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"La voce Serafica"

NUMERO SPECIALE

PER LA BEATIFICAZIONE

DI FRA NICOLA

Beato fra Nicola !

Nelle notti d'estate del mese di agosto, quando il sonno tardava ad arrivare, sfogliavo con attenzione e interesse le annate di Voce Serafica. Cercavo un solo argomento, anzi un solo personaggio: fra Nicola. A iniziare dal 1958. Quando Lui moriva, la Rivista era già in stampa. Ma nel mese di luglio si parla di Lui. Su 24 pagine (tante ne aveva allora Voce), otto sono dedicate a fra Nicola: una foto-ritratto a tutta pagina; tre pagine fitte di Cenni biografici, tolti dalla Lettera Circolare scritta ai Frati dal Padre Filippo Pili, Commissario Provinciale della Sardegna; tre pagine di cronaca dei Funerali, riprese dal Quotidiano Sardo (10 giugno 1958); foto di Fra Nicola sul letto di morte; due foto dei funerali. La mia reazione immediata è stata: perché così poco spazio per un "santo" che muore? Ma poi ho pensato alla necessaria prudenza, che impedisce di dare giudizi sulla santità prima che la Chiesa si pronunci. Ho riletto con calma tutte le pagine: la convinzione di tutti, allora, era chiara: fra Nicola era un santo! Nella lettera circolare del padre Provinciale si legge chiaramente: ...questo fraticello...col passare degli anni, sembrava sempre più far rinverdire in se stesso la vita e gli esempi di Frate Ignazio. Di più non si poteva dire. Ma tanto bastava: fra Nicola santo come fra Ignazio!

Il Quotidiano Sardo ( giornale quotidiano allora molto diffuso) non usa il tono prudente che un Superiore doveva avere. Scrive infatti l'articolista: La serie di pellegrinaggi, aperta con imponenza incomparabile il 10 giugno u.s., continuerà per molto tempo. Fino a quando nei suoi imperscrutabili disegni, Iddio decreterà gli onori del culto pubblico al suo servo buono e fedele.

Previsione -oggi per noi è chiaro!- abbastanza facile, perché tutti erano convinti della santità di Fra Nicola. Ma è per noi meraviglioso vedere la realizzazione di quella previsione. Il nostro pellegrinaggio andrà oltre la tomba di Fra Nicola; andrà fino a Roma, per sentire dal Santo Padre Giovanni Paolo II la proclamazione ufficiale della santità di Fra Nicola da Gésturi, a cui tutti -dal 3 ottobre p.v. in poi - renderanno culto pubblico. E i pellegrinaggi continueranno e si intensificheranno. Ma non alla tomba di un "morto". Piuttosto di un "vivente", come è sempre stato fra Nicola nello nostra Chiesa di Buoncammino. E continuerà il dialogo tra i tantissimi devoti e questo amabile fratello che "parla" al cuore delle persone: col suo silenzio, con quello sguardo sereno e profondo che ti arriva al cuore, con l'esempio della sua vita, con la sua continua intercessione presso Dio.

Questo numero della nostra Rivista è tutto dedicato a Lui. Lasciamo le nostre solite rubriche (che pur sappiamo gradite ai lettori), e dedichiamo la nostra attenzione a Fra Nicola. Lo sentiamo come un dovere: dobbiamo approfondire la conoscenza di questo nuovo Beato, ch'è un dono di Dio e della Chiesa per tutti noi. Ma lo facciamo anche -o, forse, soprattutto- come gesto di affetto al fratello più caro e più amabile della nostra famiglia cappuccina, della nostra terra, della nostra gente di Sardegna che, ancora una volta, sale agli onori della cronaca non per fatti di sangue ma perchè capace di far crescere in se stessa dei figli "santi". Fra Nicola ci insegna che l'unica cosa che vale nella vita terrena è "far silenzio" intorno a noi e dentro di noi, per ascoltare la voce di Dio che ci chiama a seguirLo, anche entrando nella "via stretta" che conduce alla vera vita.

Beato te, fra Nicola, che hai voluto e saputo percorre quella strada con fede e con amore.

E ora, Beato fra Nicola, aiutaci a seguirti nella stessa strada, sicuri che con Te andremo verso Dio.

padre Marco

PERCHE' IL NOME "FRA NICOLA" ?

Nell'Ordine dei Cappuccini, al momento della vestizione, spettava al postulante la scelta di un nome nuovo, diverso da quello battesimale; non tanto per un fatto di devozione, quanto come segno dell'impegno del cammino spirituale che il candidato ha da intraprendere, come se proclami di voler seguire un altro modello di eroismo spirituale già attuato, e da prendere come ideale riferimento sia di pensiero che di opere. Sotto tale prospettiva era lo stesso convento di Cagliari che offriva a Fra Nicola gli esempi di due Servi di Dio già morti in fama di santità, i cui corpi riposano nella Chiesa conventuale in due tombe vicine: Fra Nicolò da San Vero Milis, morto a Cagliari l'8 gennaio 1707, all'età di 76 anni; e Fra Ignazio da Làconi, morto anch'egli a Cagliari l'11 maggio 1781, all'età di 80 anni. Due esempi di vita vissuta in assoluta somiglianza sia sotto l'aspetto religioso che spirituale; entrambi trascorrono la gioventù nei lavori della terra e della pastorizia, nel timore di Dio a mirabile esempio di perfezione cristiana. Entrambi vestono il saio cappuccino, al finire dell'età giovanile. Entrambi vivono tra la venerazione di tutti per le esimie virtù di umiltà, carità e semplicità. L'introduzione della causa di beatificazione di fra Ignazio da Làconi era già stata segnata dal Sommo Pontefice Pio IX, il 4 maggio 1854 e lo stesso Pontefice ne aveva già dichiarato le virtù in grado eroico il 26 maggio 1869.

