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Testimonianza di Fra Lorenzo

                                              

Mentre mi accingo a mettere per iscritto queste memorie, che riguardano i miei anni vissuti con fra Nicola, sento sorgere dentro di me una certa trepidazione sapendo quanto è difficile per me tradurre in parole, detti o scritti, il mio pensiero e i miei sentimenti. Mi spiacerebbe se a causa della mia inettitudine non riuscissi a presentare al lettore, se un lettore ci sarà, la meravigliosa figura di fra Nicola, così come la vedo dentro di me, e che il tempo non ha sfumato ma che si fa sempre più nitida e splendente. Dopo oltre quarant'anni dal suo ritorno al Padre, mi è sempre caro e dolce ripensarlo e ricordarlo, leggere, ascoltare o parlare di lui.

Come incontrai e conobbi fra Nicola

Mi riporto a quel lontano mattino dell'8 settembre 1936 quando insieme a mio padre giunsi a Cagliari presso il convento di fra Ignazio, in via degli ospizi,(così allora si chiamava), per essere accolto nell'ordine dei frati minori cappuccini. Entrammo per la porta della chiesa, ormai deserta perché le messe erano terminate. Giunti vicino alla sacrestia ci guardammo intorno in cerca di vedere qualche frate, quand'ecco uscire dalla porta di sacrestia fra Nicola, il quale intuito il nostro atteggiamento ci chiese: "Cercavano qualcuno?", "Sono venuto per farmi frate" dissi io. "Bene" rispose fra Nicola "venite che vi accompagno dal superiore".

Mentre si andava, fra Nicola mi chiese: "Come si chiama?", "Benvenuto" risposi io, " e benvenuto sia" disse fra Nicola, "ha fatto bene entrare oggi in convento, nel giorno della madonna, è di buon augurio".

Infatti l'8 settembre si celebra la natività della madonna,(io non ricordo se scelsi quella data intenzionalmente). Solo dopo seppi che il primo frate che mi stringeva la mano era fra Nicola.

La sera del medesimo giorno il superiore mi disse: "Da domani lei stia in cucina a disposizione del cuoco disposizione del cuoco".

Mi fu assegnato il lavoro, ma nessuno mi veniva assegnato perché mi istruisse in qualche modo come comportarmi.

Per me, che venivo dalla campagna, tutto era nuovo e mi sentivo un po’ spaesato. Fra Nicola si accorse subito di questo mio stato di disagio e con molta bontà e premura spesso mi si avvicinava e chiedeva come stavo, se avessi bisogno di qualcosa, se trovavo qualche difficoltà.

Spesso mi chiamava ad aiutarlo a trasportare damigiane di vino dalla cantina al refettorio, cosa che facevo volentieri, perché mi dava occasione di scambiare qualche parola con lui. Anche fra Nicola si serviva di questa e di altre occasioni per introdurmi gradatamente alla vita religiosa.

Mi insegnava in modo particolare come si doveva pregare, mi raccomandava l'obbedienza al cuoco e al superiore e l'osservanza del silenzio secondo le nostre norme.

Io, che ben presto venni a conoscenza della sua forma di santità, sentivo nascere in me tanta venerazione verso fra Nicola. La sua vicinanza mi incoraggiava e mi dava sicurezza, la sua parola mi illuminava e il suo esempio mi spronava ad andare avanti con generosità.

A causa della mia età (avevo appena sedici anni), della mia incapacità, e anche della mia ingenuità, ogni tanto combinavo guai, cosa che mi attirava giustamente rimproveri da parte del superiore o del cuoco. E neppure mancava chi volendosi bonariamente divertire, mi combinava qualche scherzo. Specialmente in queste circostanze fra Nicola era sempre pronto a sdrammatizzare il caso e ad infondermi coraggio e fiducia. Dopo dieci mesi di probandato fui mandato a Fiuggi per iniziare l'anno di noviziato. Ne fui tanto felice anche se mi dispiaceva allontanarmi da fra Nicola. Nel salutarlo mi raccomandai tanto alle sue preghiere e lui ancora una volta mi raccomandò in modo particolare di essere sempre fedele alla preghiera e alla obbedienza.

Nove anni dopo.

Gli anni intanto scorrevano uno dopo l'altro. Terminato il noviziato feci la professione semplice, tre anni dopo quella solenne. E fu la guerra. Rare le notizie che giungevano da Cagliari, io ero felice quando qualche frate che era stato in Sardegna parlava con ammirazione di fra Nicola. Chi non ricordava il nome lo chiamava il frate santo di Cagliari.

Desideravo tanto rivederlo, e grande fu la mia gioia quando nel luglio 1947, dopo nove anni, feci ritorno a Cagliari. Mi presentai a fra Nicola; avevo una lunga barba nera. Non poteva riconoscermi. Gli dissi: " Ricorda fra Nicola, quel probando che si chiamava Benvenuto?". "Lo ricordo benissimo", rispose. "Sono io, ora fra Lorenzo". E lui: "E ora sia il bentornato tra noi".

Ritrovai un fra Nicola, non dico cambiato, ma molto più maturo, non solo nei tratti fisici, ma soprattutto nel suo modo di essere e di vivere.

Le sofferenze della guerra che aveva vissuto in sé e negli altri, specialmente nei periodo dei bombardamenti della città, sembrava lo avessero maturato rapidamente. Mi appariva più silenzioso e più raccolto, e più riservato.

Mi ero subito reso conto che la fama della sua santità si era ormai imposta in tutti gli strati sociali. Ammirazione e venerazione erano i sentimenti che provavo verso fra Nicola. Nel convento di Cagliari c'erano anche altri frati di santa vita; uomini di preghiera e di sacrificio, che facevano onore al convento di fra Ignazio e all'abito di S. Francesco. Ma fra Nicola eccelleva su tutti; un campione di santità, che attirava sempre più la mia attenzione, e accendeva in me un grande desiderio di conoscerlo più profondamente.

Tutte le occasioni erano buone per avvicinarlo, scambiare qualche parola, fare delle domande . Spesso giocavo d'astuzia, e partendo da lontano con le mie domande andavo stringendo sempre più il cerchio, ma fra Nicola era molto riservato, direi eccessivamente riservato, era inoltre molto intelligente e capiva al volo dove io volevo arrivare. A un certo punto abbozzava un sorriso, un inchino appena accennato, e : "Sia lodato Gesù, e Maria" . Fra Nicola se ne andava per i fatti suoi e io restavo lì, un po' deluso, ma non senza il proposito di riprovarci.

Usando queste astuzie riuscii ad avere qualche confidenza, ma non troppe. A un certo punto mi resi conto che bisognava cambiare tattica. Avrei cercato di conoscere fra Nicola non più con domande dirette, ma mediante un'attenta osservazione del suo comportamento, cioè del suo modo di essere e di fare. Una conoscenza riflessa, dunque, che non correva rischi e che col tempo avrebbe dato i suoi frutti.

Oggi posso dire che la vivezza dei miei ricordi su fra Nicola è dovuta soprattutto a quest'attenta osservazione, e quanto andrò esponendo sull'uomo di Dio, lo pescherò nel mare dei miei ricordi, senza curarmi se corrisponde o no a quanti altri hanno egregiamente scritto su di lui. Sarà il caro lettore, se mai un lettore ci sarà, a verificare e fare confronti, il quale prego di tener presente che la verità, o realtà di una cosa, può presentare molti aspetti ugualmente veri, come le sfaccettature di un diamante riflettono la stessa luce ma in direzioni diverse.

L'aspetto di fra Nicola

Comincerò col presentarvi l'uomo fra Nicola, il fra Nicola fisico, così come lo ricordo io. Di statura poco inferiore alla media, almeno a me sembrava così, anche se ci sono stati dei testi che al processo canonico lo hanno definito basso. Forse appariva più basso di quanto non fosse perché sempre con la testa china.

