anni, montò a cavallo e uscì dal paese. Tutto era immerso nella quiete dell’ora mattutina ed il povero ronzino procedeva fra i sassi di un viottolo che usciva da Làconi, verso la valle, quando all’improvviso, s’inalberò e scappò via, invasato da una imprevedibile furia. Ogni sforzo per frenarlo fu vano, e la corsa pazza pro­seguì verso una svolta molto più scoscesa e pericolosa. Vincenzo, vistosi perduto di fronte al dirupo che s’apriva sotto le zampe del cavallo, non trovò altro scam­po che rimettere tutto nelle mani di Dio, ed invocò la protezione di San Francesco. Se il P. Serafico gli avesse risparmiata la vita, a Lui avrebbe offerto la sua vita terrena. Il cavallo s’inalberò di nuovo, ma per arrestarsi. Vincenzo scivolò dalla sella sudato ed ansante, e sedendosi sul ciglio della strada meditò il brusco richiamo che il Cielo aveva fatto alla sua trascurata vocazione religiosa. Pochi giorni dopo Vincenzo Peis, accompagnato dal padre, lasciava per sempre il paesello natìo per entrare nell’Ordine del Frati Minori Cappuccini come Fratello Laico.

 

   Era l’autunno del 1721 quando Vincenzo Peis, dopo due interi giorni di viaggio, vide profilarsi all’orizzonte le mura di Cagliari. Làconi era uno sperduto villaggio di un migliaio di anime, mentre Cagliari, Casteddu, era la capitale, residenza dei feudatari e dei Signori. Casteddu era per la povera gente il simbolo della massima autorità terrena, e un mondo ignoto per la semplice mente di un contadinello. Certamente quella vista dovè commuoverlo e spaurirlo ancora più, così che giunto assieme al padre davanti al Provinciale dei Cappuccini dovette apparire più striminzito e malaticcio di quel che in realtà non fosse. Il Provinciale dei Cappuccini lo giudicò, al primo sguardo, inadatto alla vita della comunità, che richiedeva, specialmente ai Laici, costituzione robusta e buona salute. Così che tale ripulsa fu come una folgore che distrusse tutti quei disegni che ormai parevano definitivi. Fu deciso, dopo lunga consulta fra padre e figlio, di ricorrere ai buoni uffici del loro padrone, del Marchese di Làconi, il quale avrebbe potuto, con il suo intervento, testimoniare della bontà dei propositi dei suoi sudditi. Così avvenne, poiché il Marchese scrisse al Superiore che, durante l’anno di noviziato, si sarebbe comprovato se veramente il figlio di Mattia Peis era o no adatto alla vita conventuale. Il Marchese di Làconi era un amico dei frati Cappuccini, e così autorevole, che il suo consiglio meritò d’essere accolto, rimandando una decisione definitiva alla fine del noviziato. Vincenzo Peis vestì così il saio francescano e prese il nome di Fra Ignazio da Làconi: era il 10 novembre 1721.

 

   La vita religiosa di Fra Ignazio da Làconi ebbe inizio nel novembre del 1721 in Cagliari, presso il Convento di San Benedetto. Sorgeva allora in aperta campagna, fuori della cinta muraria, nella pianura che sorge alle spalle di Cagliari, ai limiti dell’attuale quartiere Villanova. Un angolo silenzioso ed isolato, fra orti tranquilli e aperti al sole, adatto molto più di quel che oggi non possa apparire alla beata solitudine richiesta dal noviziato francescano. * Fondato nel 1643, quel Convento aveva fama d’essere, anche in conseguenza della sua severa costruzione, uno dei Conventi Cappuccini più disciplinati dell’Isola. Il tempo ha demolito in parte quelle mura di romanica severità, in parte esso oltre 25 anni fa cominciò ad ospitare l’Istituto del Buon Pastore, un ricovero per orfanelle e diseredate tolte dalla strada, e subì perciò vari adattamenti. Qui le prime dure giornate del nostro ex contadinello. I princìpi sono sempre duri per tutti ed incerti. Era arrivato nel Noviziato di San Benedetto per un intervento estraneo, sebbene non del tutto sgradito alla disciplina dell’Ordine: non simpatico, malaticcio e rozzo il nostro Novizio non fu certo oggetto di troppe delicatezze. Del resto dovendo provarsi la vocazione e le attitudini ai necessari pesanti servizi del laicato cappuccino, non era da pensarsi che le cose dovessero andare diversamente. Certo il primo maestro dei Novizi, P. Luigi da Nureci, attento e mite, si rese conto che il nuovo arrivato era un giovane di pietà sincera e di buona volontà. Non altro. Quel che poi successe ancor oggi è impressionante: fu accolto nell’Ordine dopo seri contrasti da parte di molti frati.

