Sei qui: Home Ringraziamenti
haederproflucacarbonia.jpg

Ringraziamenti

Ringraziamo il Signore per avercelo dato

Fra Bonaventura Margiani, Ministro Provinciale

Il pellegrinaggio terreno del caro Confratello Fra Nazareno da Pula è terminato.

Sorella morte, che da vari giorni aveva preannunciato la sua venuta, è giunta alle ore 21.20 del 29 febbraio 1992 in una camera del reparto di Rianimazione dell'Ospedale SS. Trinità in Cagliari, ha preso con sé Fra Nazareno e lo ha portato alla Casa del Padre. Poco prima del suo ottantunesimo compleanno, Fra Nazareno era stato ricoverato nella clinica S. Antonio per controlli. Le sue condizioni di salute, in questo ultimo periodo, erano infatti in continuo, progressivo deterioramento. Solo un'eccezionale forza di volontà lo teneva in piedi e gli permetteva di tener fede agli impegni presi con la povera gente che numerosa accorreva a lui ogni giorno, provenendo dalle più disparate località della Sardegna e, spesso, anche da fuori.

Presagio che sorella morte era già in anticamera (P. Pio diceva — è morto a 81 anni anch'io morrò a 81 anni), volle festeggiare a modo suo il compleanno. Il 21, giorno del suo ottantunesimo compleanno, volle a pranzo me con altri confratelli, il 23 i Vescovi mons. Alberti, mons. Pillolla, mons. Orrù. Saputo che per preparare il pranzo si era Stancato talmente da non aver alla fine, neppure la forza di reggersi in piedi per andare a salutarli lo rimproverai per l'abuso che andava facendo delle sue povere forze! La notte tra il 25 ed il 26 gennaio stette talmente male che credette di morire. Appena saputo delle sue condizioni, di buon mattino, mi recai da lui con Fra Lorenzo e la dott. Giuliana Casula che lo visitò e si rese subito conto della gravità del caso, diagnosticando occlusione intestinale e insufficienza respiratoria. Diagnosi confermata poco dopo dal dott. Emilio Floris e dal prof. Giuseppe Binaghi giunti in rapida successione. Il prof. Binaghi ne dispose l'immediato ricovero nel suo reparto di Chirurgia all'Ospedale SS. Trinità per «occlusione intestinale da lesioni ripetitive per K gastrico». Nei primi due giorni di degenza fu fatto il possibile per sbloccare la situazione, ma tutto si rivelò inutile. Il martedì, 28 gennaio, fu giocoforza intervenire chirurgicamente.

Un intervento lungo, faticoso, difficile, ma felicemente portato a termine dal prof. Binaghi. Subito dopo l'intervento, si manifestò più grave la condizione polmonare e l'insufficienza respiratoria destò subito preoccupazione. Fra Nazareno fu portato in rianimazione. Aiutato dal respiratore automatico, è andato avanti fino a metà febbraio, in un continuo alternarsi di alti e bassi, di timori e di speranze.

Con la corona del Santo Rosario stretta intorno al braccio sinistro e il Crocifisso sempre stretto nella mano destra, Fra Nazareno ha vissuto il suo Calvario, reso sempre più penoso dal progressivo abbandono delle forze tanto da impedirgli perfino di comunicare per iscritto o per segni come soleva fare nel primo periodo di degenza. L'ultimo messaggio che mi scrisse, a caratteri pressoché illeggibili fu: mi perdoni mi benedica. Gli diedi l'assoluzione e la benedizione del Serafico Padre. Poi pianino, le sue condizioni sono andate aggravandosi giorno dopo giorno, fino alla resa totale. Fra Nazareno, al secolo Giovanni Zucca era figlio di Giuseppe e di Faustina Pibiri ed era nato a Pula il 21 gennaio 1911, sesto di nove figli (sei maschi e tre femmine), apparteneva ad una famiglia «distinta per censo e per esemplare condotta cristiana», come scrisse il Parroco Don Francesco Demontis, nella lettera di presentazione del giovane al P. Guardiano dei Cappuccini di Cagliari. Prima di venire fra noi, fu contadino e poi militare. Emigrò in Africa e lì si sistemò gestendo un esercizio commerciale di ristoro (era un bravissimo cuoco!) e di accoglienza. Con l'arrivo degli inglesi, perse tutto e fu fatto prigioniero. Visse in prigionia alcuni anni distinguendosi per rettitudine, amor di Patria e fermezza di carattere. Rispettò, ma mai adulò o lisciò i «padroni» inglesi, come invece vede va fare da parte di molti altri prigionieri. La sua dirittura morale lo impose all'attenzione, stima e ammirazione, oltre che dei compagni di prigionia, anche degli inglesi vincitori, che proprio a lui, affidarono uffici di responsabilità nel campo.