Di costituzione era alquanto robusto. Nelle occasioni in cui l'ho dovuto curare ho sempre notato l'ampiezza del suo torace.

Il contadino di Gesturi, nonostante avesse cambiato lavoro, continuava a portare muscoli ben sviluppati, non solo alle gambe che si spiegherebbe per il suo continuo camminare, ma anche alle braccia. Muscoli capaci di sviluppare una notevole forza. Me ne rendevo conto soprattutto quando lo aiutavo nei lavori di cantina. Le mani mi parevano piuttosto grandi e nerborute, specialmente quando, conserte, le appoggiava sul petto. Era questa una positura abituale.

Il volto era incorniciato da una barba incolta, lunga ma non troppo, di color biondiccio, come biondicci erano i capelli che spesso lasciava crescere un po’ troppo prima di decidersi a farseli tagliare.

La fronte era un po’ allungata verso l'alto, spaziosa normalmente e precocemente solcata da rughe trasversali.

Le labbra, un po’ grosse, affondavano nei baffi spioventi in avanti.

Due lembi di guance ben pronunciate si tenevano fuori della barba, sormontate in alto da un naso definibile regolare.

Tutto considerato non poteva dirsi che fra Nicola fosse un bell'uomo, secondo il senso comune di questo termine.

Ma di bello, di veramente bello anche fisicamente c'era una cosa, anzi due, "gli occhi". Chi ha avuto la fortuna di vederli, (e sono stati in pochi), gli ha definiti meravigliosi, incantevoli, sia per il colore sia per l'espressione.

Negli anni 50 mi recai a Gesturi per la questua dell'olio e notai che molti gesturesi portavano occhi chiari e celestini, ma non ne vidi alcuno che portasse gli occhi uguale a quelli di fra Nicola. Io gli avevo osservati tante volte occasionalmente. A volte invece, con astuzia nel mostrarli un oggetto lo sollevavo in alto costringendolo a sollevare lo sguardo. E mentre per lui poteva essere uno sforzo, io mi estasiavo nel contemplarli, ammirando ancor più che la bellezza fisica, la luminosità, la purezza e la mitezza che esprimevano. Due spicchi di cielo , due perle incastonate in un volto d'asceta.

Come potevano, mi chiedevo talvolta, quegli occhi adusi a fissare il grigiore dei selciati della via di castello, della marina e di Villanova, come potevano riflettere il colore del cielo? Eppure riflettevano il colore del cielo, anche di quello atmosferico, ma soprattutto del cielo che era dentro di lui. In fra Nicola gli occhi erano veramente le finestre dell'anima. La sua anima tersa e luminosa si affaciava nei suoi occhi. E beato chi poteva vederli!

Pochi giorni dopo la sua morte il superiore mi incaricò di esaminare ed eventualmente fotografare quanto di importante si trovava nella sua camera e fare una raccolta delle sue foto. Dopo aver sviluppato e disposto in ordine cronologico le varie foto feci questa constatazione: il suo sguardo, piuttosto freddo quando era giovane, diventava sempre più mite e dolce man mano che si avvicinava alla fine.

Constatazione molto significativa, perché dice molto sul cammino spirituale di fra Nicola, constatazione che fanno non pochi visitatori osservando le medesime foto nel museo di fra Nicola.

Le doti di fra Nicola.

Era difficile e riservato a pochi quanto c'era di più bello fisicamente in fra Nicola, ancora più difficile era vedere e capire quanto c'era di bello e di grande in fra Nicola sotto l'aspetto psicologico. Solo una lunga, attenta e diuturna osservazione poteva evidenziare i dati salienti delle sue tendenze, doti e potenzialità.

Nonostante tutto resterà sempre difficile, per non dire impossibile, scindere e distinguere ciò che proviene dalla natura e ciò che ha operato la grazia.

Uomo poco dotato, è stato definito fra Nicola, da alcuni testi che hanno deposto al suo processo. Questo può essere vero ma solo se si intende per poco dotato quella scarsa capacità nell'espletare alcune mansioni, come quelle di cuciniere e di cantiniere, che però va attribuita non a capacità apprenditiva, ma a mancanza di insegnamento.

Da parte mia oso affermare che fra Nicola era fortemente dotato di facoltà umane. Vedevo in lui una volontà forte, costante e determinata, una volontà che mai presentava flessioni o stanchezza, una volontà che mai vidi venir meno nei suoi impegni religiosi o nei suoi impegni di servizio. E ancora, una volontà totalmente rivolta al bene: "voglio fami santo" rispondeva a i suoi coetanei che gli chiedevano dove volesse arrivare colo suo comportamento altamente esemplare. Voleva, fortemente voleva e c'è riuscito. Si è perché Dio può fare grandi cose quando la volontà dell'uomo aveva fatto santo, non perché la santità sia frutto di sforzo umano, ma accoglie la volontà di Dio e si uniforma ad essa.

Fra Nicola voleva farsi santo perché essendo molto intelligente aveva "CAPITO". Aveva capito che cos'è essenziale nella vita di un uomo, che cosa veramente conta. Aveva capito e aveva scelto i mezzi più idonei per raggiungere lo scopo. Questo vuol dire essere intelligenti. E i santi sono sempre persone di grande intelligenza.

Letture per lo Spirito.

Oltre ad una volontà forte e costante, ad un intelligenza aperta e pratica, fra Nicola possedeva anche una buona memoria. Grazie ad essa egli ricordava e citava alcuni brani della scrittura, di autori spirituali e delle vite dei santi. Spesso citava anche alcune frasi in latino corretto, non perché lo conoscesse, ma perché ricordava il passo così come era scritto. Ricordo che citava molto spesso S. Paolo, S Bonaventura e le massime di S. Francesco.

Fra Nicola possedeva una cultura di base assai scarsa: aveva frequentato le scuole elementari solo fino alla 3° classe. In quel tempo nei paesi non c'era di più. Ne venendo in convento poteva pensare di ampliare i suoi studi. Fino a qualche decennio fa per i fratelli laici, cioè per i frati non sacerdoti, ogni tipo di studio era interdetto, e questo a motivo di un'interpretazione riduttiva, se non proprio errata, di un passo della regola. Ma se povero era di cultura umana non così può dirsi della sua cultura religiosa.

Fra Nicola leggeva molto e considerando la sua spiccata intelligenza e la sua buona memoria, assimilava molto. Leggeva oltre che i libri di istruzione e devozione alla portata di tutti come la Filotea di Riva e il manuale di pietà dei Cappuccini, anche opere di alta spiritualità, come il libro di S. Angela da Foligno e opere varie di S. Teresa d'Avila. Altri libri ancora si faceva prestare dal padre bibliotecario, che puntualmente restituiva non appena terminati. Leggeva molto nella sua cella anche se questo comportava restrizione delle ore di sonno e leggeva persino sui tram. Quando la distanza era un po’ lunga, tirava fori una lente d'ingrandimento che teneva sempre in tasca e s'immergeva nella lettura, forse anche per scoraggiare qualcuno che avrebbe voluto rivolgergli la parola. Notai che fra i pochi libri che teneva abitualmente nello scaffaletto della sua cella mancava la Bibbia. Non fa meraviglia anzi lo farebbe il contrario. A quei tempi un fratello che tenesse presso di se la Bibbia e la leggesse farebbe sorgere dei sospetti. Forse si stava montando la testa. Io, che a differenza di fra Nicola, a volte uscivo fuori del seminato, ricordo che lessi la bibbia del Martini, opera voluminosa con lunghissime note, nelle notti di luna piena tenendo il libro sul davanzale della finestra. Tenevo la luce spenta perché nessuno si accorgesse che leggevo la Bibbia .