 

   La disciplina fu dura, durante il noviziato in San Benedetto. Fra Ignazio non si lamentò con alcuno, perché la sua confidenza nella intercessione della Madonna lo sollevava da ogni atto di disperazione. Ma capitò una volta che essendo di turno, come svegliatore d’officio, gli toccasse di rimaner desto per i servizi notturni, di portar l’acqua dal pozzo in camerata, e di suonare la sveglia. Ed ecco che una volta prima del mattutino, affaticato in simili faccende, si sentisse venir meno le forze salendo le scale, perché la grande brocca d’acqua che trasportava, e che altre volte non gli era sembrata così grave, gli pesò come se fosse di piombo, e dovette fermarsi, ansante, in cima alle scale: di faccia in una nicchietta barocca c’era una Madonna di marmo. ch’Egli era solito salutare con ardenti giaculatorie, ed a quella diresse lo sguardo ed il suo insop­primibile sospiro: Non ne posso più, Madonna mia! Datemi Voi la forza di resistere. Fra Ignazio non si accorse di aver sospirato tanto forte da farsi sentire da un Frate che aveva il sonno leggero, e che uscì dalla cella brontolando per quella sveglia anticipata, manifestando il suo malumore. Ma il colloquio proseguiva ed una voce si sentì che diceva: Coraggio, figlio mio... Abbi pazienza, figlio mio, e pensa a quel che soffrì il mio Figlio divino... certo qualche altro frate sentì l’una e l’altra —si rese conto che fra Ignazio conversava con il Cielo, ed il Cielo Lo ascoltava e Gli rispondeva.

 

   La Madonnina del Convento di San Benedetto parlò a Fra Ignazio, è questa la tradizione e tali le testimonianze unanimi di quel tempo; ed è questo il motivo per cui essa fu sempre particolarmente venerata, tenuta in grande cura ed un bel giorno trasferita nel Convento Maggiore del Buon Cammino, in Cagliari, dove ancor oggi tutto il popolo sardo la vede, tutta semplice e pura nel suo antico segreto. La chiamano "la Madonnina di Fra Ignazio", ed è stata perciò incoronata e coperta di gioielli e d’offerte votive dal cuore dei fedeli che in Lei confidano. * Fra Ignazio ebbe chiara, costante ed altissima questa tenera devozione per la Madonna, ed è questa una delle sue eredità al diletto po­polo cagliaritano. * Non si dimentica infatti che il suo transito avvenne nel mese dedicato alla Madonna, il mese di maggio, quando dalle anime e dai giardini fioriscono le rose, che portate a fasci agli altari sono il simbolo di una fede nella Grande Madre di Dio, che Cagliari, sotto vari titoli, non cessa di venerare. * Quando nel 1943-44 Cagliari fu colpita da terribili bombardamenti aerei e sepolta da rovine che sembravano averne cancellato ogni possibilità di vita, tutto ciò che riguardava i ricordi di Fra Ignazio fu salvo. Attorno al monumento della Madonna, in piazza del Carmine, tutto fu scosso dal terremoto delle bombe e dall’eruzione delle pietre: ma scomparsi i fumi pesanti della distruzione si vide che la statua della Madonna era rimasta intatta, e si era mossa sul suo alto piedistallo volgendosi da un altro lato: il popolo lo dichiarò un favorevole auspicio. E lo fu: Cagliari risorse dalla guerra, prima fra le città italiane.