è appunto in loro onore che il postulante Giovanni Medda sceglie il nuovo nome di religioso, facendosi chiamare fra Nicola: un atto di umile rinunzia di un nome a favore di un altro divenuto prestigioso per l'aureola di santità che ormai circonda fra Ignazio da Làconi; e non di meno un atto d'amore verso fra Nicolò da San Vero Milis, non ancora aureolato di santità ma che, col suo esempio, ebbe ad aprire la via della gloria e della santità a fra Ignazio da Làconi. Due supposizioni che si accordano a vicenda senza che la prima escluda la seconda, perchè umiltà e carità sono due virtù in perfetta armonia spirituale nell'anima che le accoglie.

(P. Clemente Pilloni, Testimonianze)

IL CONVENTO DI BUONCAMMINO,

FRA NICOLA E LA GUERRA.

Essendo la città di Cagliari distrutta e non essendovi alberghi, tutti coloro che arrivavano a Cagliari, civili e militari, tutti si recavano in convento. Alla stazione, se domandavano dove poter alloggiare, gli si rispondeva: Ai Cappuccini! E arrivavano a tutte le ore, di notte e di giorno, come a tutte le ore partivano. A tutte le ore, specie di notte era pronto a vegliare, ad aprire la porta, Fra Nicola. Per la cucina vi era Fra Crispino. Ridire il nome di tutti coloro che hanno alloggiato in convento è impossibile... Diversi sono stati gli studenti di Università che per frequentare le scuole hanno chiesto ospitalità, e tutti ne sono rimasti contenti.

Anche i preti, che a turno servono la città, risiedono in convento, su richiesta dell'Arcivescovo. L'Arcivescovo, il 9 luglio 1943, mi scrisse pregandomi di alloggiare i parroci che sarebbero venuti in città a due a due per assistere le parrocchie, facendo a turno una settimana per ciascuno. Oggi è incominciato il primo turno coi MM. RR. Loi Federico, parroco di S. Antonio e Sirigu Pietro, parroco di S. Benedetto... 6 agosto 1943: due allarmi. Sono giunti i parroci settimanalisti, R. Pinna Paolo e Cardia Giulio... 21 agosto 1943: Il parroco settimanalista don Gesuino Martis è partito, ma il Rev. Artemalle è rimasto per sgombrare la sua casa.

Non solo gli individui - prosegue la Relazione - ma anche molti enti hanno trovato alloggio nel convento. Primi a venire a chiedere ospitalità, dopo i bombardamenti di febbraio, furono la SATAS, l'AGIP, il Banco di Roma. Partiti questi alla fine di maggio del 1943, per ordine della Prefettura venne una buona parte della Posta Civile e l'Auto Reparto della Marina.

Partita l'8 dicembre la Posta Civile, il 1° gennaio 1944 venne ad occupare il seminario la Posta Militare n° 60, la quale occupò anche il grande dormitorio del seminario, essendo nel frattempo partito l'Auto Reparto della Marina. Il primo aprile venne ad occupare i locali la Censura Militare, la quale vi rimase fino al primo gennaio 1945.

Ma il convento servì non soltanto a salvare e ricoverare persone ed istituzioni, servì anche a salvare le cose... Il Direttore della TETI vi portò tutto il materiale dei telefoni che poté salvare dall'immenso disastro e il Prof. Morittu quadri di valore e quanto aveva di più prezioso nella sua casa, il pittore Fantini i migliori quadri del suo studio...

Dall'accenno appena marcato qualche riga più in alto, sappiamo veramente dove sta e cosa sta facendo, in che cosa è impegnato notte e giorno Fra Nicola durante questo martoriato periodo di sofferenza e di morte. Egli è il santo della donazione quotidiana, della santità di ogni istante, l'uomo che non si stanca, non si spazientisce, che per settanta volta sette apre e chiude la porta del convento, ricevendo i propri fratelli martoriati nella carne e nello spirito, e li invita a guardare in alto, con la formula di accoglienza sia lodato Gesù Cristo!; e sempre, nel congedare i partenti, li accompagna con l'augurio che ha imparato fin da bambino, bandidi cun Gesus!, e ricevendone in ricompensa la risposta augurale della fede semplice e profonda del popolo: abàrridi cun sa Mamma !

Nei giorni dell'ira, - scrive ancora Alziator - quando Cagliari divenne deserto inseminato e la furia della guerra la mutò in desolato cimitero di insepolti, Fra Nicola non abbandonò il suo convento. Già troppi di coloro su cui pesava una qualche pubblica responsabilità, avevano disertato la città. Non fu così per il Cappuccino. Egli continuò la sua missione e da mendicante divenne donatore; lui poverissimo si mutò nell'ospite che offre. Come nelle ore più drammatiche del passato nella quale i conventi erano asilo, refettorio, ospedale, scuola, così il convento cagliaritano dei Cappuccini tornò alla sua missione secolare e Fra Nicola da Gesturi divenne il più valido aiuto dei pochi confratelli rimasti per nutrire e dare asilo al prossimo. Ma non fu quella la sua sola opera degli anni di guerra: la miserabile folla di cenciosi e degli affamati, la turba equivoca e lurida, rifugiata nelle decine e decine di grotte sparse per tutta la città, lo conobbe soccorritore e apostolo. Fu allora che egli ci parve ancora più santo. Egli si prodigò oltre ogni possibilità e pareva che quel deserto senza testimoni gli ispirasse nuovo zelo. Il frate del silenzio opera nel silenzio. Chi mai gli fu abbastanza riconoscente dei passi percorsi, del cibo ricevuto, del conforto avuto? Chi di noi ha valutato veramente le sue sofferenze? Tutti però lo ricordiamo. Fatto più curvo, più stanco il frate cappuccino appariva dovunque: nelle caserme, nelle vie fatte macerie e sudiciume, nelle chiese colpite e deserte, nelle infermerie da campo. La sua presenza aveva l'aspetto di un'apparizione: non lo precedeva rumore di passi, non lo annunziava voce o frusciare di panni. Quei suoi sandali rozzi e malandati pareva non sfiorassero il suolo e quella sua veste, tanto logora e lisa, quanto linda e composta, pareva fosse fatta di vento. C'era qualcosa di insolitamente incorporeo, di irreale o meglio di soprannaturale in quel trovarti vicino quel prodigioso mendico cappuccino. Perché era lì in quel momento e perché tu gli eri vicino? Si capiva per quelle ignote vie che l'intuizione suggerisce fulminea alla mente, che mai la sua presenza era occasionale o casuale. Se Fra Nicola era lì, c'era perché doveva esserci. La sua presenza era un segno, un aiuto. Sicuramente. Nei giorni più desolati della guerra, io lo vidi comparire così, tutto ad un tratto, presso il muro della mia caserma e mi sembrò che egli soltanto avesse un senso ed una ragione di essere in quel mondo impazzito e senza luce ( in: Voce Serafica della Sardegna, giugno 1960, p. 4).

