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Pace Francescana

Uccellino a Cork

 

San Francesco d’Assisi, da molti è conosciuto solo, o quasi, come colui che parlava agli animali, che amava la natura, infatti oggi è ritenuto, tra i tanti titoli attribuitigli, anche patrono dell’ecologia. Ma il Francesco di Bernardone è stato prima di tutto un giovane umbro che ha vissuto a cavallo tra l’XI e il XII secolo, che, come molti tra i 20 e i 25 anni circa (per qualcuno prima per altri dopo),  ha affrontato una travagliata crisi esistenziale in ricerca della verità nella sua vita. Una crisi sincera ed autentica che lo spingeva continuamente a cercare il senso pieno della sua vita, e dove non temeva di mostrare la sua reale ambizione. Figlio di un ricco mercante, intuì subito, o quasi, che la gioia e la pace del cuore non si trovano nei soldi, o nei divertimenti usa e getta. Provò poi a cercare questa gioia nell’autorealizzazione personale intraprendendo la medievale carriera cavalleresca, in modo da  ottenere quello che allora era il gradino più alto della scala sociale, quello della nobiltà: ma anche lì non trovò niente. Dove la trovò questa benedetta pace?

 

Spessissimo mi è capitato di incontrare delle persone, anche cristiani, che al solo nominare Francesco d’Assisi, entrano in un poetico stato, sintesi del brodo di giuggiole, misto tra romanzo e devozionismo e, vedi il caso,  difficilmente queste persone avevano o hanno letto qualche riga dei 21 scritti autentici di Francesco d’Assisi. Tra questi scritti ve n’é uno, che si chiama Ammonizioni, composto da 28 piccoli paragrafi (chiamati appunto Ammonizioni), e altro non sono che delle esortazioni ad una vita in Cristo. Ogni piccola esortazione più o meno ha un tema, e tra questi troviamo anche quello della pace, che recita così: “Beati i pacifici, poiché saranno chiamati figli di Dio. Sono veri pacifici coloro che in tutte le contrarietà che sopportano in questo mondo, per l’amore del Signore nostro Gesù Cristo, conservano la pace nel­l’anima e nel corpo” (Amm 15). Andando al sodo, la pace francescana non è un’astrazione della vita quotidiana, un angolino poetico (magari con un po’ di musica di sottofondo!) in cui rifugiarsi, o alienarsi dalle asperità di questa vita. La ricerca autentica della pace e della verità hanno portato il giovane Francesco a incontrare Gesù Cristo, ma nella realtà. Di più, soprattutto attraverso l’esperienza della sofferenza!

 

La pace francescana è prima di tutto e soprattutto incontrare e seguire Gesù Cristo nella realtà quotidiana.  E seguire Gesù Cristo vuol dire essenzialmente conoscere e mettere in pratica quello che Lui ha detto e ha fatto, e questo in poche e semplici parole corrispondeva con il programma di vita di San Francesco. La tua pace la ottieni solo – dice Francesco – sopportando le contrarietà della vita, per amore di Cristo. Non ci credi ancora? Hai ancora il mito del Francesco sdolcinato che non ha il coraggio di ammazzare un agnellino? Può darsi che egli sia anche questo, ma leggi cosa ha scritto lui stesso qualche mese prima di morire, ormai quarantaquattrenne, ripensando al momento della sua conversione: “Il Signore dette a me, frate Francesco, d’inco­minciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi mi­sericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo” (Test 1). L’assistenza ai lebbrosi, per provare a tradurre questa espressione in termini odierni, era un po’ come il volontariato del tempo, tra quelli più tosti però. Quando nel medioevo, un cristiano iniziava a fare penitenza, voleva dire che iniziava un serio cammino di discernimento su sé stesso, sulla propria vita.

 

E uscire dal mondo voleva dire mettersi in una condizione, sia fisica che interiore, che poteva favorire quel silenzio e quella concentrazione necessari, per poter comprendere la volontà di Dio: “…nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo” (Test 14). Solo in questo modo, però, l’amaro della insoddisfazione o vuoto interiore, della confusione totale, della sofferenza che ti fa urlare dentro, si trasformano in dolcezza d’animo e di corpo. Un francescano, come il suo santo patrono, non si ferma alla superficie della sua esistenza, ma ha il coraggio di mettersi in discussione, di entrare in crisi nel vero senso della parola e di cambiare rotta, se vuole trovare quella pace, che non è un mielato sentire, ma un regalo che Dio gli fa, nel momento in cui ha il coraggio e l’umiltà di dire a un Altro, a Qualcuno: ti prego, aiutami, poiché da solo non ce la faccio!

Padre Fabrizio Congiu