 

   La via dei santi è una via asprissima, più di quel che non appaia dalle facili esaltazioni della vita mera­vigliosa, che è tale soltanto quando la santità trionfa: ma prima di arrivarci è tutta una storia segreta di lacrime e di sangue. Fra Ignazio cominciò, nel giudizio dei Superiori, piuttosto male, entrando in Noviziato non per proprio merito, ma per la raccomandazione di un Signore. E proseguì peggio, non ostante che il colloquio della Madonna fosse trapelato anche fra i più increduli. Infatti quando si venne alla votazione finale per la professione religiosa, concluso il prescritto anno di noviziato, per un solo punto Fra Ignazio non se ne ritornò a Làconi a riprendere il suo nome di contadino, Vincenzo Peis. Non era destinato all’ombra del tempio. Quattro Frati su dieci, votarono contro, giudicando Fra Ignazio inadatto per la vita conventuale. * Quel punto che lo salvò fu il dito di Dio, senza di che forse la Chiesa non glorificherebbe un santo: ma doveva essere così, perché la vita dei santi è all’inizio oscura e faticata e piena di contraddizioni. Ebbene chi potrà mai dire quante preghiere in questa antica Chiesa di San Benedetto il nostro Novizio non rivolse al SS. Sacramento per riuscire a superare, non ostante tutti e tutto, l’inevitabile scoglio della votazione? Non lo sapremo mai; e sappiamo soltanto che per un punto Fra Ignazio, il 7 novembre 1722, non perdé il diritto di diventare Laico Cappuccino. * Un santo destinato a rimaner nascosto, per l’eroico annientamento del suo essere umano, doveva essere notato allora per un fatto negativo, e ciò perché fosse poi più grande il trionfo.

 

   Al tempo di Fra Ignazio il Convento Maggiore dei Minori Cappuccini era solitario e silenzioso in mezzo agli orti sull’orlo di un viottolo di campagna, che, attraverso una Via detta delle Osterie, girando attorno all’antico anfiteatro romano, portava alla parte alta del Castello, cioè alla città chiusa entro le mura e le torri pisane. Com’era naturale, cento anni fa al Convento si era già addossato un ricovero di mendicità; ed ora il viale alberato di pini e popolato di belle case ha preso il nome di Ignazio da Làconi, il più illustre cittadino di Cagliari del 1700. Nessun nome, mi pare, di quel secolo tranquillo di transizione dal dominio spagnolo al regno d’Italia, è sopravissuto nel cuore e nella mente del popolo sardo fuor di quello di un frate laico analfabeta, che non fece altro in tutta la sua vita che portare sulle spalle la bisaccia sarda dell’elemosina. * Quel viale deserto vide però in quel tempo cose strane: per quarant’anni vide quel Laico, su e giù, far sempre le stesse cose, ma talvolta in effimero segreto si videro anche cose memorabili. Un giorno Fra Ignazio, stanco, si volle riposare (così disse ad un fanciullo che l’accom­pagnava portando una cesta) e sollevando appena la tonaca andò a sedersi su un bel cardo spinoso, il quale non ebbe pietà alcuna e ben mortificò le carni del povero fraticello; un’altra volta davanti alla via crucis, segnata lungo il muro del viottolo, pregò tanto che, essendo il Convento sprovvisto di cibo, assieme a Fra Giovanni Battista da Escolca, raccolse sassi che divennero pani; infine a porte chiuse, di notte, usciva dal Convento per rivivere lungo quelle Stazioni la memoria del Calvario. * Ma questo è il meno poiché il più non lo seppe mai nessuno.