Ritornato in patria, logoro nel fisico e prostrato nello spirito, ebbe bisogno di ricovero in ospedale e di lunga convalescenza. Trovò poi lavoro, come fattorino, alla SATAS, società di trasporti automobilistici. Di «condotta esemplare cristiana e civile, non ha mai dato motivo di lagnanza presso nessuna autorità, si è mostrato sempre amante del ritiro e della pratica religiosa», scrive il Parroco di Pula nei certificato di buona condotta e, nella lettera di presentazione al P. Guardiano di Cagliari, aggiunge: «il suo comportamento dimostra di avere ferma vocazione e credo voglia decidersi sul serio». E sul serio Giovanni Zucca si decise e, in data 23 dicembre 1950, scrisse ai P. Provinciale dei Cappuccini «chiedendo umilmente di essere accolto in qualità di fratello laico in seno al Suo Ordine avendo grande desiderio di abbracciare la vita di S. Francesco, ad imitazione del B. Ignazio». Ruolo grande e importante in questa sua decisione ebbe P. Pio da Pietrelcina e accanto a P. Pio Fra Nazareno sarebbe voluto restare. Fu però lo stesso P. Pio a non permetterglielo, perché — disse — il suo posto era fra i Cappuccini della Sardegna. A Sanluri, il 23 settembre 1951, dalle mani del P. Maestro P. Innocenzo Demontis, ricevette il santo abito dei Cappuccini e assunse il nome di Fra Nazareno, nome che per lui era tutto un programma. A Sanluri, un anno dopo, il 24 settembre 1952, emise la prima professione, sempre nelle mani di P. Innocenzo, e tre anni dopo, il 29 novembre 1955, quella perpetua, nelle mani del P. Emilio da Quartucciu, Guardiano del Convento. A Sanluri era rimasto in quegli anni con la mansione di cuoco: molto apprezzato e stimato dai Confratelli sia per le grandi doti di professionalità che per l'amore e la dedizione con cui condiva ogni suo agire. Dopo Sanluri, lo troviamo questuante a Sassari, poi ad Iglesias, Cagliari, ancora a Sanluri, finché, nel luglio del 1977 viene trasferito a Sorso, ove rimane per una diecina d'anni. Ovunque visse, man mano che gli anni passavano, ogni giorno di più si impose all'attenzione della gente che a lui si recava dalle varie parti dell'Isola. Da Sorso, spesso, col permesso dei Superiori si recava a Cagliari e a Pula, esercitando ovunque «con grande dignità il suo ministero di orante e di consolatore degli afflitti in mezzo al popolo di Dio», come ha detto mons. Alberti all'Omelia della Messa Esequiale. Il bisogno della campagna e l'amore al ritiro lo spinsero a chiedere ai Superiori di poter vivere periodicamente in campagna, a "Peincareddu", prima, a Is Molas, poi, sempre in agro di Pula, in case di proprietà dei familiari.

A Is Molas la sorella Emanuela, con la collaborazione di amici, aveva fatto costruire in terreno di sua proprietà una casetta ove lui potesse ritirarsi in località «Sa guardia è su Predi», dal clima dolce e mite e con possibilità di dedicarsi anche al vecchio amore del lavoro dei campi. In quella casa, Fra Nazareno ha trascorso l'ultimo periodo della sua vita terrena, attendendo alla preghiera, al lavoro, all'accoglienza ed ascolto delle persone che, numerose, a lui ogni giorno accorrevano, provenienti da tutte le parti dell'Isola e anche da luoghi lontani. Accanto a quella casa, i suoi amici stanno erigendo una chiesa che ricorda quella di N.S. delle Grazie a S. Giovanni Rotondo, cara a Fra Nazareno. In quella chiesa troveranno definitivo riposo le sue spoglie mortali, com'egli desiderava ed espressamente chiese, anche poco prima che morisse. Ai fedeli ed amici che andranno a trovarlo, quei luoghi ricorderanno i giorni felici in cui Fra Nazareno, fatto tutto a tutti, li accoglieva con un sorriso, talvolta con un rimprovero, Sempre con grande semplicità e cordialità. In quel luogo spesso avveniva lo «scambio» dei dolori: i fedeli li portavano a lui e lui se li caricava su di sé, ed essi ritornavano a casa sereni contenti e leggeri. Da quel luogo, come detto, partì per non farvi più ritorno, la mattina del 26 gennaio per recarsi, in autoambulanza, all'ospedale SS. Trinità. Da vero frate minore «come forestiero e pellegrino in questo mondo», dopo aver vissuto lontano dai propri fratelli gli ultimi suoi anni di vita, Fra Nazareno ha trascorso fuori del Convento anche gli ultimi giorni e ha accolto sorella morte non nella sua cella, ma in una fredda camera del reparto di Rianimazione dell'ospedale in compagnia di sofisticate apparecchiature elettroniche che l'hanno «aiutato» a prolungare la sua lunghissima agonia, con la sola consolazione dell'amorevole e affettuosa presenza e assistenza del fraterno amico Giovanni Caria, unica persona cui era stato permesso di stargli vicino e che di fatto gli è rimasto sempre accanto, per tutto il periodo della degenza in ospedale.