Fra Nicola è sempre lieto e soddisfatto del lavoro che svolge: è sufficiente per lui la consolazione che riceve dallo Spirito, che attesta al suo spirito che il Padre celeste lo ama. In Lui, infatti, Fra Nicola ha messo tutta la sua vita, la sua causa, il senso della sua esistenza. La sua ricompensa non viene dagli altri e neppure dagli avvenimenti gioiosi o dolorosi della vita: la sua gratificazione viene da Dio ed è Dio stesso!

Diversi sono stati gli studenti di università che per frequentare la scuola hanno chiesto ospitalità - testimonia ancora la Relazione di padre Giorgio da Riano - e tutti ne sono rimasti contenti... Il Colonnello Narducci Guido, lasciato il convento, mandò la seguente lettera: Ho lasciato il convento dopo lunga convivenza, per rientrare in famiglia e l'ho lasciato riportando un gradito ricordo. è dolce ricordo ad ogni animo generoso il ripensare come con cuore cristiano e fraterno il convento abbia provveduto nel crudo decorso inverno ad alleviare le sofferenze dei derelitti, dei diseredati, i quali venivano al convento numerosi per trovarvi, come vi trovarono, ristoro con una minestra a prezzo modico per chi poteva e gratis per i più disgraziati. Spettacolo compassionevole era il vedere madri, bambini nudi o quasi laceri e scalzi... A tutti con generosità il convento ha prestato assistenza alloggiando perfino chi non aveva come ripararsi dalle intemperie. Come dimenticare e non altamente apprezzare quest'opera di carità?... è il convento che di propria iniziativa attuò quest'opera di carità cristiana e fraterna, e perciò è stato mille volte benedetto dai beneficati. Caro Padre, accolga i sensi della mia più alta stima per l'opera in favore dei poveri e anche di quelli più o meno abbienti che, in momenti difficili, quando le condizioni di Cagliari erano ben disgraziate e autorità civili e militari non avevano ancora potuto provvedere adeguatamente a tutti i bisogni, trovarono accoglienza e ristoro nel convento, unico ente che fece fronte, sacrificando le proprie regole, forse i propri comodi, sobbarcandosi di o a maggior lavoro per le gravi difficoltà del momento: il convento è stato provvidenziale, la manna del cielo. Tanto in coscienza sentivo il bisogno di dirle, lasciando dopo tanti mesi il convento. Giulio Narducci. 16 novembre 1944.

Dalla stessa Relazione del padre Giorgio da Riano traiamo ancora un'altra breve testimonianza di gratitudine verso la comunità dei cappuccini di Buon Cammino, segno concreto dell'immane lavoro e dedizione dei frati alla povera gente. Si tratta di una lettera che un certo Raffaele, ospite in convento, scrive ai suoi parenti, i quali in seguito l'hanno consegnata al Padre Giorgio.

Miei carissimi - scrive Raffaele il 7 ottobre 1944 - voi sapete meglio di me che la nostra casa è stata sempre cordialmente ospitale verso i religiosi. D'ora innanzi, tuttavia, se ad essa batte un frate, apritegli con premura più sollecita la porta. Se bussa un cappuccino, spalancategliela! ...Mi ha fatto profonda e commossa ammirazione meditare circa il bene effettivo che occultamente fanno queste anime pie che hanno rinunziato al mondo per abbracciare una vita piena di sacrifici fra le squallide mura di un convento. Ricordatevi, secondo le vostre disponibilità, dei poveri del beato Ignazio, di cui sono diventato devoto. Dopo aver vissuto per più anni fra le tenebre più folte, la mia anima si è andata illuminando in questi giorni della luce della fede che avevo smarrita.

FRA NICOLA

TRA LE MACERIE DELLA GUERRA

Fra Nicola è rimasto al suo posto di sentinella, con gli altri pochi confratelli, come icona di speranza per tutti i poveri nella carne e nello spirito. Fra Nicola è uno degli artefici di questo servizio eroico dei Cappuccini, specie in questa terribile primavera del '43.

Francesco Alziator ci ha lasciato un'impressionante visione di Cagliari, martire della guerra: su questa città morta, morta squallidamente con la polvere per incenso, gli incendi per ceri e gli sciacalli per vermi, si avventarono le due incursioni, quella diurna e quella notturna del 13 maggio. Rovinarono le case che erano rimaste in piedi, le macerie crebbero e si confusero tanto che, in più parti, le vie scomparvero e dovettero passare mesi e mesi prima che ne ricomparisse la traccia. Crollò San Domenico, a Villanova, una delle chiese più venerate e illustri della città... A Piazza Garibaldi, a piazzale Bonaria, a S. Benedetto, nel largo Carlo Felice si aprirono delle voragini che parevano le anticamere dell'inferno. Nulla restò di veramente sano e di intatto. Tubazioni e fognature sconvolte come le budella marce di un cadavere, date impietosamente alla luce del sole. Per due lunghe, interminabili ondate, con la luce e con la notte, i bombardieri ridussero in inverosimili frantumi case e strade. La città era morta di una seconda, inimmaginabile morte. Eppure non tutto era morto. può sembrare che quello che sto per dire sia un facile finale ad effetto. Ma è solo la pura verità... A viale Merello, una crocerossina non più giovane, che era anche professoressa all'Università, e che portava il nome di grande aristocrazia, distribuiva come sempre pastiglie di Atebrin, l'antimalarico di allora, alla gente dei rifugi e Fra Nicola da Gesturi faceva la consueta ronda per dare da bere agli assetati e dar da mangiare agli affamati, che erano molti e per nulla assetati o affamati simbolicamente (Alziator F., L'elefante sulla torre, p. 213).