Fra Nicola, frate formato dalla Regola

Ho accennato a "quei tempi" e li richiamo ancora perché ritengo che non si può capire pienamente fra Nicola se non si tiene presente il tempo in cui egli è vissuto. Ogni uomo è figlio del suo tempo, e questo vale anche per i santi, pur considerando che i santi trascendono il tempo.

Nel caso di fra Nicola per "quei tempi" non intendo gli avvenimenti che lo contrassegnarono, ma quella cultura spirituale entro la quale il frate si formava e viveva. Cultura formata dalla regola e sue interpretazioni, dalle Costituzioni, dalle Ordinazioni generali, dalle tradizioni e costumanze, dalle quali i frati dovevano uscirne come modellati a stampo, tutti uguali e precisi. Non tutti in pratica erano così docili e malleabili e non sempre era facile vedere in alcuni almeno, i lineamenti di Cristo e di Francesco d'Assisi.

Vi dicevo prima che volevo arrivare ad una conoscenza profonda di fra Nicola mediante l'osservazione diretta dei suoi comportamenti. Posso affermare con tutta sincerità che mai ho potuto notare in fra Nicola, durante quegli 11 anni che siamo stati insieme, la benché minima trasgressione della regola o delle Costituzioni. Queste ultime in particolare da noi sono state sempre considerate come l'autentica interpretazione della regola dei frati minori, adattate ai casi pratici della vita. Sono le Costituzioni che imprimono nel nostro ordine quel carisma che ci caratterizza e distingue dalla altre famiglie francescane.

Quando per la prima volta furono presentate al Papa perché le esaminasse e approvasse, egli dopo averle lette disse ai frati: "Se voi mi presentate un frate di cui potete accertare che egli ha osservato pienamente queste Costituzioni, io ve lo canonizzo senza richiedere miracoli". Ebbene fra Nicola potrebbe essere questo frate da presentare. Fra Nicola aveva così bene incarnato e personalizzato le nostre Costituzioni, al punto che se queste fossero andate smarrite, guardando la vita di fra Nicola si potrebbero ricomporre.

Dopo il Concilio Vaticano II° anche il nostro Ordine ha dovuto rivedere le Costituzioni, liberandole da una normativa sicuramente eccessiva, e da alcune incrostazioni che l'appesantivano.

Le nuove, senza nulla perdere dei valori spirituali, meglio si adattano ai tempi attuali in continua evoluzione. Non ci dicono più: "fai così, fai cosà e sarai perfetto" ma ci mostrano un immenso orizzonte, una meta lontana con la strada per arrivarci, e ci dicono: "Corri, vola in libertà di Spirito e non pensare di essere mai arrivato"

Talvolta mi chiedo: "Come sarebbe vissuto oggi fra Nicola?" La risposta viene da se: "con la stessa coerenza di allora".

Fatta questa premessa penso che sia giunto il momento di cominciare a dir qualcosa sugli aspetti spirituali di fra Nicola, così, come io lo ricordo.

Il silenzio.

Il silenzio è stato considerato, direi all'unanimità, l'elemento più caratterizzante della spiritualità di fra Nicola.

Ma cos'è il silenzio? Se lo domandiamo all'uomo qualunque, egli, senza troppo pensarci ci risponderà: "è l'assenza di suoni e di rumori". Infatti il silenzio fisico è questo.

Ma per l'uomo spirituale come lo era far Nicola, il silenzio è ben qualcosa di più. Certo anche il silenzio fisico è molto importante. Esso condizione favorevole per entrare nel grande silenzio, il silenzio interiore, il silenzio di tutto l'essere.

Tutti i grandi spiriti della storia hanno cercato luoghi di silenzio. Anche Gesù prima di iniziare la sua vita pubblica fu "sospinto" dallo Spirito nel deserto, nel regno del silenzio.

Fra Nicola non andò nel deserto, non si rifugiò nella sommità dei monti. Mi par lecito pensare che desideroso di silenzio e di solitudine, tante volte con la fantasia sarà tornato alla sua Giara, dove ben conosceva i siti più remoti, per gustarne la solitudine e il silenzio. Ma questo solo con la fantasia perché pur volendo non poteva ne andarci, ne starci. E allora pensò di diventare lui silenzio; "frate silenzio", il silenzio in persona. Dire frate silenzio e dire fra Nicola, come dire fra Nicola é dire frate silenzio.

Anche su questo punto fra Nicola aveva somatizzato le prescrizioni delle nostre Costituzioni. Fra Nicola le conosceva bene, le aveva insegnate anche a me. esse prescrivevano il cosiddetto grande silenzio, da quando suonava l'angelus della serafino a dopo la S. Messa comunitaria, dalla fine della ricreazione dopo pranzo fino dopo i primi vespri, era vietato parlare. In caso di vera necessità si poteva anche parlare ma solo brevemente e con voce sommessa.

Durante i pasti poi, o si leggeva o si faceva silenzio. Sempre le Costituzioni richiamavano all'osservanza del silenzio evangelico, che consiste nel non dire parole che non siano utili o necessarie.

Qualcuno potrebbe chiedermi: "perché fra Nicola parlava così poco, e perché la sua parola era così fiocca, biascicata più che articolata, talvolta bisbigliata appena, tanto che bisognava tendere l'orecchio per capire qualcosa?".

È probabile che la sua taciturnità avesse anche radici naturali. Ho conosciuto suo fratello Giuseppe che almeno una volta l'anno veniva in Convento, per trovare fra Nicola e si tratteneva per qualche giorno.

Anche lui era un uomo silenzioso e il suo parlare somigliava molto a quello di fra Nicola. Comunque fosse, il silenzio per fra Nicola aveva una grande importanza. Fra Nicola sapeva bene che non si può essere uomini spirituali se non si è capaci di fare silenzio. Fra Nicola conosce bene il classico passo della lettera di S. Giacomo: " E' vana la religiosità di colui che non sa frenare la propria lingua".

Il silenzio infatti è radicale rimedio per guarire dall'incontinenza della lingua. Ma è pure via d'accesso al mistero di Dio, perché il silenzio è lo spazio di Dio, davanti al quale si addice silenzio.

Il silenzio è anche lo spazio in cui matura la parola, quella vera, autentica, efficace. Così era la parola di fra Nicola: "maturava nel silenzio, emergeva dal silenzio e perciò illuminava, consolava, infondeva fiducia. Parola desiderata e ascoltata con attenzione".

Vorrei ancora far notare che il silenzio di fra Nicola non era mutismo ostinato. Al momento opportuno sapeva mandare avanti una conversazione e qualche gustosa risatina la sapeva anche fare.

Ricordo due casi in cui fra Nicola si trattenne a parlare abbastanza a lungo. Il primo, quando parlò con la mia mamma, allora già tanto malata e che tanto aveva desiderato incontrarsi con fra Nicola. Fra Nicola si mostrava affettuoso con i genitori dei frati, proprio come voleva S. Francesco, che considerava la mamma di un frate mamma di tutti i frati. Il secondo caso fu quando gli preparai un incontro con Chiara Lubich, allora all'inizio della sua esperienza che tanta risonanza ha poi avuto in tutto il mondo.

Chiara era venuta a Cagliari nel tardo autunno del 1948 con alcune sue compagne. Mi risultò che espose il suo ideale a fra Nicola, l'esperienza che conduceva e caldamente si raccomandò alle sue preghiere. Con fra Nicola ci scambiammo poi alcune opinioni sul movimento dei Focolari e fu in quell'occasione che fra Nicola mi disse che anni addietro si era iscritto alla Lega Eucaristica dietro suggerimento di un predicatore.