Anche dopo la morte. La Messa esequiale, pur con l’onore della Cattedrale e la presidenza dell'Arcivescovo mons. Ottonino Pietro Alberti non è stata celebrata nella nostra Chiesa, come invece era stato previsto e annunciato; l'itinerario del corteo funebre, con la folla strabocchevole, è stato modificato all'ultimo momento; la sepoltura è avvenuta nel loculo del Confratello Fra Nicola da Gesturi: tutto, insomma, all'insegna della povertà e della precarietà. Quel che non è stato né povero né precario è stato l'affetto e l'afflusso dei fedeli sia durante la sua permanenza in Convento, sia durante la Messa in Cattedrale, sia, infine, nell'ultimo suo viaggio verso il cimitero di Bonaria. «E morto Fra Nazareno, il frate taumaturgo: era in odore di santità.» «Dopo una vita austera e di preghiera si è spento Fra Nazareno da Pula», «Trentamila ai funerali di Fra Nazareno», «Folla imponente ai funerali di Fra Nazareno, il Cappuccino che il popolo di Dio vuole santo», «L'ultimo “grazie” al frate degli umili», «La Sardegna commossa saluta fra Nazareno», «Sulle orme di S. Francesco il fraticello che ha commosso la città», «I fedeli gli hanno tributato lo stesso omaggio concesso a Fra Nicola, il suo predecessore», «L'addio a Fra Nazareno: per migliaia di fedeli in pellegrinaggio a Cagliari»...: sono solo alcuni dei titoli significativi dei giornali locali ed esprimono il pensiero non dei frati ma quello della gente e descrivono un avvenimento che ha colpito profondamente la città e l'Isola tutta. Fin dal mattino del 01 marzo, non appena la notizia della morte si è diffusa, la gente è accorsa in forze per venerare le sue spoglie, composte nella bara scoperta, esposte nel Salone del Convento, trasformato in camera ardente. Folla che è aumentata di ora in ora fino a divenire imponente ed eccezionale, che ha portato il pensiero a quel lontano 8 giugno del 1958, giorno della morte di Fra Nicola da Gesturi. Stessa folla, stesse manifestazioni di affetto, gratitudine, stima, venerazione: tutti volevano vedere, tutti avrebbero voluto toccare, baciare quella salma piamente composta con le mani intrecciate sul petto che stringevano il Rosario. Tutti porgevano oggetti di ogni tipo perché per un attimo almeno stessero a contatto con lui. Vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, autorità e personalità del mondo politico e militare, magistrati, medici, avvocati, professionisti, imprenditori, gente comune di ogni età, sesso e condizione, tutti hanno atteso pazienti e composti anche per ore, il proprio turno per poterlo salutare, spesso in religioso silenzio, talvolta pregando a voce alta. La mattina del 2 marzo ho aperto la Chiesa alle 05.45, dato che la gente attendeva di poter entrare.