Lo stesso Alziator ci informa su Fra Nicola che gira come apostolo di speranza tra le macerie di Cagliari: fra Nicola da Gesturi è stato la presenza della santità tra noi. Solo al vederlo si capiva che era di tutt'altra tempra che la nostra, che era in lui qualcosa che non era di tutti i giorni, un qualcosa che non sapevi cosa fosse, ma ti faceva provare stupore e rispetto per quella creatura che, solo di rado, sollevava da terra i suoi indimenticabili occhi chiari... Cagliari nella primavera del 1943, tragica, desolata macerie abbandonata dagli uomini e dalla speranza. Una città naufragata in una solitudine fatta di paure, di polvere, di attese. Di un'attesa che non variava nel tempo, ma che era il tempo stesso. Fra Nicola non aveva disertato la città straziata: c'era sempre chi poteva dare e c'era più di sempre chi aveva bisogno. In quell'atmosfera allucinante Fra Nicola non era mutato: un giorno apparve lungo il muro bianco di una caserma mezzo distrutta a Bonaria. Un ufficiale gli chiese: Che cosa ne dice, Fra Nicola, di tutto questo disastro? Il cappuccino rispose pacato: Sia fatta la volontà di Dio! Quella frase che, come tutte le frasi, anche le più importanti, per il solo fatto che le sentiamo ripetere spesso, poteva sembrare un luogo comune, ebbe per me di colpo tutto il suo significato. Era infatti l'unica spiegazione che potesse spiegare tutto (Alziator F., L'elefante sulla torre, p. 120).

Voglio riferire il seguito di quel racconto - testimonia la moglie di Alziator al processo di beatificazione - nel breve dialogo, mio marito domandò a Fra Nicola come mai si trovasse in città e non fosse sfollato come tanti altri. Al che Fra Nicola, di rimando chiese: E lei, tenente, perché si trova qui? Avendo mio marito risposto: Per obbedire al mio Re! Fra Nicola concluse dicendo: E io ci sto per obbedire al mio Signore! (Positio, summ., p. 618 § 1668).

Fra Nicola non è l'uomo che alza la voce, che grida la sua verità; è sempre silenzioso, ma pur sempre all'opera, all'opera di Dio, che è che tutti compiano la volontà di Dio. Fra Nicola aiuta i fratelli a conoscere questa volontà, a scrutare i segni dei tempi per capire la storia alla luce della fede; Fra Nicola è soprattutto l'immagine di Gesù, che ha cura del povero e del sofferente, e ciò lo realizza nel suo servizio silenzioso e prezioso verso i fratelli sperduti in tanta angoscia e desolazione: tutte la sua persona è divenuta icona della Provvidenza, icona di Gesù Cristo.

Racconta un noto professionista cagliaritano: Si era in piena guerra. Cagliari era continuamente flagellata dai bombardamenti. Per le strade deserte, Fra Nicola continuava a compiere la sua missione, pregando per coloro che soffrivano, che morivano. Fu chiesto a Fra Nicola: Rivolgi una preghiera perché il giorno di S. Paolo la guerra taccia a Cagliari. Un intero ospedale, un orfanotrofio, un asilo dovevano essere sfollati. Un bombardamento significherebbe morte! Fra Nicola sollevò lo sguardo: Pregherò -disse- abbiate fede in Dio! (in L'Informatore del lunedì 9 giugno 1958, nell'articolo Soltanto da morto ha avuto un saio nuovo). Il giorno di san Paolo, Cagliari non venne bombardata, come risulta anche dalla Cronaca conventuale.

Chissà quale prezioso lavoro di consolazione avrà svolto Fra Nicola in quei frangenti e che le cronache non riferiscono! Anche la breve Relazione del P. Giorgio da Riano, che ci sta accompagnando, non è ricca di notizie su Fra Nicola, forse anche perché in Fra Nicola tutto era semplicemente e quotidianamente santo. Si sarebbe dovuto scrivere il suo diario quotidiano e non la cronaca di quegli anni! Il suo essere santo era la normalità della sua esistenza: era santo sempre e dovunque.

Cronaca di un viaggio a Loreto

La fine del 1956, infatti, trova Fra Nicola pronto ad affrontare un altro viaggio assai impegnativo. La Cronaca del convento ci informa: "13 ottobre 1956. Il P. Antonio da Sassari, guardiano, e Fra Nicola da Gesturi partono in aereo per Loreto, con un pellegrinaggio sardo di ammalati. Fra Nicola è stato chiesto espressamente dall'UNITALSI per accompagnare gli ammalati... 17 ottobre, rientrano da Loreto il P. Antonio e Fra Nicola. Il viaggio è stato ottimo sia all'andata che al ritorno. I nostri confratelli di Loreto hanno accolto Fra Nicola con massima deferenza; tutti hanno cercato di avvicinarlo e sono stati colpiti dalla sua umiltà, per lo spirito di preghiera e di raccoglimento dimostrato nei quattro giorni di permanenza tra loro. Infatti Fra Nicola non ha fatto altro che pregare e recitare rosari nella santa Casa. Il P. Antonio da Sassari, che lo ha accompagnato, ha inviato al P. Commissario Provinciale la seguente relazione di quanto ha visto e udito.

è interessante notare ormai la grande venerazione di cui gode Fra Nicola anche tra i Cappuccini della penisola; inoltre, attraverso questa relazione, conosciamo anche con esattezza l'orario della vita quotidiana di Fra Nicola in quegli anni. Seguiamo la relazione nei suoi punti salienti:

Al M. Rev.do Filippo da Cagliari - Commissario Provinciale - Cagliari.

R. P. Commissario,

mentre La ringrazio sentitamente per l'alto onore di accompagnare il nostro carissimo Fra Nicola da Gesturi a Loreto con il pellegrinaggio aereo organizzato da l'UNITALSI per gli ammalati della Sardegna, Le invio la seguente relazione, in cui sono stati notati gli avvenimenti più salienti che riguardano il nostro caro confratello.