La preghiera

Fra Nicola dunque era silenzioso perché così voleva essere, e lo voleva per motivi altamente spirituali. È stato detto: "il silenzio è padre della preghiera".

La preghiera: ecco un argomento di capitale importanza nella spiritualità di fra Nicola. Come è stato chiamato frate silenzio, così, ad ugual ragione si sarebbe potuto chiamare frate preghiera. Tommaso da Celano, primo biografo di S. Francesco, parlando della preghiera del santo dice che non era tanto un uomo che pregava ma un uomo fatto preghiera.

La stessa cosa potrebbe dirsi di fra Nicola. Aveva talmente incarnato e somatizzato la preghiera da essere diventato preghiera vivente. Non un uomo di preghiera , ma un uomo preghiera; Frate Preghiera. Fra Nicola aveva felicemente raggiunto lo stato di preghiera. La preghiera era in lui connaturale. Conoscere questo suo continuo rapporto-comunione con Dio, cioè il segreto della sua preghiera era il mio grande desiderio. Per poterlo osservare più agevolmente mentre pregava in coro, mi ero scelto un posto davanti a lui.

Oh! Come era edificante osservarlo mentre pregava! Il corpo immobile, il capo leggermente chino, occhi semichiusi, mani conserte appoggiate sul petto o davanti sul banco, e lo Spirito immerso in uno stato di profondo raccoglimento. Così quando pregava da solo e così quando faceva la meditazione insieme alla fraternità.

Notavo che la maggior parte del tempo che dedicava alla preghiera, era occupato dalla meditazione. Anche in questo fra Nicola seguiva fedelmente le Costituzioni che davano alla meditazione un'importanza fondamentale, definendola la spirituale maestra nostra.

Ne fissavano il tempo minimo e ne indicavano le caratteristiche: "illuminativa e affettiva", ma più affettiva che illuminativa, secondo la tradizione spirituale affermatasi nella Riforma Cappuccina.

Nei nostri "cori", fissato alla parete accanto al posto del superiore, c'era uno speciale orologio chiamato "martinetto". Tirando una cordicella veniva caricato per la durata di un'ora. Allo scadere di ogni quarto d'ora dava un segnale per indicare il passaggio di una fase all'altra della meditazione: ( lettura, riflessione, colloquio affettivo, propositi e massima da ricordare durante il giorno).

Fra Nicola stava lì davanti a me nell'atteggiamento più sopra descritto. Ma per quanto io mi sforzassi ad osservarlo, alla fine capii solo una cosa: la sua preghiera affondava nel mistero. Mistero dell'uomo e mistero di Dio. Misterioso incontro che si svolgeva nel sacrario più intimo dell'uomo. Mistero inconoscibile e impenetrabile anche al più acuto osservatore. Questo è vero, ma è anche vero che l'albero si conosce dai suoi frutti. L'esperienza dimostra che la meditazione praticata assiduamente e nei dovuti modi produce sicuramente i suoi frutti.

Ne cito solo alcuni:

accrescimento e sviluppo di tutte le virtù, specialmente dell'umiltà e dell'amore. E in fra Nicola tutto questo era evidente. Continua percezione dell'immediata percezione di Dio, ovunque ma specialmente nel cuore. Il silenzio e raccoglimento di fra Nicola ne erano testimoni.

Adesione incondizionata alla volontà di Dio. E questo era l'atteggiamento costante di fra Nicola.

Costante disponibilità al servizio dei fratelli. Tutta la sua giornata era a servizio dei fratelli.

Considerando quanto sopra, credo di poter affermare che fra Nicola non solo era uomo fatto preghiera, ma anche uomo fatto dalla preghiera, cioè costruito dalla preghiera.

La preghiera come intima comunione con Dio, aveva fatto si che lo Spirito Santo formasse in lui l'uomo nuovo, la nuova creatura.

La sua mente nutrita quotidianamente dalla Parola di Dio, letta o ascoltata, e poi interiorizzata mediante la meditazione, offriva alla volontà profonde convinzioni che spingevano all'azione.

La sua affettività alimentata dal quotidiano contatto con l'eucaristia, fonte di vita e sorgente di amore divino, si purificava e dilatava sempre più.

Una profonda e autentica devozione mariana imprimeva nella sua anima sensibilità e tenerezza.

Spiritualità da "Fioretti".

A questo punto, dal mare dei miei ricordi affiora un episodio che potrebbe catalogarsi tra i fioretti.

Mancavano pochi giorni al Natale del 1954. Già da sei anni m'impegnavo ad allestire il presepio, e da 3anni lo preparavo nel salone attiguo alla chiesa, perché la gente, che accorreva sempre più numerosa non disturbasse le funzioni liturgiche.

Avendo durante il giorno altre incombenze, mi dedicavo al presepio nelle ore notturne. Il Natale incalzava e c'era ancora molto da fare. Quella sera mi trovavo sul palco, intento a spalmare del gesso liquido sulle montagnette che poi avrei colorato.

Erano all'incirca le ore 21:00 quando i frati, terminata la cena, si recavano in chiesa per ringraziare il Signore della giornata trascorsa, e affidare la notte nelle sue mani.

Non pochi, vedendo che nel salone c'era la luce accesa, venivano alla spicciolata a farmi visita vedere come procedeva il lavoro del presepio. E cominciava il primo: "Caro fratello, quest'anno il presepio lo apriremmo all'Epifania anziché a Natale". E un altro: "Come presepio non c'è male, ma se quella casetta a destra fosse più avanti e l'alberello più vicino, ne guadagnerebbe la prospettiva". E anche il terzo aveva da dire la sua: "Il laghetto così vicino sembra piuttosto una pozzanghera".

Può darsi che quelle osservazioni fossero giuste, ma a me interessava terminare prima di Natale, per cui, quando l'ultimo si girò per andarsene, provai un certo senso di sollievo.

Impastato altro grasso e messa da parte la spatola, continuai a modellare le montagne direttamente con le mani, canticchiando felicemente una melodia natalizia.

Era trascorsa circa mezz'ora da quando l'ultimo se ne andò e il lavoro procedeva speditamente, quando all'improviso sento scricchiolare la maniglia e la porta aprirsi lentamente sui cardini .

"Ancora" dissi tra me, e quasi seccato non mi voltai neppure a vedere chi era l'inaspettato visitatore. Ma quel passo cadenzato che avrei riconosciuto tra mille mi fece voltare di scatto.

Era proprio lui: fra Nicola, che come al solito si era attardato in chiesa a pregare. "Avanti, avanti fra Nicola" feci io accompagnando le parole con gesto invitante.

Fra Nicola si avvicinò, e salutò come sempre: "Sia lodato Gesù e Maria", e fermo a un passo dal presepio cominciò ad osservarlo in lungo e in largo, e ogni tanto, con lievi movimenti del capo esprimeva la sua approvazione. Non fece osservazioni e non diede suggerimenti. Del resto, conoscendolo bene, da lui non ne aspettavo.

A un certo punto fissando lo sguardo verso la grotta, scarsamente illuminata, si accorse che c'erano i sacri personaggi che vi avevo collocato in anticipo, perché la loro presenza mi dava coraggio. Fra Nicola si portò vicinissimo alla grotta e con le mani conserte stette lì, in silenzio per un bel po’.

A un certo momento, con mio grande stupore, con voce sommessa cominciò a cantare: "Tu scendi dalle stelle". Colmo di meraviglia, mi fermai, mi stropicciai le mani liberandole dal gesso e in punta di piedi scesi dal palco e mi portai a fianco della grotta, vicinissimo a fra Nicola che attentamente andavo osservando. Fra Nicola continuava a cantare.