 

   La cella di Fra Ignazio è rimasta quella che era: allora come oggi regno di tarli e di ragnatele. Ma... le sole cose che di sé scrisse, per modo di dire, il nostro santo Laico, le lasciò segnate sui muri di calce: gli spruzzi di sangue che si staccavano dai flagelli, i quali, più che mortificare una carne già tanto domata da poco sonno e scarso cibo, volevano essere la memoria vi­va della flagellazione del Cristo, così meravigliosamente imitato. Come dunque, meravigliarsi se queste misere pareti furono testimoni di miracoli, oltre che di severe privazioni? Nell’armadietto a muro, dove non vi erano di solito che pezzetti di pan duro e pochi fichisecchi, un giorno per il chierico Ugas affamato vennero fuori pani caldi e pesci fumanti. E fu tale la meraviglia del chierico, il quale poco prima vi aveva frugato rubando proprio qualche ficosecco, che si levò a gridare: Miracolo! Miracolo! Poi quel chierico, ch’ebbe per maestro un santo, divenne illustre teologo e predicatore, e spesso nelle sue predicazioni ricordò le virtù e i miracoli del santo: ed in quel ricordo si commoveva fino alle lacrime. * Quand’era vecchio i Superiori del Convento vollero che i Novizi in partenza andassero a ricevere la benedizione di Fra Ignazio, il quale diceva ai giovani che iniziavano la vita religiosa cose indimenticabili, e talvolta operava prodigi di fede e di carità. * Oggi questa cella è per il popolo sardo come un santuario, dove ognuno va a deporre fiori, fotografie, sospiri e rendimenti di grazie: e ciò, al visitatore, dà la netta impressione che il povero Laico Cappuccino d’allora sia rimasto sempre vivo in mezzo al popolo dal quale nacque ed al quale dedicò un’intera vita eroica.  

 

   Fra Ignazio amava i bimbi: in essi vedeva il volto di Dio; ed i bimbi della strada si facevano incontro a Fra Ignazio con affettuoso slancio. Eppure il Santo diceva loro poche parole sante, faceva ripetere qualche giaculatoria alla Madonna e a Nostro Signore: ma i bimbi sono santi pur essi, nella loro innocenza, e si sentono irresistibilmente attirati dalle anime che vivono alla presenza di Dio. Talvolta però Fra Ignazio ad essi dava prova della sua tenerezza, memore del co­mando di Gesù di stare con anima pura e lieve accanto ai bimbi: allora il frate li carezzava e toglieva dalle misteriose maniche del suo ruvido saio qualche buon bocconcino di pane caldo e profumato ancora di forno, e talvolta accadde che offrì lui così mortificato nei cibi e ai quali mescolava cenere o sale per non sentirne il sapore dei frutti: ma questa fu la meraviglia: vere e proprie primizie, talvolta, frutti fuori stagione. E questo si seppe: i bimbi facevano festa, e non capivano il prodigio, ma i genitori sapevano bene che Fra Ignazio era un santo e tutto sembrava ed era da Lui possibile. * Perciò a Lui spesso ricorrevano, quando i figlioletti erano sofferenti o malamente malati: quante volte i malatini guarirono con due fichisecchi o con una carezza! * Ma non mancarono previsioni e profezie a certe mamme immemori dell’educazione dei loro figlioletti, e per i quali era meglio la "ghirlanda" dei fiori — come disse talvolta — cioè la morte precoce che li faceva angeli, la "parte del Cielo", come si dice in Sardegna: la quale è più feconda di grazie ai genitori che ne piangono l’apparente perdita temporale, ricevendo in cam­bio tesori d’intercessione.

 