Sabato, 13 ottobre 1956. Il luogo del raduno dei partecipanti al pellegrinaggio è il piazzale antistante la stazione delle Ferrovie dello Stato. Fra Nicola viene accolto dai pellegrini con visibile commozione, mentre tutti si raccomandano alle sue preghiere. Alle ore 11.25 i due trimotori dell'Aviazione militare decollano. Le previsioni atmosferiche sono ottime e il volo è normale. Il nostro Fra Nicola siede accanto a me, prega e poi legge l'opuscolo offerto ai pellegrini dell'organizzazione dell'UNITALSI. Non dice una parola, se interrogato risponde pacatamente.

Alle ore 14,00 si giunge all'aeroporto di Iesi, dove ci attendono i padri di Loreto e il nostro confratello Fra Ignazio da Atzara. In pullman raggiungiamo Loreto. Fra Nicola è sereno e contento, il viaggio non l'ha sconvolto, quantunque sia digiuno dal giorno precedente. Dietro mio ordine accetta una tazzina di caffé che ci viene offerta gentilmente dal nostro confratello Fra Benedetto da Cheremule, e mangia due biscotti; si vede che ne aveva proprio bisogno! Gli viene assegnata una cella accanto alla mia e poi si ritira nella Santa Casa in preghiera fino all'ora di cena. Dopo il ringraziamento tutti i religiosi vogliono vederlo e salutarlo, mentre desiderano sentir raccontare da me qualche episodio della sua vita religiosa.

Domenica 14 ottobre. Di buon mattino Fra Nicola ha servito la Messa nella S. Casa, poi si è ritirato in un angolo della basilica, e precisamente nella Cappella Tedesca, rimanendovi fino all'ora di pranzo. La ragione è ovvia: oggi si tiene a Loreto il Convegno nazionale della C.I.F., a cui il Papa Pio XII rivolgerà a mezzogiorno un radiomessaggio. Ora, dato l'afflusso straordinario di fedeli, la Santa Casa è sempre gremita, quindi Fra Nicola non poteva raccogliersi in preghiera. Questa sera ha partecipato con tutti i religiosi alla processione eucaristica e alla benedizione degli ammalati; subito dopo ha ascoltato la S. Messa vespertina inginocchiato sulla nuda terra, tra l'ammirazione e lo stupore dei presenti. Chiamato a firmare alcune cartoline illustrate, con atto squisitamente gentile, voleva andare lui steso ad imbucarle; certamente non gliel'ho permesso. Accompagnato da alcune infermiere dell' UNITALSI ha visitato uno per uno tutti i malati partecipanti al pellegrinaggio e per tutti ha avuto parole di conforto e promesse di preghiera. Durante la giornata, nei momenti in cui era possibile incontrarlo, molti Religiosi hanno voluto avvicinarlo e parlargli a tu per tu.

Lunedì 15 ottobre. Questa mattina ho accompagnato Fra Nicola al monastero della Carmelitane Scalze, le quali avevano manifestato tramite Fra Ignazio da Atzara il desiderio di conoscerlo. Dopo aver celebrato la Messa nella cappellina del monastero, siamo passati nel parlatorio. Alle undici Religiose, di cui quattro sarde, Fra Nicola ha rivolto alcune parole di esortazione, incitandole a voler seguire l'esempio della loro santa Madre Teresa, di cui oggi ricorre la festa, imitandone principalmente lo spirito di preghiera: Preghiamo - dice loro - preghiamo!

è la prima volta - gli domanda la superiora - che viene a Loreto? Sì ! -risponde Fra Nicola- è la prima volta che vengo a trovare la Mamma celeste nella sua casa terrena; la seconda volta spero di andarla a trovare nella sua casa celeste. Poi espone il programma quotidiano della sua vita religiosa: ore 4 sveglia - coro - meditazione, S. Messa e Comunione - ore 8.30 circa questua in città - ore 12 ritorno in convento - recita di vespro e compieta - pranzo - ore 15 circa, di nuovo questua in città - ore 18 ritorno in convento - coro, cena ed infine verso le 22.30 riposo.

Quante ore dorme, Fra Nicola? - domanda la Madre Superi ora.Quattro o cinque ore - risponde lui - La carne molte volte ha il sopravvento sullo spirito; si vorrebbe vegliare più a lungo, ma non ci si riesce.

Le religiose vorrebbero come ricordo la corona del rosario che porta al cingolo, ma non vuole cederla. In cambio lascia una coroncina azzurra piuttosto consumata, avendone prima staccato il crocifisso in legno, benedetto in articulo mortis. Prima di congedarci, le Religiose cantano in onore di Fra Nicola la poesia di S. Teresa del Bambin Gesù: Tu che il mio nulla ben comprendi, o Dio... Dopo averle benedette, le lasciamo e torniamo nella S. Casa dove Fra Nicola si ritira in preghiera.

Di questa visita ho conservato un ricordo indelebile ed oggi, mentre scrivo queste brevi note, rivedo nella mia mente la scena meravigliosa: seduto sul seggiolone Fra Nicola mi appariva trasfigurato, i suoi occhi brillavano più del solito di una luce davvero soprannaturale, le sue parole sgorgavano dal suo labbro spontanee, affascinanti, infiammanti; in quel momento mi dava l'impressione che fosse ispirato. Ciò potrebbe sembrare un'esagerazione, eppure è la realtà...

Martedì 16 ottobre. Questa mattina Fra Nicola mi serve la S. Messa, che alle ore 7,00 celebro nella S. Casa e si accosta alla S. Comunione. I fedeli che vi assistono mormorano: Questo è il santo di Cagliari... Il resto della giornata lo trascorre in preghiera nella S. Casa e in Basilica. Dopo cena, il P. Rettore della Basilica gli fa firmare il registro riservato ai visitatori illustri della S. Casa e s'intrattiene a colloquio con alcuni Religiosi. Il suo contegno è sempre dimesso e le risposte brevi e sapienti.