La sua voce pareva quella di un bambino, ma ricca di sentimento e di devota unzione. Quando poi giunse alle parole: "O Dio beato, ahi quanto ti costò l'averci amato" la sua voce divenne tremula per intensa commozione. E poi tacque. Non so se non volle e non riuscì a continuare. Strinse più forte al petto le sue mani conserte tenendo fisso lo sguardo sul bambinello.

Io continuavo a tenere il mio sguardo fisso sul volto di fra Nicola che sempre più andava illuminandosi di tenera devozione. A un tratto vidi due lacrime sgorgare simultaneamente dai suoi occhi; due grosse lacrime, che scivolando sulla barba, andarono a cadere su un ciuffetto di muschio fresco. Per un attimo, prima di scomparire nel muschio, mi parve che brillassero come due perle. Si, due perle, il dono di fra Nicola al bambino del presepio, a quel bambino al quale costò tanto l'averci amato, e che lui, fra Nicola, tanto amava.

Fra Nicola fece ritorno alla sua cella ed io ripresi il mio lavoro; ma la scena di quella notte non si tolse più dai miei occhi.

Tutti gli anni, quando si avvicina Natale ed io riprendo a lavorare al presepio, mi par che fra Nicola torni a farmi visita, e fermo davanti alla grotta, canti ancora con voce da bambino: "Tu scendi dalle stelle".

Vita mista di un questuante esemplare.

La vita francescana è vita mista, cioè fatta di preghiera a di lavoro. Due elementi che sembra si contrappongano. Eppure non è così. Se questa vita mista è ben capita e ben vissuta, azione e contemplazione si richiamano, si integrano e si potenziano armoniosamente a vicenda.

Connubio facile teoricamente ma non altrettanto facile nella prassi. Su questo argomento si scrive e si discute all'infinito.

Nella persona di fra Nicola ho visto la soluzione pratica di questo problema. Fra Nicola pregava e lavorava, pregava molto e lavorava molto. Pregava quando doveva pregare e lavorava quando doveva lavorare. Non sceglieva da se il suo lavoro, quello che il superiore comandava lui faceva. Fare questo o fare quello per lui era la stessa cosa.

Fare la questua, cioè, andare in giro per la città a chiedere l'elemosina era il lavoro principale che ha svolto per ben 34 anni nella città di Cagliari e a talvolta nei dintorni.

Quando nel 1924 iniziò la questua, penso che anche lui avrà incontrato le difficoltà che incontrano i questuanti novelli: diffidenza, motteggi, curiosità. Anche lui qualche volta avrà bussato inutilmente e sentirsi rispondere: "A perdonai" senza neppure vedere chi rispondeva.

Dopo un po’ di tempo le comari e le vicine avranno incominciato a dire: "Sembra buono, parla poco, non guarda nessuno in faccia, sembra che stia sempre pregando".

E passando ancora del tempo qualcuno avrà incominciato a dire: "Sembra un santo, per me è un santo, forse è un altro fra Ignazio".

Opinione che si diffondeva sempre più, parole che passavano di bocca in bocca ed entravano da orecchio in orecchio. E molti si raccomandavano alle sue preghiere e già si parlava di grazie e di miracoli.

Intanto fra Nicola continuava a bussare, sollevando e lasciando cadere le pesanti maniglie di ottone lucido, dalle case dei nobili di castello, come continuava a bussare con la punta del bastone a forcinella i poveri portoncini stinti e fessurati dei pescatori della marina e dei popolani di Villanova.

Ma poi ci fu sempre meno bisogno che lui bussasse. Come lo scorgevano da lontano i bambini andavano dalle mamme per avere il soldino da dare a fra Nicola. Le donne si passavano la voce: "Sta passando fra Nicola". E giù per le scale seguito dai bambini. Fra Nicola porgeva davanti la piccola bisaccetta scura perché vi depositassero da una parte le offerte. Lui ringraziava: "Dio vi paghi la carità", posando la sua mano sul capo dei bambini e spesso dalla seconda tasca della bisaccetta tirava fuori un immagine della Madonna o di S. Ignazio esortando alla preghiera.

Ancora più pittoresca era la scena, quando il sabato fra Nicola andava a Monserrato per la questua del pane. Si gettava sulle spalle un'ampia bisaccia di lino candido e faceva il giro delle famiglie che preparavano il pane a casa.

Prima ancora che arrivasse fra Nicola "su coccoi po su para" era già pronto, il più ben cotto e il più ben fatto. Appena bussava fra Nicola, al suo: "Deo gratias", la mamma o la figliola, uscivano tenendo fra le mani un fagottino candido che conteneva il pane ancora caldo. Lo svolgevano con cura e lo facevano scivolare entro la bisaccia che fra Nicola presentava allargandola. Era quasi un rito accompagnato dalle parole: "Aggradexeda su bonu coru". Fra Nicola ringraziava e avanti da un'altra famiglia. Prima di mezzogiorno la bisaccia era colma. Allora fra Nicola prendeva il tram che lo prativa fino alla fermata di San Mauro. A piedi con quel peso sulle spalle saliva per il terrapieno e costeggiando le carceri di buoncammino scendeva fino al Convento. Un profumi di pane fresco inondava le scale e i corridoi del Convento tanto che faceva dire: "E' tornato fra Nicola".

Non sempre la puntualità del tram era impeccabile, e allora fra Nicola tornava con un certo ritardo quando i frati erano già a pranzo. Qualcuno si alzava per liberare la sua spalla, ma lui si scusava dicendo: "Grazie, sono già arrivato". Disponeva sui tavoli alcuni di quei pani e poi andava al suo posto.

Alcune volte ho aiutato fra Nicola nella questua del mosto a Monserrato. Questua faticosa e fastidiosa più di ogni altra. Venti, trenta litri di mosto sulle spalle, in recipienti che spesso lasciavano fuoriuscire del contenuto. Nuvole di mosche e di vespe ci venivano dietro attratte dall'odore del mosto. Così per ore ed ore, di casa in casa.

La gente era molto generosa con fra Nicola, il quale teneva nota di quanto si scaricava nella botte. Ne capii il perché quando al termine della giornata, passando davanti al dazio, ne comunicava scrupolosamente la quantità del questuato.

Si tornava pregando, come pregando si era andati, senza esserci fermati a prender pasto, accettando solo un poco di acqua. Ma c'era la gioia di stare con fra Nicola.

La questua del mosto impegnava pochi giorni all'anno e quella del pane una volta la settimana. Tutti gli altri giorni per ben trentaquattro anni era un continuo battere i selciati delle vecchie strade di Cagliari. Camminare, camminare sempre: sembrava il suo destino.

Il regista che ha realizzato il documentario video su fra Nicola, volendo interpretare simbolicamente questa sua fatica, ha inquadrato a più riprese due piedi che camminano sotto un lembo di saio. Due gambe che si alzano e si abbassano come le bielle di una locomotiva.

Dalle finestre dell'infermeria, più volte ho seguito fra Nicola che uscendo saliva verso il viale di Buoncammino e quando ne discendeva al ritorno. Osservavo il suo caratteristico modo di spostare le gambe, come posava i piedi doloranti, perché costellati di duroni e che io, invano, avevo cercato più volte di curare, e che fra Nicola cercava di trovare un po’ di sollievo portando le calze d'inverno e d'estate.

C'è poi da considerare che l'arco dei suoi piedi era abbassato forse per difetto congenito. Per lui camminare non era certo il piacere di una passeggiata. Quando, verso il termine della sua vita, lo invitai ad andare alla questua solo di mattina, come già facevano altri questuanti, lui mi rispose: "Io non so fare altro che camminare, e lo farò fino alla fine", e così fu.