   Questa è la Chiesetta cappuccina del Buoncammino, rinnovata e decorata dalla pietà dei fedeli, che vi onorano sempre, non ostante i tempi immemori e calamitosi succeduti al transito, la tomba del santo. La fine del settecento rivoluzionario distolse l’Ordine dei Cappuccini e l’Autorità ecclesiastica dall’introduzione della causa di beatificazione, ma non il popolo sardo dalla venerazione dell’umile sepolcro di un Laico morto in odore di santità. * Infatti questa chiesetta, allora nuda nella sua francescana semplicità, nel maggio del 1781, vide tutto il popolo di Cagliari accorrere commosso, perché aveva perduto quell’anima ardente che aveva strabiliato tutti con la sua saggezza, con i suoi miracoli, e con le sue eroiche virtù. * Esposta la di Lui salma al tributo d’addio della popolazione di Casteddu, fu baciata e spogliata dalla devozione dei fedeli che, comprendendo di trovarsi davanti all’inizio di un processo di santificazione, sentivano la gioia di partecipare a quella gloria strappando a pezzo a pezzo le ve­sti del povero Laico per assicurarsi preziose reliquie e ambite intercessioni: questa fede del popolo non fu mai delusa, da quel giorno, e così la solitaria e tranquilla chiesetta fu meta di pellegrinaggi da ogni parte dell’Isola fin dal sorgere del secolo scorso; e al principio del secolo nostro si dovette rinnovare, per obbedire ad una esigenza del cuore dei sardi, che volle trasformare la tomba del santo in un santuario. * Oggi il lavoro è compiuto: e, fatta la ricognizione della salma, da quel modesto loculo a sinistra dell’altare maggiore, circondato da una breve ringhiera, fu trasportata sotto un arco nuovo e, in migliore forma, racchiusa in una magnifica urna sopra un bell’altare.

 

 

   Frate Francesco Maria da Iglesias riconosceva che Fra Ignazio era un frate mite, pio, raccolto: i frati sono così, e come possono essere diversi i cappuccini se la loro vocazione religiosa li porta a voti supremamente sublimi? Tuttavia non bisognava dai luogo a facili esagerazioni e a parlar di miracoli là dove c’è una perfetta ma semplice osservanza della regola francescana. Perciò Fra Francesco da Iglesias volle controllare di persona fino a che punto arrivasse lo spirito di preghiera del nostro Laico. E lo seguiva da vicino durante il coro e le pratiche religiose che la frateria compie in comune; certo Fra Ignazio, quand’era in meditazione, sembrava che cadesse fuori del mondo, e da cui bisognava risvegliarlo per chiamarlo a pranzo ed a cena... Fu così che una sera, dopo le-ultime preghiere, quando in chiesa tutte le luci furono spente, ed i frati s’erano allontanati per andar a dormire, e tutto era piombato nel silenzio, dopo un breve fruscio di tonache e tintinnir di rosari, Fra Francesco Maria rimase solo ad osservare fra Ignazio. Questi, non mostrava di voler metter fine alla sua ardente adorazione davanti al Santissimo Sacramento. Tutto era profondo in quell ‘ora misteriosa, e lo stesso crepitai della lampada davanti al Tabernacolo ed il tremolar della fiammella sembravano una grande cosa. Quanto tempo passò? Ad un certo punto a Fra Francesco Maria parve di sognare: Fra Ignazio si sollevava lentamente da terra con le braccia levate. Sogno? Si levò e cautamente si avvicinò, ed alla fine, fattosi animo, volendo rendersi conto se fosse desto, stese le mani per toccare i piedi del Santo, in aria: Fra Ignazio non se n’accorse neppure perché pregava alla presenza di Dio.  

 