Mercoledì 17 ottobre. Alle ore 5,00 celebro la S. Messa nella S. Casa servita da Fra Nicola, durante la quale si accosta alla S. Comunione. Verso le ore 8 ci prepariamo per la partenza. Tutti i Religiosi vogliono salutare per l'ultima volta Fra Nicola. A chi gli chiede se tornerà a Loreto per visitare la Madonna, risponde: A vederla in cielo!...

Con il pullman raggiungiamo l'aeroporto di Iesi, ove ci attende il Vescovo, che si intrattiene a parlare familiarmente con Fra Nicola, raccomandandosi alle sue preghiere.

Alle ore 10.30 l'aereo decolla. Il viaggio di ritorno si svolge in modo normale. Fra Nicola siede accanto a me, prega e legge. Alle ore 12,00 giungiamo a Cagliari.

M. R. P. Commissario, sento il dovere di assicurarLa che in queste brevi note non c'è nulla di esagerato, ma i fatti sono descritti come il sottoscritto li ha veduti, quindi rispondenti a verità.

Mentre le porgo i miei più vivi ringraziamenti...

Dev/mo figlio

P. Antonio da Sassari

Questa testimonianza si commenta da sola, ed è certo sincera, anche se vissuta con gli occhi di un confratello che stima profondamente Fra Nicola e che lo accompagnerà fino agli ultimi istanti della sua vita, con vero amore di Padre Superiore, che ha saputo discernere nel suo confratello i segni della presenza particolare dello Spirito del Signore.

Ultimo Giorno di Fra Nicola

Così muore un Santo!

7 giugno 1958. Le condizioni di Fra Nicola oggi si sono notevolmente aggravate. Alle ore 18.30 è stato accuratamente visitato dal Prof. Mario Floris, il quale ha constatato la gravità dell'ammalato, quantunque non ci fossero complicazioni polmonari. Tuttavia l'illustre clinico aveva una tenue speranza di salvarlo.

Alle ore 21.45 visto che l'ammalato peggiorava sempre di più, dalla clinica Lay è stato trasferito nella nostra infermeria. Il padre Guardiano, presente tutta la famiglia religiosa, ha recitato le preghiere per gli agonizzanti ed ha impartito all'ammalato la benedizione apostolica "in articulo mortis" (cioé: in punto di morte).

I confratelli, stretti attorno a Fra Nicola, attendono il momento supremo del congiungimento del caro confratello alla Chiesa trionfante. Essi lo fanno nel devoto raccoglimento di chi sa di partecipare ad un evento storico. Fra Nicola sta concludendo il suo calvario. è sempre presente anche il Dott. Gianni Pisano, medico del convento, che lo ha seguito lungo questa malattia e ne ha consigliato anche il trasporto all'infermeria del convento dalla clinica Lay.

Fra Nicola ormai non dice più nulla; in precedenza, nella clinica Lay, ormai già estraneo alle vicende di questo mondo, lo si sentiva recitare, quasi in formula litanica, le invocazioni che ha sempre avuto sulle labbra, e quindi nel cuore, quand'era in se stesso: Sia per amore di Dio e la sua santa carità... Se il superiore vuole... sia fatta la volontà di Dio... preghiamo, preghiamo... Dobbiamo andare in coro... Nell'inconscio, Fra Nicola rivela ciò che ha abitato sempre il suo cuore conscio della volontà di Dio! Ora tace. Respira affannosamente e faticosamente, come Gesù sulla croce, aspettando il momento supremo dell'abbraccio con Colui che lo ha creato. Tutta la sua comunità religiosa, alla quale ha dato l'esempio dolce e caritatevole della sequela di Cristo, è al suo capezzale, in quest'ora suprema, storica.

Il padre Guardiano, nella cronaca del 6 giugno, ricorda lo spirito di carità dei confratelli nell'assistere Fra Nicola agonizzante. Tutti fanno a gara per poterlo vegliare. Ora, prima di riprendere la cronaca con l'annuncio del transito di Fra Nicola, vogliamo ripercorrere questi momenti di servizio e di attesa dei confratelli al capezzale di Fra Nicola, attraverso la testimonianza scritta e giurata di un suo giovane confratello dell'epoca, a quel tempo ancora studente di teologia:

Il primo giorno che vidi Fra Nicola dopo l'operazione chirurgica subita d'urgenza nella clinica Lay, fu il giorno 4 giugno, verso le ore 16. Quando arrivai in clinica, nella camera del primo piano, Fra Nicola giaceva immobile, con la bocca semichiusa, e respirava con molta difficoltà. Presso il capezzale sedeva ad assisterlo Fra Lorenzo da Sardara, che io sostituii nell'assistere l'infermo. Fra Nicola quella stessa sera espresse a Fra Lorenzo il desiderio di ricevere il Sacramento dell'Estrema Unzione; infatti poco dopo scesero dal convento il M. R. P. Paolo da Iglesias, allora Vicario del Commissariato provinciale, p. Pio, p. Angelo e p. Ilario. I padri interrogarono Fra Nicola se desiderasse ricevere il sacramento degli infermi, ed egli fece un segno di approvazione; allora P. Paolo, aiutato dagli altri padri, amministrò l'Estrema Unzione. Durante tutta la cerimonia, Fra Nicola restò molto attento e, nonostante fosse privo di forze, tuttavia rispose a tutte le formule e alle preghiere che il celebrante recitava. Dopo ricevuta l'estrema unzione, l'infermo ricevette l'assoluzione generale; dopo di che tutti insieme recitammo la Salve Regina, eccetto Fra Nicola; infatti un padre lo pregò di tacere perchè era molto debole.

Andati via i padri, restai un po' di tempo solo con Fra Nicola e di tanto in tanto gli chiedevo come si sentisse; mi rispose: Bene! E quando gli chiesi se soffriva molto, fece cenno col capo per dirmi: No!