Ho cercato di esporre, secondo i miei ricordi, l'aspetto fisico del questuante fra Nicola. Brevemente, e in modo sintetico, vorrei accennare all'aspetto spirituale.

Fra Felice da Cantalice, vissuto ai primordi della riforma cappuccina, uomo di una semplicità colombina, ma ricco allo stesso tempo della sapienza dello Spirito, e che per quarant'anni aveva esercitato a Roma l'ufficio di questuante, aveva come fissato una regola per i questuanti cappuccini: "Occhi a terra, rosario in mano e cuore in cielo".

Quattro secoli dopo fra Nicola trovò questa regola ancora valida e ne diventò la personificazione vivente.

Più volte mi capitò d'incontrarlo mentre lui girava per la questua e sempre lo vedevo così: che avesse gli occhi a terra e la corona in mano lo si vedeva chiaramente, che avesse il cuore in cielo lo si intuiva dal suo atteggiamento raccolto e sereno. Il suo apparire richiamava pensieri santi, la sua presenza infondeva fiducia, la sua parola conforto e luce.

Fra Nicola era una benedizione per la città di Cagliari, la sua città. Era per tutti il fratello e l'amico buono, il confidente atteso e ricercato, il santo di cui tutti si gloriavano. Profeta silenzioso, che senza aprir bocca denunciava il male e incitava al bene. Era l'angelo che tutti amavano ed era l'angelo che tutti amava. Pellegrino che andava da tutti; e quando lui si fermò, tutta la città si fermò. Ancora oggi tutti parlano di lui, di lui che parlò quasi mai.

Austerità di vita.

Anch'io, pescando ancora nel mare dei miei ricordi, voglio parlare ancora di lui, della sua austerità, della sua mitezza, della sua carità.

Figura austera era la sua. …E come si può pensare un cappuccino che non sia austero? Penso all'austerità come ad un composto di povertà, di semplicità e di penitenza. Penso all'uomo austero come a colui come colui che si contenta di poco, del minimo necessario per la vita, che si adatta facilmente anche alle situazioni più penose, che prende le distanze da tutto ciò che è mollezza, che è ricerca di piacere.

Fra Nicola viveva pienamente secondo questo stile, conforme alla nostra spiritualità. Austero nel vitto, prendeva solo quanto era necessario; austero nel vestire, usava abiti logori e smessi da altri; austero anche nel riposo.

Quando l'8 giugno, anniversario della sua morte, i fedeli possono entrare nella clausura e visitare la sua cella, osservano commossi il letto dove dormiva. Letto non si potrebbe chiamare quella specie di predella allungata, con alcune tavole sconnesse con sopra una sedia rovesciata come supporto ad un sacchetto contente alcuni stracci e su cui fra Nicola posava la testa.

Ricordo che una volta fra Nicola venne a dirmi che sentiva un forte bruciore e dolore al fianco destro. Osservai e fu chiaro che si trattava di erpes zoster, volgarmente chiamato fuoco di Sant'Antonio. Dissi per prima cosa che fino a quando non guariva era necessario dormisse sopra un letto e un materasso normale. Accettò senza far storie. Una settimana dopo mi disse che ormai stava meglio, e che preferiva stare nel suo letto, perché sul materasso si trovava molto a disagio. Lo accompagnai nella sua camera e mentre disponevo in ordine alcune cose, gli chiesi: "Mi scusi, fra Nicola, ma lei ha sempre dormito in questo modo?", e lui gentilmente: "Dormo così da circa venticinque anni, ma prima avevo provato in altro modo". "E come?", chiesi io. "Avevo letto – continuò fra Nicola – che il cardinal Vivez, cappuccino spagnolo, era stato abituato dal padre, fin da piccolino, a dormire su una sedia. Fattosi frate, e anche dopo nominato cardinale, ha continuato a dormire così. Volendo imitarlo cominciai anch'io a dormire così. Era una sedia senza braccioli, e capitava ogni tanto che cadevo e battevo la testa sul pavimento, e così mi alzavo con qualche bernoccolo. Andai avanti così, per circa un anno, notavo però che alla mattina i piedi erano sempre più gonfi al punto che non riuscii a farli entrare nei sandali. Capii che quel modo di dormire non era per me, e così smisi". Pensai tra me: "Ci voleva solo la volontà di fra Nicola per resistere a dormire così per un anno, io avrei smesso al primo bernoccolo".

Mitezza.

Austerità e mitezza non sempre sono presenti nella stessa persona. Talvolta l'uomo austero, duro con se stesso è duro con gli altri. Fra Nicola, duro con se stesso, era comprensivo e arrendevole con gli altri. Soprattutto era mite, ed era per questa sua mitezza che la gente gli voleva bene.

Mai ho visto il suo viso alterarsi per qualche contrarietà, mai il tono della sua voce si è alzato come reazione interiore verso qualcuno. Non so se questa sua mitezza aveva anche radici naturali, oppure ha richiesto sforzo.

Il fatto sta che il dominio di sé, che è anche frutto dello Spirito santo, e la stabilità di umore in fra Nicola erano presenti in sommo grado. Era l'uomo veramente morto a se stesso. Era l'uomo degli altri. Una caramella che tutti potevano succhiare fino a consumarla.

Il suo silenzio, il suo profondo raccoglimento che conservava anche in mezzo alla folla, il suo non curarsi di ciò che si faceva e si diceva intorno a lui, poteva far pensare a un disincarnato, avulso dall'ambiente, ad uno che pensa solo a se stesso e non condivide le vicende umane, tristi o liete che siano. E uno così non può essere santo.

Precisamente così la pensava la signora Maxia, persona distinta che venne a trovarmi insieme ad una amica, pochi giorni dopo la morte di fra Nicola.

Signora Maxia mi volle raccontare un episodio che la portò a credere che l'uomo di Dio fosse davvero un santo.

Da molti anni conoscevo fra Nicola, lo incontravo spesso e gli facevo volentieri l'elemosina. Tutti dicevano che era un santo, ma io vedevo in lui solo un bonaccione, un incapace a far del male ad una mosca, ma santo proprio non ce lo vedevo.

Un giorno uscita dalla Basilica di Bonaria mi trovai a scendere verso Piazza del Cimitero costeggiando il lato sinistro di chi scende. Dalla parte opposta saliva fra Nicola. Fra noi due, seduti sul muretto, c'erano due giovani, un ragazzo e una ragazza, che si scambiavano dolci sguardi e tenere carezze, il tutto però in modo corretto. Arrivato alla loro altezza fra Nicola si fermò, si voltò verso i due e sollevò lo sguardo.

Io lo stavo osservando attentamente. Vidi il suo volto illuminarsi come godere della gioia che c'era nel cuore di quei giovani che si amavano, sorrise un poco, abbassò lo sguardo e riprese il cammino.

Io vidi e capii che fra Nicola non era quel bonaccione che pensavo ma uno che sentiva e partecipava alla gioia e i dolori della gente. Da quel momento credetti alla santità di fra Nicola.

Carità verso Dio e i fratelli.

C'è un proverbio che dice: "Non crede al santo se non vede il miracolo". Questa volta c'è stato chi ha creduto al santo senza vedere il miracolo. Oppure, c'è miracolo più grande dell'amore?

Più di una volta mi e stato chiesto se ho mai assistito a qualche miracolo operato da fra Nicola. In verità a me non interessava vedere miracoli, per me il miracolo era lui, Fra Nicola. Un miracolo operato dalla sua buona volontà in collaborazione con lo Spirito che aveva riversato nel suo cuore tanto amore facendone un capolavoro di santità. Una santità, come è stato fatto notare, non fatta di cose straordinarie o di imprese eccezionali ma di fedeltà a le cose ordinarie di tutti i giorni. Una santità fatta per tutti e a cui tutti siamo chiamati.