   Non tutti credono ai santi. Fra coloro che la ventura li porta ad averli fra i concittadini molti, i più, ne dubitano. Fra questi vi era in Cagliari un sacerdote religioso, il quale o per smentire una fama da lui reputata troppo facile, o per provare le virtù eroiche del nostro Fra Ignazio, lo affrontò per la strada. Lo fermò un giorno sotto la Porta Cristina in Casteddu, e con un pretesto che a lui parve buono lo investì: credeva Fra Ignazio d’aver imbrogliato il popolo cagliaritano? Ma s’illudeva. Questo poteva darsi per la povera gente, semplice, sempre ben disposta a credere agli impostori; ma alla gente avveduta non era possibile darla a bere. * Era Fra Ignazio un mangiapane e un fannullone; altro non era! Se ne dicevano tante sul suo conto, e non tutte belle, ed Egli, l’ipocrita frate, tutto vinceva con un saper tacere che non persuadeva per niente! * Fra Ignazio ascoltò con interesse, quasi che quelle parole gli rivelassero qualche cosa che lo turbasse sinceramente: poi incrociò le braccia e tenendo gli occhi bassi in segno di rispetto si vide ad un tratto ch’era commosso: le lacrime gli empirono gli occhi e rigarono lucenti il suo volto tutto composto alla più trasparente emozione. Alla fine, quando il religioso ebbe vuotato il sacco, che più non poteva in pubblico dirne, Fra Ignazio traboccò: finalmente aveva trovato chi aveva saputo conoscerlo qual’era, e aveva saputo dirgli le cose come andavano dette. Il Signore finalmente ne fosse lodato, che gli aveva dato occasione di potersi conoscere e mettersi sulla strada del ravvedimento! E benedetto quel buon Sacerdote che lo aveva messo sull’avviso e che così bene contribuiva alla salvezza della sua anima!

 

   Gioachino Franchino era un ricco mercante di Cagliari che esercitava l’usura, ma gli dava un gran fastidio che la gente se ne fosse accorta: avaro si, ma... diffamato no! E fu questo il motivo per cui notò ben presto come la gente avesse notato che dinanzi alla sua porta Fra Ignazio, il Laico cercatore di Cagliari, tirasse dritto: come mai, con tanto ben di Dio che a­vrebbe potuto offrire al Convento dei Cappuccini? Ma Fra Ignazio non si lasciò commuovere e continuò a girare al largo. * Così il signor Franchino, perdute le staffe, si presentò al Superiore del Convento esigendo di voler essere annoverato fra i benefattori dei Cappuccini, e chiedendo che Fra Ignazio visitasse anche la sua casa. Immaginate perciò quanto fosse abbondante e cortese l’offerta versata dentro la bisaccia di Fra Ignazio, quando questi, per santa obbedienza, varcò quella detestata soglia! Il signor Franchino aveva vinto e sfatato tutte le leggende o meglio le malignità che circo­lavano sul suo conto. Ma una volta in istrada, la bisaccia rigonfia cominciò a gocciolare sangue, facendo credere alla gente che la cerca avesse fruttato quel mattino una buona provvista di carne fresca. * Giunto in Convento, il Padre Guardiano vide la bisaccia grondar sangue e si meravigliò che quel sangue fosse vivo. E chiese di che si trattasse; e Fra Ignazio rispose che quello era il sangue dei poveri, che il signor Franchino dissanguava con l’usura. Ora era stato costretto, per obbedienza, a denunciare un peccatore che prima per carità, intendeva soltanto evitare. * Quel fatto destò in Cagliari grande pubblico scalpore, al punto che il signor Franchino si convertì alla carità.

 

   Rimase celebre nel Convento di Buoncammino il cosiddetto "cuponi di Fra Innassiu", cioè una botticella che non lasciò mai mancare la provvista d’olio ai frati. Le cose erano andate così. E se non proprio così per il cuponi, certo così per la provvista dell’olio in Convento. Fra Ignazio un giorno si appressò ad un barcone che s’era accostato alla banchina per sbarcare un carico d’olio, giunto allora allora da Bosa. Il Frate cercatore chiese l’elemosina, ma i marinai non avevano che olio: l’olio certo non mancava, ed il Capobarca non avrebbe certo mancato d’essere generoso con i Cappuccini — disse scherzando il marinaio — ma il Frate cercatore non era avveduto: va bene l’olio, ma non poteva pretendere anche la botticella. Fra Ignazio aprì la boc­ca della sua bisaccia, e invitò, con semplicità, il marinaio così generoso a parole a versare l’olio. Il gesto del Frate piacque e suscitò risate, perché il Capobarca esitava; ma alla fine incitato dalla ciurma, dovette stare allo scherzo: afferrò una botticella e cominciò a versare, aspettandosi una bella beffa al Frate così ingenuo, e guardando di sottecchi se l’olio cominciasse e colare, per smetterla, e concludere la beffa. Ma l’olio non colava e l’incauto donatore dovette continuare a versare, fra le risate dei marinai, che applaudivano il frate, quando l’olio, senza colare, riempì anche l’altra sacca della bisaccia. Le risate salirono al cielo quando fu chiaro che il beffato fu il Capobarca. Il quale però rimase così turbato dal fatto prodigioso e reso certo dal­le parole del Frate, che quella sera stessa volle salire in Convento a portare il barilotto, "cuponi", riempito d’olio in segno di devozione.