Quando arrivò Fra Lorenzo per darmi il cambio, salutai Fra Nicola, baciandogli la mano, da poco unta con l'olio degli infermi e rientrai in convento. Il giorno seguente, cioé il 5 giugno, mi recai in clinica verso le 11,30 in compagnia del chierico Fra Alberto da Messina; trovai l'ammalato molto agitato, perché stanco di restare nella solita posizione. Cercava di muoversi e noi, secondo le prescrizioni del medico, glielo impedivamo. Alle domande che gli rivolgevo, rispondeva: Bene, speriamo bene, preghiamo, preghiamo un po! La febbre qualche volta lo faceva delirare, a tratti invece era lucido. Ricordo bene che frugava intorno a sè, e chiestogli il perché di questo suo affannarsi, ci rispose che cercava la bisaccia, o meglio la bisaccetta. Cercava anche il rosario, ma né lui né noi riuscimmo a trovarlo fra le lenzuola; allora io gli avvicinai la mia corona che tenevo appesa al cingolo, e dato che vidi che la voleva e la tirava a sé, subito la staccai dal cingolo e gliela misi tra le mani. Fra Nicola allora baciò devotamente il crocifisso e cominciò a recitare sommessamente le Ave Maria del rosario.

Assistemmo poco dopo alla visita medica, visita alquanto penosa e umiliante, che il malato sopportò senza un lamento.

A mezzogiorno Fra Nicola recitò con noi l'Angelus e quando lo lasciammo rispose al nostro saluto. Alla sera, quando tornai in clinica, le condizioni del malato sembravano stazionarie, ma la febbre di tanto in tanto lo faceva vaneggiare: tentava di alzarsi, diceva di volersi inginocchiare perché lì vi era il SS. Sacramento (è questo il giorno del Corpus Domini e della processione in città del SS. Sacramento, durante la quale tutti cercano Fra Nicola, senza poterlo ovviamente trovare, n.d.r.) e ripeteva la frase: Preghiamo! e per parecchie volte ripeté chiaramente una frase di un inno eucaristico: Ecce panis angelorum factus cibus viatorum (Ecco il pane degli Angeli, fatto cibo dei viandanti), e teneva in mano il rosario e un'immagine di sant'Ignazio. All'infermiere che chiedeva della sua salute, rispondeva: Bene! Verso le 22 andai via.

L'altra visita che feci a Fra Nicola fu il sabato 7 giugno. Arrivai di mattino presto, verso le 6; l'ammalato non mi riconobbe e mi scambiò per padre Bonaventura. Siccome tutti i giorni in clinica Fra Nicola riceveva la S. Comunione, gli chiesi se anche quella mattina desiderasse ricevere il Signore. Mi rispose affermativamente e cominciò a recitare il Confiteor, ma io lo pregai di voler attendere fin che arrivava il sacerdote; infatti poco dopo il p. Giulio da Samatzai ne ascoltò la confessione e gli diede la santa Comunione. E quella fu l'ultima volta che Fra Nicola riceveva Gesù Sacramentato! Visto che a stento mandava giù la particola, gli diedi un po' d'acqua, ma dopo circa 5 minuti avvenne quello che temevo: improvvisamente l'ammalato ebbe un colpo violento di vomito, un liquido nerastro e nauseabondo irrorò il letto e anche il mio viso. Gli ripulii alla meglio la bocca e la barba, suonai il campanello e arrivò un infermiere per il cambio delle lenzuola.

Alla sera, verso le 20 le condizioni dell'infermo erano molto peggiorate, tanto che tutti insistemmo perché fosse trasferito dalla clinica alla nostra infermeria. Infatti verso le 21,30 Fra Nicola rientrò in convento, al piano terra dell'infermeria, ormai agonizzante. Non mi allontanai più dalla camera del malato e con gli altri miei confratelli assistetti al pio transito, che avvenne alle ore 0,15 della domenica 8 giugno. Affermo che tutto ciò che brevemente ho notato degli ultimi giorni in cui fu vicino a Fra Nicola è la pura verità.

(Padre Sebastiano Broccia).

Passò, per l'ultima volta, Fra


Nicola nella sua città.

Ognuno volle allora pagare i molti debiti che aveva con lui, seguendo quella povera spoglia. Mai, nei lunghi secoli della sua storia, Cagliari aveva visto nulla di simile. La città, che aveva visto passare indifferente sovrani e conquistatori, vibrò al passaggio di quel frate morto che per anni e per anni aveva percorso, mendicando, le sue vie. In quel giorno anche le vie più larghe parvero anguste per tanta folla. Tutta la città risalutava Fra Nicola. Mancavano solo gli infermi e i decrepiti; c'erano anche i miscredenti, spinti da una strana curiosità. Cagliari si riversò in quella solare chiarità di riconoscenza a salutare il suo santo. Nulla e nessuno aveva chiamato quelle migliaia e migliaia di cagliaritani e di sardi giunti dall'interno dell'Isola. Non l'ambizione del popolo che celebra una vittoria, non la tracotanza dei rivoltosi che spera nel bottino, non la viltà e la paura del vinto che invoca la generosità del vincitore. Era la riconoscenza di tutta la gente che in Fra Nicola aveva avuto il privilegio di sentirsi vicina alla santità. è solo della Chiesa, nel suo sovrano giudizio, levare alla gloria degli altari. Ma è anche certo che, talvolta, all'oscuro, anonimo popolo, attraverso le infinite, imperscrutabili vie della Provvidenza, giunge chiara la voce di Dio. L'antica saggezza dei proverbi ha affermato che voce di popolo è voce di Dio. Ed il popolo già chiama Santo Fra Nicola

(in Voce Serafica della Sardegna, giugno 1960, pp. 3-4).

IL MIRACOLO

DELLA PICCOLA VALERIA

Entriamo dunque nel merito di questo miracolo, che è stato ufficialmente presentato e accettato come tale nella Causa di beatificazione di Fra Nicola; e lo facciamo servendoci del racconto scritto che il papà della piccola miracolata ha consegnato nel processo diocesano sul miracolo, che la Postulazione della causa aveva indicato come preminente, tra tanti miracoli.

Il suddetto processo diocesano sul miracolo viene istituito dall'Arcivescovo di Cagliari, Mons. Ottorino Pietro Alberti il 22 marzo 1989 e si conclude con l'esame positivo del miracolo stesso il 28 giugno 1989.