Sicuramente il Signore lo aveva dotato anche di carismi, ma non erano questi la santità, ne fanno la santità. Era la carità che in lui aveva raggiunto un grado eroico, carità verso Dio e carità verso i fratelli.

Non era forse il suo grande amore verso Dio che lo faceva stare tante ore in profonda orazione e lo spingeva all'umile servizio verso i fratelli?

Ammirabile era il suo grande amore verso l'Eucaristia. Bisognava vederlo quando davanti al tabernacolo si prostrava in adorazione fino a posare la bocca sul pavimento.

Poco tempo prima della sua morte, mentre in coro assisteva alla santa messa, prima della consacrazione si alzava e si portava nel finestrino affianco dell'altare. Un giorno volli vedere perché fra Nicola si portasse lì. Lo vidi in ginocchio che con lo sguardo seguiva l'elevazione dell'ostia e del calice con espressione di grande fervore e devozione. Vedevo la sua anima eucaristica affacciata in quello sguardo, in quegli occhi, piccole cose in apparenza, ma che rivelavano un grande amore.

Come è stato chiamato frate silenzio, come lo si potrebbe chiamare frate preghiera, a maggior ragione si potrebbe chiamare frate amore.

Il suo silenzio, la sua preghiera, la sua fatica, tutto in lui nasceva dall'amore, tutto era animato e sostenuto dall'amore. Qui stava la vera grandezza di fra Nicola. È l'amore infatti che da valore a tutte le cose, per cui anche le cose ordinarie piccole e semplici diventano grandi. Un amore grande dunque ma non a senso unico, non solo verticale ma anche orizzontale. Mani giunte verso Dio e mani tese verso i fratelli.

Vedevo in fra Nicola ciò che San Bonaventura ha scritto di San Francesco: "La contemplazione lo elevava in alto , a Cristo, lo ripiegava verso i fratelli, lo riconciliava con le creature".

Fra Nicola, com'era l'uomo di Dio era anche l'uomo degli altri, non si apparteneva. Era l'uomo di tutti ma specialmente dei piccoli, dei poveri e dei sofferenti.

C'è nella vita di fra Nicola un lato, a mio avviso, poco conosciuto: "L'azione sociale". Si sa qualche cosa di quanto si è prodigato durante e dopo i bombardamenti della città, quando il convento accoglieva e sfamava quanti bussavano alla porta.

Si sa poco o nulla, invece, della sua assistenza spicciola alle famiglie bisognose.

Un buon numero di persone mi hanno riferito, come trovandosi in grave ristrettezza, tanto da non avere pane a sufficcienza, fra Nicola che si trovava in giro per la questua, bussava la porta ed entrato in casa scaricava sul tavolo tutto il questuato. Cosa che faceva con tanto garbo e con tanta discrezione, che i beneficiati provavano non umiliazione ma gioia nel ricevere da fra Nicola.

Noi sappiamo bene che la povertà non è fatta solo di mancanza di pane, ma ancor più spesso è mancanza di salute, mancanza di pace, mancanza di affetto. Queste forme di povertà solo un uomo di Dio può capirle appieno.

Fra Nicola spesso veniva chiamato al capezzale dei malati, sia all'ospedale che nelle case. Ricordo che prendeva nota e quanto prima si recava da essi. La sua presenza infondeva sempre fiducia, coraggio, speranza. Prometteva le sue preghiere ed esortava tutti alla preghiera fiduciosa. Non poche volte la sua preghiera unita anche alla fede del paziente o dei familiari, otteneva da Dio guarigioni prodigiose.

Disse Gesù che la lingua parla di ciò che abbonda nel cuore. Nel cuore di fra Nicola abbondava la carità, per cui le sue parole, quelle poche sue parole, esprimevano solo carità. Mai udii dalla sua bocca critiche amare o la benchè minima mormorazione.

Io notavo che in lui la perfezione della carità, che poi è la santità, andava crescendo e maturando man mano che il tempo passava. Libero dai condizionamenti umani pareva che tutto il suo essere si spiritualizzasse di giorno in giorno.

Uomo dell'essenziale, come solo i santi lo sanno essere, viveva quella libertà e semplicità di Spirito che pochi raggiungono.

Pienamente riconciliato, armonizzato, unificato in se stesso, irradiava pace intorno a se, tutto in lui era pace.

Mi è stato chiesto più volte che impressione si prova e che effetto fa vivere insieme a un santo autentico. Non so degli altri, posso dire solo di me.

Io provavo verso fra Nicola profondi sentimenti di ammirazione e di venerazione allo stesso tempo. Quando lo avvicinavo, nonostante la fraterna confidenza che c'era tra noi due, provavo anche un certo senso di timore riverenziale. Davanti a lui mi sentivo piccolo.

La coscienza mi ricorda di tanto in tanto che di questa grazia, cioè di essere vissuto per più di undici anni con fra Nicola, un giorno dovrò rendere conto.

Fra Nicola e la vecchiaia e malattia

Circa due anni prima della sua morte andavo notando in fra Nicola un progressivo invecchiamento fisico. Il suo passo diventava sempre più lento e pesante, sulla sua fronte le rughe diventavano sempre più marcate e ogni tanto accusava disturbi dovuti ad una colite cronica. Lo feci notare al superiore, il quale ad un certo punto lo esonerò dalla cantina e dal preparare la mensa. Dei suoi disturbi non ne parlava con nessuno e ancor meno si lamentava. Da me veniva quando c'era qualcosa di nuovo, ma lo diceva con molto distacco e disinvoltura.

Ricordo che una volta gli dissi: "Fra Nicola, è necessario che per qualche giorno sospenda la questua e così possiamo fare un po’ di terapia". Fra Nicola levò in alto lo sguardo, congiunse le mani e rispose dicendo: "In paradiso guariremo di tutte le malattie".

Altra volta, notando come alla sera rientrava dalla questua trascinandosi con evidente stanchezza, gli dissi: "Perché alla sera, anziché uscire alla questua, non resta in convento e si riposa un po’?", e lui a me: "Fratello caro, in paradiso riposeremo di tutte le nostre fatiche".

Paradiso, cielo, parole che sempre più spesso fiorivano sulle sue labbra. Sembrava che ormai fosse preso da un'acuta nostalgia di cielo. Forse anche lui, come Ignazio di Antiochia, sentiva dentro di se quell'acqua viva che mormora e dice: "Vieni al Padre".

Avvenne che anche i superiori, sentendolo parlare così, cominciavano a presentire qualcosa. Il padre provinciale chiamò una pittrice di sua conoscenza, la Cossu di Sassari. Disse a fra Nicola di posare quanto era necessario perché la signora doveva fare il suo ritratto.

Come sala da posa fu scelto un locale dell'infermeria. Vedevo fra Nicola che, umile e obbediente come sempre, se ne stava li seduto, immobile, nella posizione indicata dall'artista. Era di domenica, e fra Nicola, ogni tanto, chiedeva il permesso di poter andare in chiesa per fare la questua al momento dell'offertorio. Visto che la cosa tirava avanti per delle ore, si rivolse alla signora e disse: "Mi perdoni signora, qui stiamo a perdere tempo io e lei. So che ci sono delle macchinette che basta premere un pulsantino e tutto è fatto". La signora sorrise all'ingenuità di fra Nicola, che forse non sapeva che differenza c'era tra un foto e un ritratto.

Per avere una documentazione circa lo stato di salute di fra Nicola, il padre provinciale incaricò un medico, dott. Francesco Nuvoli, di effettuare una visita generale e a me di registrare il tutto su un nastro magnetico. In questa registrazione possiamo udire la voce di fra Nicola, come al solito molto debole e difficile a capirsi. Da qui siamo venuti a conoscenza delle sue varie infermità e del voto fatto a San Francesco di entrare in convento, se fosse guarito da una grave forma di reumatismo articolare acuto.