Ben presto si è ripetuto lo spettacolo del giorno precedente: folla sempre più numerosa s accalca alla porta del Convento per poter entrare nel salone, sostare un attimo, dare un estremo saluto all'amico e benefattore, Fra Nazareno, e proseguire lentamente verso la chiesa. Un itinerario obbligato, dato il grande afflusso. Così fino alle 13.00, ora in cui la bara è stata saldata e definitivamente chiusa, alla presenza dell'Ufficiale sanitario e di pochi intimi. La bara, per ragioni pratiche, è stata portata in chiesa per "viam breviorem". E in chiesa c'è voluta tutta la forza e l'autorevolezza dell'amico dr. Giovanni M. Tamponi per imporre un pò d'ordine alla gente che la gremiva fino all'inverosimile e che premeva da tutte le parti per potersi accostare alla bara. Alle 15.30 la recita del vespro dei Defunti e poi il corteo che doveva essere mesto, ma che di fatto era gioioso, accompagnato da battimani, da canti e preghiere, saliva l'erto colle di Buoncammino per portarsi in Cattedrale, ove alle 16.30 S. E. mons. Arcivescovo presiedeva la Concelebrazione, assistito da mons. Paolo Carta e dal sottoscritto e attorniato da una trentina di sacerdoti concelebranti tra i quali due Canonici del Capitolo Metropolitano, il Parroco di Pula... Accanto alla bara, sistemata ai piedi dell'altare, il Gonfalone del Comune di Pula con la rappresentanza del Comune, due Guardie Civiche che sostenevano una grande corona, il Presidente del Consiglio regionale, On. Mario Floris, Deputati al Parlamento, Consiglieri regionali, Assessori comunali e altre autorità. L'Arcivescovo ha tenuto una vibrante Omelia in cui ha illustrato la figura del Confratello definito «orante e consolatore degli afflitti», «fedele figlio di S. Francesco» con il segreto d'una vita «vissuta nell'ardente preghiera e nell'eccezionale spirito di sacrificio, il che è lo stesso che dire amore di Dio e amore ai fratelli». «La sua fede, ha concluso l'Arcivescovo, è stata il motivo ispiratore di tutta la sua esistenza e la prima ragione della sua grandezza». Prima della benedizione finale ho voluto, come di dovere, indirizzare a nome dei Cappuccini due parole di ringraziamento all'Arcivescovo. Alla mia esortazione di pregare perché il Signore ci mandi altri Fra Nazareno, è scrosciato un lungo, vibrante caloroso applauso, segno della stima e della venerazione che la gente nutre verso il caro Confratello defunto. Dopo la S. Messa il corteo, che «più che funebre — come ha sottolineato l'Arcivescovo nell'Omelia — ci appare come un tributo di lode, di ringraziamento e, perché no?, di gloria». Seguito da una enorme folla, accompagnato da canti e preghiere, salutato ogni tanto da fragorosi applausi il feretro di Fra Nazareno ha attraversato piazza Palazzo, e si è diretto verso il Cimitero di Bonaria, attraverso via Martini, viale Regina Elena, piazza Costituzione, viale Regina Margherita e, quindi, viale Bonaria, fino al Cimitero, ove si è giunti che era già buio e nel quale, da ore, stazionavano migliaia di persone in attesa dell'ingresso di Fra Nazareno, accolto anche qui da applausi e accompagnato da canti e preghiere. Una benedizione al tombino, prima, e alla salma poi, hanno preceduto la tumulazione. Nel tombino di terza classe, che accolse nel '58 le sante spoglie di Fra Nicola, Fra Nazareno dorme ora il sonno dei giusti in attesa della Risurrezione finale. Come Confratelli non possiamo non sentire il dolore del distacco, ma come credenti non possiamo non ringraziare il Signore di avercelo dato e restiamo in attesa di ricongiungerci con Lui in Cielo. Anche la gente, quanta gente!, quella che andava da Lui a chiedergli preghiere e grazie e che, presa «una caramella di speranza» (per ognuna chiedeva un’Ave Maria: mica male!), ritornava a casa con la gioia nel cuore, forse piangerà più di noi la sua dipartita e si sentirà orfana, ma anch'essa, nella circostanza, ha dimo strato di saper leggere e accettare i disegni di Dio. Pur fiduciosi che il Padre Buono e misericordioso lo abbia accolto con la «mano leggera», come Lui desiderava e pregava, provvediamo al più presto per i dovuti suffragi.

Una folla immensa per dirti «grazie»

Padre Tarcisio Mascia

Un altro fratello se n'è andato: Sorella Morte, dopo tanto soffrire, l'ha preso con sé per ricondurlo alla Casa del Padre. Si piange, quando qualcuno dei propri cari se ne và. Per lui, i confratelli non hanno pianto, neppure quelli più affezionati: hanno sentito il distacco come un «arrivederci», un saluto temporaneo in attesa di ritrovarsi, insieme, nella Gerusalemme celeste. Non è stato però un saluto di routine, un distacco «scontato» e come al solito prevedibile e da «mettere in conto».