 

   Una volta accadde che il frate dispensiere si trovò senza un solo pane nella dispensa. * Proprio in quel giorno Fra Ignazio ritornò con la bisaccia vuota: non era mai successo, ma quella coincidenza fece andare in bestia Fra Gregorio. I tempi erano tristi ed una cattiva annata aveva diradato le provviste di grano e reso ancor più prezioso il pane. Questo lo sapeva Fra Ignazio — gridava Fra Gregorio — e doveva darsi d’attorno, cercare con più sollecitudine: picchiate e vi sarà aperto; ma Lui, Fra Ignazio, era un pelandrone, si attardava troppo in tutte le chiese che si paravano sul suo cammino, invece di fare la cerca. Pregare va bene, siamo qui per questo, ma non lasciare il Convento senza pane: e da una parola all’altra il nostro santo fu insultato, bistrattato, definito un buono a niente e un fannullone, che aveva scelto la facile arte di guardare il Cielo... * Proprio il Cielo guardava Fra Ignazio, umiliato di fronte al Dispensiere: e riconosciutosi colpevole e proprio un buono a nulla: quando mai Egli Fra Ignazio aveva saputo fare qualcosa di buono? E se n’andò, riprendendo la bisaccia per ricominciare la cerca, ma solo quando il Dispensiere aveva finito la sua sfuriata. Era appena uscito Fra Ignazio che entrarono due giovanetti recando due fumanti ceste di pane profumato. Il Dispensiere levò un sospiro di sollievo e già aveva riposto il pane nel cassone, e si voltava per ringraziare e chiedere a chi dovesse, il Convento, in quel giorno triste, tanta Provvidenza. * Non vide più i giovanetti vestiti di bianco; credette di poterli raggiungere in portineria: ma nessuno li aveva visti e nulla ne sapeva. Solo allora Egli pensò a un miracolo di Fra Ignazio.

 

   Tanto misurato con ognuno nei modi e nelle parole Fra Ignazio, quanto espansivo e affettuoso con tutti i ragazzi e le fanciulline. Ne aveva di buoni amici per i vicoli dei quartieri di Stampace e Castello e Marina, ch’egli visitò giorno per giorno per quaranta anni! Una di queste angeliche amicizie rimase memorabile; una docile e mite bimba spiava ogni giorno, nel vicolo della sua casa, l’arrivo di Fra Ignazio, e lo salutava andandogli incontro con salti di gioia: e da Lui aveva carezze e talvolta, dicono le cronache, ebbe anche il dono di frutta fuori stagione. Quell’animuccia era splendente di purezza e di pietà, perché Fra Ignazio sapeva sempre bene con chi soffermarsi. * Una volta Fra Ignazio si assentò da quelle parti e quando ritornò la bimbetta non gli corse più incontro. Fra Ignazio allora picchiò alla porta amica, e di Lei chiese notizia. La casa era piombata nel silenzio e nella tristezza. La bimba era appena morta, povera creatura: perché il Frate non era arrivato prima, che forse avrebbe potuto salvarla con qualche preghiera, od altro? Fra Ignazio si turbò profondamente, e varcò la soglia di quella casa in lacrime dicendo: — Ma non sarà morta, dorme! E la volle vedere. Si avvicinò al bianco lettuccio, le prese una mano: e la bimba sospirò lievemente, aprì gli occhi, e per invito del Santo dovette scendere dal letto e fare qualche passo. * I gridi di gioia della mamma e degli amici di casa crearono una gran confu­sione: ed i baci alla piccola risorta non finivano più fra lacrime di gioia. E fu di quella confusione che profittò il nostro Santo per uscir dalla camera e scomparire, mentre le lodi a Dio ed alla intercessione del Santo dilagarono in Città.