 Fra Nicola e la morte

Passò del tempo e infine si arrivò a quella Domenica del primo di giugno del 1958.

Dopo le ore nove il superiore del convento, padre Antonio da Sassari, venne nell'infermeria e, accennando a fra Nicola che stava al suo fianco, mi disse: "Fallo stare nell'infermeria e intanto vedi cosa c'è da fare".

Fra Nicola non sembrava stare tanto male. A pranzo prese una minestrina e poi andò a riposare. Di pomeriggio lo cercai senza riuscire a trovarlo. Era andato a lavare alcuni indumenti che aveva tenuto a bagno. Mi disse che si sentiva molto meglio. A cena prese qualcosa e andò a dormire. Il mattino seguente andai presto a bussare alla sua porta. Aprì la porta. Il suo volto era segnato da profonda sofferenza. Nelle ultime ore della notte forti dolori addominali e vomiti l'avevano prostrato. Chiesi perché non avesse suonato il campanello, e lui mi rispose: "Non volevo disturbare". Vista la gravità della situazione chiamai subito il medico che ne dispose l'immediato ricovero. Fu deciso un intervento d'urgenza evitando l'anestesia generale. Ammesso in sala operatoria sostavo vicino a fra Nicola. Dal movimento delle labbra capivo che stava pregando. Io restavo con lui durante la notte; durante il giorno i confratelli facevano a gara per assisterlo.

Il decorso postoperatorio si presentò subito poco rassicurante. Uno stato tossinfettivo determinava nel paziente frequenti allucinazioni. Gli sembrava di andare per la questua, si sentire la campana (e per questo recitava l'Angelus), voleva entrare nell'ascensore, e tante cose simili. È molto interessante notare come anche in fase allucinatoria era sempre uguale a se stesso. In altri casi del genero spesso saltano fuori impensabili emozioni represse e vecchi problemi non risolti. In fra Nicola nulla di tutto questo. Non mancavano degli spazi di perfetta lucidità. Al quarto giorno dopo l'intervento, le condizioni del paziente andavano aggravandosi. I medici erano preoccupati e nutrivano ben poche speranze.

Credetti opportuno avvertire fra Nicola delle sue condizioni. Sapevo bene come fra Nicola la pensava riguardo alla morte. Ero sicuro che gli avrei dato una buona notizia.

Mi avvicinai al suo orecchio e gli dissi: "Fra Nicola, a quanto sembra il Signore vuole chiamarlo a se. Quando sarà davanti a Gesù e alla Madonna si ricorderà di pregare per me?". Con un fil di voce, ma distintamente, fra Nicola mi rispose: "Si, te lo prometto". Su quella promessa so di poterci contare. Furono le ultime parole che udii dalla sua bocca.

Nelle prime ore del sabato 7 giugno fra Nicola entrò in coma profondo. Respirava con grande difficoltà e i suoi occhi, totalmente aperti, esprimevano una grande sofferenza. I medici giudicarono concordi che ormai non c'era più nulla da fare. Fu chiamata un'ambulanza e verso le ore 20.00 fra Nicola fu adagiato in un lettino al pian terreno dell'infermeria del convento.

Verso le ore 24.00 il suo respiro diventava sempre più corto e affannoso; i battiti del cuore sempre più deboli.

Alle ore 0.15 della domenica 8 giugno fu l'ultimo respiro. Il superiore, in lacrime, intonò il De Profundis. I frati presenti continuarono a pregare in silenzio. I fratini del seminario furono ricondotti in dormitorio.

Ad un certo punto mi resi conto che gli occhi di fra Nicola erano rimasti semiaperti. Stesi la mano per chiuderli ma istintivamente la ritrassi. Come potevo chiudere quegli occhi che in lui erano la cosa più bella? Stetti così per un po’ ma infine mi decisi a farlo e nel farlo provai una stretta al cuore.

Dopo un poco tutti si ritirarono ed io rimasi solo. Mi guardavo intorno, smarrito, stordito. Andavo avanti e indietro e non sapevo che fare.

Fra Nicola stava davanti a me, disteso nel letto, immobile, col crocifisso e la Regola tra le mani conserte appoggiate sul petto. Il suo volto, ormai ricomposto nella serena maestosità della morte, affondava nel cappuccio.

Nonostante tutto io non riuscivo o non volevo ammettere che fra Nicola avesse lasciato questo mondo e non fosse più tra noi. "Non può essere, non può essere", ripetevo tra me.

Nella stanza c'era un letto vuoto. Lo spinsi verso il letto dove giaceva fra Nicola fino a toccarlo e mi sdraiai sopra, dopo aver spento la luce. Rimasero accese due candele issate su candelieri scuri. Le avrei volute spegnere perché quelle fiammelle stavano lì a ripetermi quello che io ostinatamente rifiutavo di credere. Mi voltai di spalle per non vederle, e ancora ripetevo a me stesso: "Non può essere, non è possibile. Mi addormenterò e domattina ci sveglieremo insieme". Cercavo di dare corpo a quest'illusione quando, vinto dalla stanchezza, il sonno mi chiuse gli occhi. Dopo circa tre ore mi risvegliai e aprendo gli occhi non riuscivo a capire perché non stavo nella mia cella, perché c'erano due candele accese e cos'era quella lunga sagoma scura distesa sul letto accanto. Di colpo mi ricordai quello che era avvenuto in quella stanza alcune ore prima. Saltai dal letto, infilai i piedi nei sandali e inciampando in un candeliere, mi portai vicino alla salma. Stesi la sinistra tremante sulla fronte e con le dita della destra tentavo di palpare la radiale. La fronte era gelida e il sangue si era congelato nelle arterie. Poco mancò che si congelasse anche nelle mie. La realtà mi afferrò in tutta la sua crudezza: fra Nicola era veramente morto. Mi lasciai cadere sulla sedia li vicino, piegai la testa fino a toccare il capo di fra Nicola e piansi. Piansi a lungo al pensiero che fra Nicola non era più, e piansi perché la sua compagnia, il suo esempio e la sua parola poco avevano inciso nella mia vita.

Ciò che avvenne in quella domenica 8 giugno e nei giorni successivi è noto a tutti. Folla innumerevole sfilò commossa davanti alla sua salma. Poi ci furono i funerali e una fila interminabile lo seguiva facendo quello che fra Nicola aveva sempre fatto: pregando.

Feci il tragitto fino al cimitero stando a fianco della bara. I portatori ogni tanto si davano il cambio. Alcune volte toccò anche a me ed ero felice di sentirne il peso.

Ventidue anni dopo, alla sua traslazione, camminavo ancora al suo fianco. Partecipai insieme ai tecnici alla ricognizione della salma. Fui ancora chiamato come teste nelle due fasi del processo per la sua beatificazione e canonizzazione, al termine del quale la Chiesa ha riconosciuto l'eroicità delle sue virtù e ne ha decretato la Beatificazione. Per questo la mia gioia è grande, anche se non so se riuscirò mai a chiamarlo "beato Nicola": infatti così dicendo mi sembra di sentirlo troppo lontano da me mentre io voglio sentirlo sempre vicino a me, come nei primi giorni ch'ero entrato in convento, quando premuroso si avvicinava, e mi chiedeva come stavo e mi insegnava tante cose. Oggi come allora mi sento un principiante ed ho bisogno che fra Nicola continui a insegnarmi come pregare e come amare il Signore. Perciò sarà difficile che riesca a chiamarlo "beato Nicola", e credo che continuerò a dire: "fra Nicola", fratello Nicola.