Ecco il racconto-relazione molto semplice, immediato e commovente del miracolo presentato dal signor Piero Atzori, marito di Caschili Maria Giovanna, madre della piccola Valeria, miracolata.

Siamo sposati dal 17 giugno 1976. Il primo anno di matrimonio decidemmo di non avere figli, anche perché dove abitavamo non ci dava la possibilità, a parte anche il lavoro perché in quel periodo ero solamente sostituto portalettere. Comunque, a farla breve, iniziammo a farci il pensierino il secondo anno ed allora l'idea era di formare una famiglia, cioé di avere dei figli. Da allora incominciarono ad esserci le prime visite mediche ed a mia moglie venne riscontrata una infezione ed in seguito altre complicazioni per cui iniziarono i primi ricoveri a Villa Elena. La prima volta ci stette venti giorni e le dissero che aveva l'utero retroverso per cui fu operata. Dopo di ciò passò un anno, due, tre, ma niente figli. Allora decidemmo di cambiare clinica, per cui andammo a S. Anna. Anche lì le solite visite, con successivo ricovero ed un nuovo intervento. Anche in questo caso dopo l'intervento passano circa tre anni ma senza alcun risultato. Per alcuni anni ci mettemmo il cuore in pace, visto che i figli non arrivavano, ma il desiderio di averli era sempre nel nostro cuore, per cui si andava da un medico all'altro, chi ci diceva una cosa e chi un'altra ma senza risultato.

Un giorno parlavo in ufficio con un collega di questo nostro problema e questi mi disse: ascolta perché non vai da questo professore, così tanto per provare. Io e mia moglie andammo subito e gli esponemmo tutte le cure fatte e lui ci disse che era necessario un intervento per vedere la funzionalità delle ovaie; da questo intervento si seppe che mia moglie aveva le ovaie pigre. Il professore le diede delle pastiglie da prendere alla fine del ciclo per cinque giorni e di lì incominciò l'attesa sino a quando il 23 settembre venne fatto l'esame delle urine e si seppe che mia moglie era incinta. Per noi fu una vera gioia dopo tanti anni di attesa e così passarono i giorni, i mesi con periodiche visite di controllo fatte anche un paio di volte al mese perché dopo tanto sperare c'era anche tanta paura che questo sogno finisse per cui, ma non solo per questo, ci recammo spesso in chiesa e la nostra meta abituale era la chiesa di S. Ignazio e lì pregavamo sulla tomba di Fra Nicola.

Il 16 gennaio alle ore 8.30 mia moglie si sentì male ed incominciarono le perdite emorragiche, a noi parve che tutto il mondo ci stesse cadendo addosso. La portammo subito all'ospedale dove le fu detto che c'era minaccia di aborto ma ci tranquillizzarono perché le perdite erano cessate. Passarono cinque giorni e tutto ormai sembrava andare per il meglio, quando il 21 gennaio 1986 nasceva la bambina che fu subito battezzata con il nome di Valeria.

Ci dissero di farci forza che la bambina non si sarebbe salvata che tanto eravamo giovani e avremmo potuto avere altri figli. Io non li ascoltavo più perché a me pareva che mi fosse caduto il mondo addosso e dicevo tra me e me perché proprio a noi che abbiamo fatto tanti sacrifici? Allora decisi di andare a pregare sulla tomba di Fra Nicola. Quel giorno non potei perché era già notte, ma ci andai l'indomani chiedendo di un frate al quale raccontai della bambina di come era nata, che era di ventitre settimane e che pesava cinquecentocinquanta grammi. Il frate mi disse: Prega, figliolo, tanto siete giovani e avrete altri figli e rincuorandomi mi dette un' immaginetta di Fra Nicola e una della Madonna delle Grazie. Io dopo mi recai alla tomba di Fra Nicola a pregare perché ci facesse la grazia. La sera andai all'ospedale al reparto prematuri e chiesi ad un'infermiera se poteva mettere le due immaginette nell'incubatrice e così questa le mise. Io mi avvicinai all'incubatrice e guardavo Valeria così piccola e rosa e le dissi coraggio Valeria non lasciarci, ti aspettiamo a casa e poi rivolto a Fra Nicola gli dissi di darle la forza e la vita, proteggila da tutto perché è tanto indifesa. Intanto entrarono delle infermiere che mi chiesero se ero il padre di Valeria e mi dissero che bambini così piccoli non ne avevano mai visti, di farmi perciò forza e di sperare. Io risposi che di forza ne avevo tanta dopo tutti questi anni di attesa.

Tutti i giorni mi recai a trovarla e vidi i suoi progressi e la sua vivacità e la sua voglia di vivere. Passarono i mesi e i medici erano meravigliati della sua ripresa perché per loro un esserino di 23 settimane che alla nascita pesava 550 grammi che dopo il calo fisiologico era sceso a 410 grammi, era impossibile che potesse sopravvivere. Alla nascita la bambina era così piccola e delicata che si rischiava delle lacerazioni solo a toccarla ed ora vedendola così rosea e paffuta dicevano che era un colpo di fortuna ma io non ero di quel parere perché per me era un miracolo perché lo avevo chiesto con tanta disperazione che ero stato esaudito.

I progressi di Valeria continuarono giorno per giorno fino a quando il 28 maggio 1986 la dimisero. La prima cosa che facemmo all'uscita dall'ospedale, fu quella di recarci nella chiesa di S. Ignazio e malgrado l'ora scomoda, era circa le 13.00, un frate cappuccino ci fece entrare ed io misi Valeria sopra la tomba di Fra Nicola per grazia ricevuta e gli dissi di proteggerla come già aveva fatto sino ad allora. Quindi andammo a casa pieni di tanta gioia e felicità che Valeria fosse con noi ed all'ingresso le dissi: ecco Valeria questa d'ora in avanti sarà la tua casa.

Atzori Piero, padre di Valeria -Pirri (Cagliari) - 3 luglio 1989

(da: Processus super asserto miro, pp.25-27)