 

   Non è questo dell’operaio che precipitava da un ponte e che fu fermato per aria dal nostro Santo Igna­zio, il più noto ed il più popolare dei suoi miracoli nell’Isola, perché tanti e tali furono i miracoli compiuti da Lui che non si saprebbe quale scegliere, per dar rilievo alla sovrabbondanza di doni soprannaturali di cui il Signore lo dotò per testimoniarne, di fronte agli uomini, l’eroica virtù e la profonda umiltà così gradita al cuore di Dio. * Basta ricordare che mentre era vivente in Cagliari il nostro Fra Ignazio da Làconi, un Pastore protestante, cappellano di un reggimento mercenario di tedeschi che vi aveva stanza al servizio del Viceré, ne rimase profondamente colpito, e non credendo ai miracoli, fece una sua inchiesta. I fatti erano fatti: non si poteva smentirli; e non ostante la sua fede eretica, dovette dare testimonianza in un libro che fu stampato in tedesco a Lipsia nel 1780! Questo libro descrive, in una serie di lettere, "La Sardegna nel 1773, 1776", e fu tradotto in italiano e pubblicato in Cagliari nel 1899. Ebbene in questo libro si legge: "Noi godiamo qui una fortuna, la quale prova che la fede nel miracolo non è ancora estinta nella Chiesa. Noi vediamo cioè tutti i giorni mendicare attorno per la città un santo vivente, il quale è un frate laico dei Cappuccini, e si ha di già acquistato con parecchi miracoli la venerazione dei suoi compatrioti. Egli può fare che a lui corrano dietro formaggi interi, quando per inumanità gli se ne ricusa un pezzo..." e l’elenco continua. * Sono certo pochi i Santi i quali abbiano alla loro volta la fortuna di provocare la testimonianza di un Pastore protestante, che nei miracoli non credono.

 

   Fra Ignazio, dopo quarant’anni precisi che portava la bisaccia delle elemosine per le vie di Cagliari, capì, per vie misteriose, che la sua ora era finalmente arrivata. Si congedò dalla Sorella clarissa, Suor Agnese, e da altre famiglie amiche del Convento; si presentò ai Superiori chiedendo di lasciar la Cella, l’ultima parvenza di possesso, e di essere ricoverato nell’infermeria. Non chiese né medici né medicine, che non si trattava di malattia, né risulta che nessun medico tentasse di curarlo. Si trattava di un eroico scalatore giunto alla vetta! La voce si sparse per Cagliari, che si commosse e fece ressa alle porte del Convento. * Intanto Fra Ignazio volle confessarsi e con molti sospiri ricevette l’Eucaristia. Poi chiese al Padre Vicario che giorno fosse: era il 5 maggio 1781. Fra Ignazio contò i giorni e si fermò al Venerdì più prossimo. Poi giunti al Venerdì contò le ore e si fermò alle tre del pomeriggio. Venerdì, ore tre dopo mezzogiorno: l’ora della Passione del Signore, era la sua. I frati non volevano allontanarsi perché temevano che durante la loro assenza per la recita del Coro spirasse; ma Fra Ignazio, cieco e sordo, sentì questa preoccupazione fatta di fraterna tenerezza ed assicurò tutti: andassero pure a fare sì le solite preghiere comuni; c’era tempo, li avrebbe aspettati. I Confratelli commossi si recarono in coro a pregare con più fervore del solito e con tutta calma, fiduciosi nella profezia del Santo. Poi suonò la campana del Convento, che ricordava la Passione di Gesù, e Fra Ignazio la sentì, e disse: Questa è l’ora mia! E stendendo le braccia come se dovesse abbracciare qualcuno, santamente spirò. Quel giorno era l’11 maggio 1781.

LAUS DEO!