Intorno alle spoglie mortali di Fra Nazareno non c'erano solo i suoi fratelli cappuccini: c'era una folla immensa, accorsa da tutta l'Isola per dirgli «grazie» e accompagnarlo alle soglie dell'eternità. Erano in tanti, una fiumana di gente d'ogni età e condizione: hanno sfilato davanti alla salma del fratello comune, al quale tante volte avevano confidato pene e crucci, speranze e trepidazioni, ricevendone conforto e fiducia.

La memoria, d'istinto, ripercorre vicende, episodi, stagioni: niente di straordinario in quello spazio della vita conventuale, dove lo «straordinario» è inconcepibile, perché di straordinario c'è solo la Grazia, che opera in ciascuno in modi e forme singolari e irripetibili. La presenza di Fra Nazareno è stata avvertita dai confratelli come «normale»: quella di un fratello laico, senza cultura (privo anche dei «fondamentali»), arguto, dotato di forte carattere, alieno dagli accomodamenti, saggio di una saggezza antica e disarmante, disponibile sempre e comunque all'ascolto e al consiglio. La gente, che lo incalzava da vicino, giorno dopo giorno, gli attribuiva carismi e virtù eccezionali: guarigioni, profezie, introspezione, discernimento... Ai confratelli giungeva, non sempre accolta di buon grado e acriticamente, l'eco di quelle «storie», che apparivano ai più colorite dalla credulità e dall'ingenuità della gente, incline a edificare monumenti e garantire fama a coloro che ne abbiano avallato disegni e aspirazioni. Tale poteva apparire ai confratelli la figura e l'opera di Fra Nazareno.

L’accorrere, opportuno e importuno della gente, così spesso affamata più di prodigi che di Grazia; l'assedio continuo dei luoghi, nei quali l'obbedienza l'aveva destinato; la tempesta telefonica, che si abbatteva senza soste sul convento «malcapitato», costituivano come dei fattori destabilizzanti della pace conventuale e indirettamente erodevano la stessa «credibilità» di quella santità, che pur la gente gli attribuiva.

Fu, dunque, santo Fra Nazareno? Chi scrive non ha avuto la grazia di conoscerlo da vicino, di godere delle sue confidenze, di seguirlo nel suo quotidiano lavoro apostolico: altri l'hanno «goduto» e da lui hanno ricevuto affetto e ottenuto favori. A esprimere un giudizio sulla virtù di lui sarà la Chiesa (l'Arcivescovo, al suo funerale, ha espresso l'auspicio che ciò avvenga). Se il disegno della Provvidenza lo vorrà, sarà quello un segno ulteriore dell'imprevedibilità e imperscrutabilità del piano di Dio, che capovolge le categorie e i giudizi degli uomini. Al momento, prendiamo atto di un fatto straordinario: quella folla immensa accorsa a dirgli grazie e a dargli l'ultimo saluto. Sembrava che il Popolo di Dio avesse im­provvisamente ritrovato la sua identità e vibrasse di gratitudine nei confronti di quel modesto cappuccino, che era stato suo autorevole interprete.

Ritornano alla memoria quelle parole di Frate Masseo a Frate Francesco: «Perché a te tutto il mondo viene dietro e ogni persona pare che desideri di vederti e d’udirti e d'ubbidirti? Tu non sei bello di corpo, non sei di grande scienza, tu non sei nobile; perché dunque a te tutto il mondo viene dietro?» È accaduto anche a Fra Ignazio, a Fra Nicola, ora a Fra Nazareno. I quali, forse, tutti risponderebbero con Francesco: «Quegli occhi santissimi (di Dio) non hanno veduto fra i peccatori nessuno più vile, né più insufficiente, né più grande peccatore di me; e perciò a fare quell'operazione meravigliosa, la quale egli intende di fare, non ha trovato più vile creatura sopra la terra...». E noi confratelli, se non siamo stati adeguati estimatori ditali figure, ci onoriamo ugualmente di osservare che le vie del Signore passando ancora per i nostri conventi e che la gente ama sempre i suoi frati, dei quali capisce il linguaggio, apprezza le opere ed esalta, incontrandola, la virtù.

Nessun colle, come quello di Buoncammino, ha mai visto per i suoi viali tante figure di Santi: come città posta sul monte, continua questo luogo a diffondere intorno la sua luce.