Sei qui: Home Francesco e la Pasqua
header12.jpg

Francesco e la Pasqua

 

 

La Pasqua è il centro di tutta la vita cristiana. Un Mistero, quello pasquale,  nel quale Dio si è completamente rivelato all’uomo nella persona di Gesù Cristo. Gesù Cristo ha fondato tutta la sua predicazione nella sua consegna obbedienziale nelle mani del Padre, anche per dare all’uomo questo esempio di conversione. Una conversione che a partire da questo esempio di Cristo può essere considerata come un capovolgimento della gerarchia dei valori: “…pur essendo Figlio non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò sé stesso assumendo la condizione di servo…” (Fil 2,5-7); e ancora: “Il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito, ma per servire” (Mt 20,28). Questo capovolgimento è ben rappresentato dall’episodio della lavanda dei piedi, dove il Signore della vita (“Io sono la via, la verità e la vita”. Gv 14,6) si è fatto servo, perché da Signore e Maestro ha lavato i piedi ai suoi discepoli (cfr. Gv 13,1-20). Anche Francesco d’Assisi ha posto la Pasqua come fondamento di tutta la sua esperienza in Cristo, dagli inizi della conversione fino alla morte, nudo sulla nuda terra.

 

Per frate Francesco l’atteggiamento cristiano del servo è quello che lui chiama “minorità” (cfr. ad es. Rnb V,15.19), e infatti spesso in quei testi nei quali egli parla di minorità o di frati minori, ci sono dei riferimenti alla lavanda dei piedi o al brano del Vangelo di Matteo. Allora, anche la conversione pasquale secondo Francesco, pienamente fondata su Cristo, è un capovolgimento della gerarchia dei valori, da “maggiore” secondo il mondo, a “minore” secondo il Vangelo: “<Voglio che questa fraternità sia chiamata Ordine dei Frati Minori>. E realmente erano minori, sottomessi a tutti e ricercavano l’ultimo posto e gli uffici cui fosse legata qualche umiliazione, per gettare così le solide fondamenta della vera umiltà, sulla quale si potesse svolgere l’edificio spirituale di tutte le virtù” (1Cel I, XV, 17-18). Altro aspetto da mettere in evidenza per ciò che riguarda la “Pasqua francescana” è il passaggio dalla morte alla vita (e, si noti, non il contrario!). La vittoria di Cristo sulla morte si imprime nella vita di frate Francesco più che in ogni altra persona attraverso le stimmate prima, e con la morte da nudo sulla nuda terra poi. Dal momento in cui aveva ricevuto le stimmate, due anni prima di morire, Francesco non fa altro che pensare alla sua morte, cioè all’incontro integrale (si passi il termine) con Dio. Ecco perché per Francesco la morte si chiamava “sorella”, perché era ed è colei che ci conduce fraternamente all’incontro definitivo con Dio. Le stimmate sono il segno del Cristo crocifisso, ma anche del Risorto!

 

E l’immagine del Cristo crocifisso che Francesco ha sempre prediletto è quella del Crocifisso Risorto (di San Damiano), perché meglio rappresenta la condizione del cristiano, che ogni giorno è chiamato a vivere la sua morte e resurrezione per opera di Dio. Frate Francesco volle morire nudo sulla nuda terra perché voleva rimettersi in Dio così come Dio l’aveva creato, proprio come nell’episodio di Adamo, attraverso la terra, come ci racconta anche Tommaso da Celano: “E dato che presto sarebbe diventato terra e cenere, volle che gli si mettesse indosso il cilicio e venisse cosparso di cenere. E mentre molti frati, di cui era padre e guida, stavano ivi raccolti con riverenza e attendevano il beato <transito> e la benedetta fine, quell’anima santissima si sciolse nella carne, per salire nell’eterna luce, e il corpo s’addormentò nel Signore” (1Cel II, VIII, 13-14). La Pasqua era per il Poverello, anche il passaggio da questo mondo al Padre, cioè un esodo, l’Esodo. Gli episodi della vita di Francesco richiamano continuamente questo aspetto: San Damiano, la spoliazione davanti al padre Pietro ed al vescovo Guido, presente tutta Assisi, l’abbraccio con il lebbroso…ogni tappa è una tappa del deserto verso la Terra Promessa, pellegrinaggio di colui che si riteneva pellegrino e forestiero in questo mondo. San Bonaventura argomenta questo aspetto dell’Alter Christus forse, meglio di chiunque altro:

 

Una volta, nel giorno santo di Pasqua, siccome si trovava in un romitorio molto lontano dall’abitato e non c’era possibilità di andare a mendicare, memore di Colui che in quello stesso giorno apparve ai discepoli in cammino verso Emmaus, in figura di pellegrino, chiese l’elemosina, come pellegrino e povero, ai suoi stessi frati. Come l’ebbe ricevuta, li ammaestrò con santi discorsi a celebrare continuamente la Pasqua del Signore, cioè il passaggio da questo mondo al Padre… ” (LM VII, 9). La Pasqua era per il frate d’Assisi, il passaggio dalla morte alla vita, dal peccato alla penitenza, dalla superficialità alla contemplazione. Una contemplazione che è rendimento di grazie a Dio per quanto ha operato in lui attraverso questo Mistero così grande, una contemplazione che si trasforma in lode: “…ti rendiamo grazie perché […] per la croce, il sangue e la morte di Lui ci hai voluti liberare e redimere” (Rnb XXIII, 5).